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Maja T: l’ultima udienza di un processo politico

Giovedì 22 gennaio si è svolta a Budapest quella che dovrebbe essere l’ultima udienza del processo a Maja T., prima della sentenza definitiva che, ha annunciato il giudice, verrà emessa il 4 febbraio. Di questo processo, da molti mesi, in Germania si parla pochissimo e di questa udienza non ha parlato quasi nessuno. Tutte le informazioni che abbiamo le abbiamo grazie a Konrad Litschko del quotidiano Taz e all’account Instagram @free.maia, che si occupa di condividere tutti gli appelli e gli aggiornamenti relativi alla vicenda giudiziaria dell’attivista tedescə. 

Proprio per rispetto a chi ha svolto il lavoro di documentazione su questa vicenda, questo articolo-editoriale vuole essere un sommario in italiano per chi voglia seguire la vicenda, con la raccomandazione di consultare, per quanto possibile, le fonti originali. Le altre informazioni qui contenute servono a contestualizzare questa vicenda nel quadro più ampio dello scontro politico che, in Germania e in tutta Europa, è in corso fra nazi-fascismo e antifascismo.

Il processo a Maja T: nell’ultima udienza l’avvocato contesta la mancanza di prove

Da questa particolare udienza non è emerso nulla di nuovo: le fonti tedesche la riportano per lo più come una riaffermazione delle dinamiche di potere che sono al momento in gioco in una vicenda giudiziaria che ha sempre meno a che fare con la pena per un reato specifico e sempre più con una prova di forza delle correnti politiche che premono per la criminalizzazione dell’antifascismo in tutto l’occidente.   

Che si tratti di un processo eminentemente politico, che non ha ormai molto a che fare con il reato per il quale Maja T. rischia 24 anni di carcere, lo dimostrano molteplici elementi, alcuni strutturali e altri che si possono definire collaterali.

Fra quelli strutturali c’è il fatto che nessuno, nemmeno l’accusa, abbia mai dichiarato di ritenere con certezza che Maja abbia partecipato alle due aggressioni che le vengono imputate, risalenti al febbraio del 2023, e nemmeno presentato prove in tal senso. Maja non è statə riconosciutə dalle vittime dell’aggressione né indicatə con certezza dalla procura come parte attiva negli atti violenti. In uno dei video delle aggressioni, mostrato dall’avvocato difensore Bajáky durante l’udienza, Maja sarebbe identificatə dall’accusa come una persona con un berretto rosso e il volto coperto. Posto che l’identificazione resta dubbia, perché non si riconosce il volto della persona in questione, questa, nel video rimane comunque sullo sfondo senza prendere parte alle violenze contro i neonazisti che stavano partecipando al “Giorno dell’Onore“, ovvero la commemorazione e glorificazione delle truppe naziste tedesche che, nel 1945, tentarono di riprendere Budapest dal controllo dell’Armata Rossa.

Le uniche “prove” sulle quali si basa la richiesta della procura di una pena “esemplare” per Maja T sarebbero la sua presenza in un alloggio a Budapest durante i giorni nei quali le aggressioni si sono verificate, in compagnia di altre persone afferenti alla sfera della sinistra militante europea e nello specifico appartenenti a un presunto gruppo identificato come “Antifa Ost” (che, secondo il recente inasprimento della legge ungherese, è classificato come “gruppo terroristico”). Gli appartenenti al gruppo con i quali Maja si sarebbe recatə a Budapest sarebbero stati visti in giro con il volto coperto e avrebbero utilizzato cellulari usa e getta. In nessun caso è stato possibile provare la partecipazione di Maja alle aggressioni, ma l’accusa la ritiene responsabile in quanto complice. A motivare la pena richiesta – che in Ungheria, per le lesioni personali che non mettono in pericolo la vita, va in genere dai 2 agli 8 anni – è il fatto che il presunto reato sia stato commesso come parte di una presunta “organizzazione criminale”, definizione che attualmente l’Ungheria estende ai movimenti antifascisti.

Che cos’è un’organizzazione criminale?

Su questo punto vale la pena fare una piccola digressione, che ci riporta momentaneamente in Germania, per specificare come si definisce giuridicamente un’organizzazione criminale. Di recente se ne è parlato per un movimento di segno opposto, ovvero gli Hammerskin (ne abbiamo parlato qui). Questo movimento neonazista era stato vietato in Germania nel 2023, su impulso dell’allora Ministra dell’Interno Nancy Faeser (SPD), ma questa decisione è stata ribaltata alla fine dell’anno scorso, non perché gli appartenenti al movimento non fossero apertamente neonazisti e i loro obiettivi non fossero indubbiamente contrari alla costituzione tedesca, ma perché non è stato possibile dimostrare che si trattasse di un’organizzazione con una struttura gerarchica sovraregionale. Nello specifico, c’erano ed erano noti tanto i capitoli regionali quanto la struttura nazionale, ma non era dimostrabile che le formazioni regionali “prendessero ordini” dalle gerarchie nazionali e non si limitassero a incontrarsi per poi comunque prendere le proprie decisioni in piena autonomia. Per questo motivo, in Germania, non è stato possibile vietare un’organizzazione di stampo apertamente neonazista, non perché non fosse abbastanza nazista, ma perché non era “abbastanza organizzazione”. In questa prospettiva bisognerebbe considerare il suggerimento di inserire i movimenti antifascisti, che notoriamente non sono né sono mai stati un’organizzazione, sotto l’ombrello delle “organizzazioni criminali”. A latere, vale anche la pena di interrogarsi sulla posizione ideologica dalla quale si deve partire per criminalizzare l’antifascismo.

Che cosa rischierebbe Maja T., se fosse processata in Germania

Questo vuol dire che, se un gruppo di aderenti a questo movimento commettesse oggi un reato simile a quello che viene contestato a Maja T., una eventuale condanna non potrebbe includere le aggravanti relative all’appartenenza a un’organizzazione criminale. Per un processo in Germania, quindi, si parlerebbe della pena per lesioni personali “semplici” (articolo 223 del codice penale tedesco), ovvero un reato punito sanzioni che possono andare dalla multa fino a un massimo di 5 anni di reclusione, in assenza di altre aggravanti. In questo caso, si dovrebbe parlare di lesioni personali e non di lesioni personali gravi, poiché per lesioni gravi (articolo 226 del codice penale tedesco) si intendono le lesioni in conseguenza delle quali la vittima “(1)perde la vista in un occhio o in entrambi gli occhi, l’udito, la capacità di parlare o la capacità riproduttiva, (2) perde un arto importante del corpo o non può più utilizzarlo in modo permanente, oppure (3) subisce una deturpazione permanente significativa o cade in uno stato di infermità, paralisi o malattia mentale o disabilità”. In questo caso, le pene vanno da uno a dieci anni di reclusione, in assenza di altre aggravanti.

Questa lunga digressione serve a contestualizzare la differenza fra il destino di Maja T. in conseguenza diretta della sua estradizione in Ungheria, che in Germania è stata riconosciuta come illegittima e comunque concessa, e quello che l’avrebbe attesə in Germania, anche qualora ci fossero state prove sufficienti a riconoscerlə, al di là di ogni ragionevole dubbio, come colpevole del reato contestato nel processo di Budapest.

Come si è svolta l’ultima udienza del processo a Maja T.

All’inizio abbiamo parlato anche di elementi meno strutturali e più collaterali, che fanno pensare a un processo politico. Fra questi c’è il trattamento che a Maja T. viene riservato in sede di udienza, per esempio il fatto di essere condottə in tribunale non solo ammanettatə, ma anche tenuta al guinzaglio.

Tornando alle informazioni che sono state condivise da chi era presente al processo, ovvero da Konrad Litschko e dagli amici e familiari di Maja, sembra che Wolfram Jarosch, il padre di Maja T., abbia cercato di far autorizzare una manifestazione a sostegno di suə figliə davanti al tribunale, ma che questa sia stata respinta, con la motivazione che le persone vicine a Maja potrebbero essere a loro volta appartenenti a gruppi terroristici. Si sarebbero svolte invece, senza alcuna limitazione, le manifestazioni di gruppi dichiaratamente neonazisti, identificabili dai simboli e dalle rune che sfoggiano liberamente e con orgoglio, davanti al tribunale e anche mentre Jarosch parlava con la stampa, denunciando come in Ungheria la libertà di espressione sia limitata in modo assolutamente unilaterale. La polizia, ci dicono i testimoni, era presente per difendere i neonazisti dai parenti e dagli amici di Maja. Questo, unito al fatto che il giudice József Sós abbia ripetutamente respinto le richieste della difesa, seguendo invece le indicazioni della procura, e che giovedì abbia mostrato evidente disinteresse nella pronuncia delle arringhe, preferendo invece lavorare sul proprio laptop mentre esse venivano pronunciate, non lascia sperare in una posizione anche solo imparziale della corte.

Il 4 febbraio verranno emesse le sentenze contro Maja T. e contro i coimputati, la tedesca Anna M. e l’italiano Gabriele M., entrambi giudicati in contumacia e attualmente nei propri Paesi d’origine. Ai due non vengono tuttavia contestati reati violenti commessi in Ungheria, ma solo l’appartenenza a un’organizzazione criminale. L’avvocato di Anna M. ha spiegato in aula che la non esistenza di tale organizzazione dovrebbe portare all’assoluzione della sua assistita, mentre il pm ungherese chiede, anche in questo caso, una lunga pena detentiva.

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Che cosa potrebbe accadere in caso di condanna

Se, come appare probabile, Maja venisse condannatə alla pena di 24 anni richiesta dalla procura, l’unica possibilità di ottenere almeno condizioni di detenzione compatibili con la dignità umana sarebbe il trasferimento in un carcere tedesco. Questo è anche l’unico punto sul quale l’attuale Ministro degli Esteri Johann Wadephul (CDU) si sia mai espresso, criticando il trattamento inumano di Maja T., che ha trascorso tutta la detenzione in isolamento. L’isolamento è una misura punitiva che molti esperti di diritti umani, nonché medici e psichiatri, considerano una forma di tortura. Le regole minime standard delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti (United Nations Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners) vietano l’isolamento per periodi superiori a 15 giorni. Maja T. è in isolamento da un anno.

Il Ministero degli Esteri ha affermato che solo dopo una sentenza in Ungheria sarà possibile il trasferimento in Germania e risulta che le autorità ungheresi siano favorevoli a questa possibilità.

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