Berlino: condanna in appello per l’uso dello slogan “Dal fiume al mare”
In Germania e in particolare a Berlino, la diatriba legale sulla legittimità dello slogan pro-Palestina “from the river to the sea” (“dal fiume al mare”) continua a colpi di sentenze. L’ultimo capitolo della saga ha visto l’annullamento, da parte della s d’appello di Berlino, dell’assoluzione pronunciata in primo grado dal tribunale distrettuale di Tiergarten per l’utilizzo di questa frase. La sentenza d’appello è stata pronunciata nel corso del procedimento a carico di un ventiquattrenne, accusato di aver utilizzato lo slogan a Potsdamer Platz, durante una manifestazione del 20 aprile 2024. Martedì, al termine dell’udienza di revisione, i giudici hanno indicato molteplici “errori giuridici nella pronuncia originaria”, ma l’iter processuale non è ancora finito: il fascicolo tornerà ora presso un diverso dipartimento dello stesso tribunale distrettuale. (AZ: 3 ORs 50/25; 235 Cs 1055/24).
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Vizi nella prima pronuncia
La terza sezione penale della d’appello ha rilevato carenze argomentative nella sentenza di primo grado e un’applicazione scorretta della norma penale concernente i simboli delle organizzazioni terroristiche. Il 9 luglio dello scorso anno, il tribunale aveva prosciolto il giovane dall’accusa di aver utilizzato simboli di organizzazioni anticostituzionali e terroristiche, ritenendo che non fosse emersa la prova che l’imputato intendesse adoperare uno slogan riconducibile a Hamas. Al momento, questo slogan è utilizzato dalla stragrande maggioranza dei movimenti pro-Palestina nel mondo, ma è vietato solo in Germania e Austria.
Sullo slogan “dal fiume al mare” potrebbe pronunciarsi Corte federale di giustizia
Di recente si è verificato un altro caso che ha riportato in auge il dibattito su questo tema. Un venticinquenne ha ricevuto dal tribunale regionale di Berlino una sanzione pecuniaria per aver pronunciato la medesima espressione durante un raduno nel dicembre 2024 a Friedrichshain. La difesa ha annunciato l’intenzione di fare ricorso, circostanza che potrebbe portare la questione alla Corte suprema di Karlsruhe, dalla quale ci si attende un pronunciamento definitivo sulla liceità dell’espressione controversa.
L’orientamento giurisprudenziale, al momento, oscilla considerevolmente. La stessa frase per cui il venticinquenne ha subito condanna veniva ripetuta da centinaia di migliaia di persone nel settembre scorso, durante una grande manifestazione per Gaza, senza che le forze dell’ordine intervenissero. Manca un orientamento uniforme nei tribunali penali tedeschi, che hanno formulato valutazioni divergenti. Nessuna indicazione vincolante è finora giunta dalla Corte suprema.
Nel novembre 2023, il Ministero dell’Interno aveva inserito lo slogan fra i simboli terroristici, in concomitanza con il divieto di Hamas sul territorio tedesco.
A luglio, l’attivista Yasemin Açar era stata assolta per l’utilizzo della medesima espressione. Poche settimane dopo quella pronuncia, un gruppo di legali tedeschi aveva sollecitato la procura di Berlino ad abbandonare tale imputazione, sottolineando come si trattasse di uno slogan adottato trasversalmente, privo di automatica valenza di sostegno ad Hamas. La procura aveva respinto la richiesta.



