Berlino: l’attivista Yasemin Acar assolta per lo slogan “From the river to the sea”
Mercoledì mattina, davanti al tribunale penale di Moabit, l’attivista filopalestinese Yasemin Acar si è presentata in aula con una kefiah sulle spalle. Attorno a lei, una piccola folla di sostenitori, che hanno atteso, mentre la giustizia tedesca si preparava a esaminare un caso denso di tensioni politiche. In ballo non c’era, infatti, solo la responsabilità individuale della 38enne, ma anche la legittimità stessa di uno slogan molto usato nelle manifestazioni si solidarietà con la Palestina e con la popolazione civile di Gaza, per il quale molte altre persone sono state denunciate in Germania. Lo slogan “From the river to the sea, Palestine will be free”, ovvero “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”, è infatti stato considerato, almeno fino a ora, direttamente legato ad Hamas e veicolo di antisemitismo, poiché viene interpretato come una negazione al diritto di Israele a esistere come Stato.
In quest’occasione, Acar ha affrontato anche diverse altre accuse legate a proteste e manifestazioni alle quali ha partecipato e per le quali è stata condannata, ma la decisione del tribunale sullo slogan “incriminato” era forse l’unica davvero importante per l’attivista e i suoi sostenitori e la decisione del tribunale su questo il punto è stata motivo di gioia per il movimento di supporto alla causa palestinese.
Il processo a Yasemin Acar
Tra i capi d’imputazione, figuravano resistenza all’arresto, diffamazione della polizia (Acar avrebbe dato dei “criminali” ad alcuni agenti durante gli scontri e accusato apertamente le forze dell’ordine di presentarsi alle proteste solo per colpire donne e bambini), utilizzo di simboli vietati (lo slogan di cui sopra) e un’aggressione (Acar avrebbe lanciato un ombrello contro un agente, senza conseguenze fisiche per quest’ultimo), compiuta durante una manifestazione nel luglio 2024.
Nella sua dichiarazione, l’attivista denuncia non solo l’offensiva israeliana a Gaza, ma anche il ruolo della Germania come fornitore di armi e complice dello sterminio della popolazione civile. Ribadisce che il procedimento nei suoi confronti è un tentativo di zittire le voci migranti che osano contestare l’ingiustizia.
Il suo legale, dal canto suo, contesta con fermezza l’uso politico dell’accusa di antisemitismo: “In Germania, è un’accusa grave e giustamente sensibile, ma viene brandita per delegittimare il dissenso”. Critica inoltre la sospensione del diritto di riunione a Neukölln per diverse settimane, osservando che si tratta di un’ingerenza grave nei diritti fondamentali.
Il significato dello slogan e la sua interpretazione giuridica
Lo slogan «From the river to the sea» è stato finora considerato dal Ministero dell’Interno tedesco un simbolo dell’organizzazione palestinese Hamas. Ma per la giustizia tedesca, a quanto pare, la questione è molto meno netta.
Il tribunale distrettuale di Tiergarten ha assolto Acar dall’accusa di aver utilizzato simboli di un’organizzazione terroristica. Secondo la sentenza, pronunciata dal giudice Philipp Berkholz, non c’è stata alcuna intenzione da parte dell’imputata di promuovere l’ideologia di Hamas. La decisione si fonda anche su un verdetto precedente del tribunale regionale di Berlino (aprile 2025), che chiariva come lo slogan appartenga a un movimento di protesta internazionale e variegato e non possa essere definito, in modo univoco, antisemita o violento.
Un’ulteriore perizia dell’Ufficio criminale regionale ha sottolineato che l’origine dello slogan faceva riferimento a un’idea di Stato multietnico e laico, e non a un programma di annientamento.
Acar stessa, in aula, ha dichiarato: “Dal fiume al mare per me significa giustizia, autodeterminazione e pace”. Il messaggio che intendeva trasmettere, sostiene, è stato stravolto e criminalizzato: “Ci attribuiscono antisemitismo per screditare la nostra causa”, ha aggiunto.
L’esito del processo e le reazioni immediate
Acar è stata riconosciuta colpevole di reati legati alla resistenza e all’insulto verso pubblici ufficiali. Dovrà pagare una multa di 1800 euro, equivalente a 120 multe giornaliere da 15 euro ciascuna. Tuttavia, l’assoluzione dai cinque capi d’accusa collegati allo slogan ha suscitato un’ondata di entusiasmo tra i sostenitori. Fuori dal tribunale, il clima era acceso già da ore.
Durante l’udienza, le voci dei manifestanti all’esterno si facevano sentire fino dentro l’aula. E appena terminata la lettura della sentenza, Acar si è unita al corteo. “Quando qualcuno con un nome arabo alza la voce, lo Stato reagisce con la forza – ma la nostra resistenza è più forte di qualsiasi repressione”, ha detto davanti alla folla.
Nel corso della manifestazione, la tensione è salita. A tratti, la polizia è intervenuta con nuovi arresti. Alcuni partecipanti, secondo quanto riferito, sono stati fermati proprio per aver ripetuto lo slogan al centro del processo. Il rischio di ulteriori procedimenti penali non è escluso.




