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Parla il padre di Abdul Ballout: “Gli hanno fatto il lavaggio del cervello”

“Gli hanno fatto il lavaggio del cervello”. Non si dà pace Tawfik Ballout, padre i Abdul, il ventunenne accusato di essersi lanciato con un veicolo sulla folla che defluiva dal Christopher Street Day di Berlino, sabato sera. Suo figlio è stato ucciso dalla polizia nella giornata di domenica, in una zona di orti urbani nel quartiere di Spandau. Solo poche ore prima dell’attentato, ha dichiarato Ballout in un’intervista al settimanale Spiegel, padre e figlio avevano parlato al telefono: una telefonata normale, affettuosa, che non lo ha spinto minimamente a sospettare che qualcosa di terribile stesse per accadere.

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Il ricordo del padre di Abdul Ballout: “era un ragazzo generoso, gli hanno fatto il lavaggio del cervello”

Tawfik Ballout si trova in Libano, dove si reca una volta l’anno per fare visita ai parenti. Parlando con i giornalisti tedeschi, incredulo e sconvolto, sembra fare fatica a riconciliare il figlio affettuoso con l’assassino spietato. “Mi ha chiamato e abbiamo parlato normalmente, come ogni giorno” ricorda “Mi ha detto che gli mancavo e che avrebbe voluto essere lì con noi in Libano in quel momento”. Suo figlio, ricorda Ballout, non era così. Lo ricorda come una persona generosa, emotiva e affettuosa, dotata di un carattere quasi infantile. “Aveva il cuore di un bambino”, dichiara il 64enne, di fede sciita, che vive separato dalla madre di Abdul. Il giovane viveva infatti con la madre, insieme a due delle tre figlie della coppia.

Di quel figlio complicato e inquieto, Tawfik Ballout ha ricordi normali: aveva frequentato la scuola fino alla decima classe, per poi svolgere occasionalmente lavori come addetto alla sicurezza o autista, senza però riuscire a mantenere un’occupazione stabile. Certo, non era stato un adolescente tranquillo: già nel 2019 aveva avuto a che fare con la giustizia, per aver aggredito fisicamente un coetaneo, mentre nel 2020 aveva rubato degli auricolari a un altro ragazzo. Tali episodi avevano portato, nel 2022, a una condanna del tribunale minorile per estorsione e lesioni personali. Negli ultimi tempi, ricorda il padre, le sue giornate erano lunghe e noiose: dormiva fino a tardi e stava tutto il giorno davanti alla tv o con il telefono in mano.

Che fosse un estremista religioso, però, suo padre non l’avrebbe mai detto. La famiglia, spiega Ballout, non è neppure particolarmente religiosa e, in ogni caso, è di fede sciita, la corrente dell’islam opposta a quella sunnita dello Stato Islamico. Anzi, l’ISIS perseguita violentemente, prima ancora che i non musulmani, proprio gli sciiti e in generale tutti i musulmani che non si allineano alle sue visioni estremiste. Certo, ricorda il padre, Abdul qualche simpatia per i sunniti la provava, anche se, a una domanda esplicita di Tawfik, aveva espresso un’opinione negativa dello Stato Islamico. L’unico screzio su questo punto l’avevano avuto a proposito della barba, che Abdul voleva portare lunga. Suo padre gliel’aveva vietato, perché la barba lunga, sosteneva, era un segnale di radicalizzazione. Nonostante questo, il sessantanovenne non riesce a capacitarsi del fatto che suo figlio si sia reso protagonista di un attentato come quello di sabato: “Gli hanno fatto il lavaggio del cervello”, si dispera.

Dalla sera dell’attacco, l’uomo racconta di aver tentato per centinaia di volte di mettersi in contatto con il figlio, senza ricevere risposta: l’ultimo messaggio ricevuto da Ballout risalirebbe alle 21:53, pochi minuti prima che, secondo la ricostruzione, il minivan noleggiato si lanciasse contro la folla nel parco. “Sua madre sta impazzendo, anch’io non ho dormito né mangiato nulla da quando ho sentito la notizia”.

L’avvicinamento di Abdul Ballout all’ISIS

Che i genitori non sappiano quello che fanno i figli non è certo una novità. Non stupisce, quindi, che fra i ricordi del padre e la realtà vissuta di Abdul Ballout sia possibile registrare uno iato non insignificante. Dopo quei primi episodi delinquenziali e dopo aver sviluppato “una simpatia” per i sunniti, infatti, il giovane si era decisamente distaccato dalle visioni religiose moderate della sua famiglia. Nel maggio del 2025, dopo un primo progetto fallito di raggiungere la Mauritania transitando dalla Turchia, per recarsi in un’area in cui le milizie islamiste controllano ampie fette di territorio, Ballout avrebbe pianificato di raggiungere la Siria passando per Turchia e Libano, con l’obiettivo di unirsi all’ISIS. Il tentativo si è interrotto in Libano, dove il giovane è stato arrestato e trattenuto in stato di detenzione per tre mesi, prima di essere rimpatriato e arrestato in Germania. Il resto della sua vicenda è già noto: giudicato dal tribunale minorile e condannato a una pena sospesa, Abdul è tornato libero.

A bordo di un minivan bianco, sabato scorso, si sarebbe poi lanciato contro i partecipanti al corteo del CSD nella zona boschiva e scarsamente illuminata del Tiergarten. Terminata la corsa contro un albero, l’uomo avrebbe proseguito l’aggressione impugnando un machete contro altre persone presenti, per poi allontanarsi dalla scena prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Il bilancio è di 29 feriti e una donna deceduta sul posto.

Da quel momento, intorno alle 22, per la polizia berlinese si è aperta una corsa contro il tempo. Le ricerche hanno riguardato in un primo momento il Tiergarten stesso, per poi estendersi ai tunnel della S-Bahn, con controlli su autobus e convogli ferroviari. Gli agenti hanno inoltre fatto irruzione nell’abitazione del sospettato, nel quartiere di Schöneberg. Secondo la ricostruzione degli agenti, Ballout, una volta rintracciato dalla polizia nel luogo in cui si nascondeva, avrebbe reagito impugnando un coltello contro gli agenti, che hanno aperto il fuoco.

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