Il Museo del Rossetto di Berlino
Continua la nostra carrellata dei musei più strani di Berlino, e questa tappa è forse la più intima. Nell’appartamento privato del truccatore e collezionista René Koch si nasconde un vero e proprio “archivio della seduzione”, un inventario del desiderio attraverso i secoli, custodito tra pareti tappezzate di locandine d’epoca e segnato dall’impronta, nel senso letterale del termine, di labbra famose. Stiamo parlando del Museo del Rossetto.
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Dal 2009 la collezione è aperta al pubblico.
250 pezzi, duecento anni di storia
L’esposizione conta 250 oggetti e abbraccia oltre due secoli di storia della cosmetica: rossetti barocchi, astucci dell’Ottocento destinati a nobildonne e dame di corte, prodotti dell’era del cinema muto, lacche Art Déco degli anni Venti, fino al rossetto della DDR, uno dei tanti oggetti di uso quotidiano dell’ex Germania Est che sono diventati, col tempo, reperti di un’epoca ormai finita.
Il rossetto nella sua forma attuale esiste solo dal XIX secolo, ma il desiderio di cambiare il colore delle labbra, per quanto ne sappiamo, è antico quasi quanto la civiltà. Nel corso dei secoli, le invenzioni legate alla cosmetica per le labbra sono state tantissime, dalle più ovvie alle più complicate: una scatola in argento sterling cesellato, per esempio, poteva contenere due tonalità di fard in crema, da applicare tamponando con il dito, mentre un rouge nordafricano in argilla cotta, del diametro di sette centimetri, diventava liquido se inumidito e si prestava a essere applicato quasi come una tintura. Tutti questi ritrovati, che sfruttavano i materiali più disparati nelle forme più insolite, avevano un solo scopo: sedurre.
Tra i pezzi più rari figura un set da trucco giapponese proveniente dal lascito di Utagawa Kunisada (1786–1865), il più celebre artista della scuola ukiyo-e: una scatola d’argento con rossetto, pennelli per le labbra, pennello da cipria a doppia punta e xilografia a colori. Accanto a questo, un portacipria con nappa in piuma di cigno appartenuto a una granduchessa russa, datato circa 1920, con rossetto a meccanismo scorrevole nascosto nell’impugnatura incisa.
Gli anni Venti sono rappresentati anche dallo stile Black del cinema muto: rossetti a scatto ancora privi del meccanismo rotante, un rossetto Art Déco in ottone smaltato, nero opaco e argento lucido, un astuccio di lusso parigino del 1925, con diamanti, brillanti e zaffiri neri.
Le labbra che hanno fatto la storia
Sulle pareti dell’appartamento, oltre alle locandine cinematografiche storiche, campeggia una raccolta di oltre 150 impronte di baci. Hildegard Knef, Mireille Mathieu, Bonnie Tyler, Ute Lemper e la nostra Milva: nomi che attraversano decenni di cultura europea e che ricordiamo anche per il disegno inconfondibile delle loro labbra dipinte di rosso.
Per alcune personalità, come Evita Perón e Paloma Picasso, il museo conserva intere collezioni dei loro rossetti e accessori.
Una storia a sé merita il Rouge Baiser, il “bacio rosso” francese: pubblicizzato come resistente ai baci, fu ritirato dal commercio per via dell’eosina, un colorante rosso dalla chimica discutibile. Una promessa di eternità che si rivelò effimera, come spesso accade con le mode.
René Koch e il museo del rossetto
Koch ha messo a disposizione non solo la propria collezione privata, ma soprattutto la sua conoscenza della cosmetica e della sua storia: nelle visite guidate racconta lo sviluppo e la trasformazione dell’immagine femminile attraverso i secoli, senza lesinare aneddoti sulle celebrità, informazioni da insider, ma anche consigli sull’uso del rossetto e del make-up, trasformando ogni visita in qualcosa di più simile a una conversazione privata che a una tradizionale visita guidata.
Inoltre, il museo dei rossetti offre laboratori di trucco offrono la possibilità di entrare in contatto diretto con quella tradizione.




