nostalgia di casa

di Riccardo Coradeschi

“Quando torni?”
A volte non aspetta neanche che passi i controlli all’aeroporto, lo chiede prima ancora che lasci andare il mio braccio. Lo chiede ridendo, mia madre, ma lo chiede spesso.

Un’ora di viaggio verso l’aeroporto, poco più di un’ora di attesa e un’ora e venti di volo: in quattro ore (teoriche) riesco a tornare a casa, quasi meno di quanto ci metterei da una provincia confinante. La lontananza, però, sembra aumentare esponenzialmente con il cambiare di stato, di lingua, di latitudine. Non oso immaginare quale sarebbe l’effetto se cambiassi fuso orario.

L’altra grande domanda è identica e speculare. Quel “quando torni?” prende una sfumatura più definitiva, quasi profetica. Non è più “quando torni a salutarci?”, ma “quando torni in Italia?”, quasi la mia vita a Berlino fosse una parentesi destinata, prima o poi, ad essere chiusa. Una migrazione stagionale, un volo di poiane e nulla più.

Sono partito piuttosto giovane (pure troppo, pensavano i miei all’epoca), e alle volte temo che questo abbia fornito alla mia migrazione un tono di ribellione di gioventù, destinandomi dunque a rientrare con l’arrivo dell’età della ragione. Così finora non è stato, e come ogni emigrante continuo a vivere lontano da quella che è stata, per molti anni, casa mia.

Quando ero bambino immaginavo ci sarebbe stato un momento della mia vita in cui sarei finalmente diventato “grande”, e per tutta la vita mi sono sentito privato di questo momento preciso di trasformazione quasi alchemica. Forse però c’è stato, ed è facile da identificare: la prima volta che mi sono reso conto che la casa in cui sono cresciuto non era più casa mia, ma la casa dei miei genitori.

Immagino che quasi tutti abbiano un momento di trepidante nostalgia in momenti del genere, ma, per i tanti che uniscono il passaggio della frontiera al passaggio alla vita adulta, questo passo è ancora più marcato. Non solo “Patria! Parenti! Amici!”, ma anche un pasto pronto, i vestiti lavati, una casa pulita, le spese più banali.

messy kitchen photo Photo by Aaron Jacobs

Se l’uomo è veramente un animale sociale, l’allontanamento dal ristretto circolo di ciò che ci è noto e familiare equivale ad un atto di ribellione contro uno dei nostri più basici istinti. Non importa che sia prima o dopo averla presa: la scelta di cambiare Paese è sempre sofferta. Ciò però non significa che non si stia bene una volta arrivati a destinazione: il dilemma dell’emigrante rimane a prescindere dalla realtà in cui ci si cala all’arrivo. La sensazione di avere un pezzo di vita nel Paese di origine è un’idea a cui il cervello torna ciclicamente, nonostante gli sforzi o la pace trovata nella nuova sistemazione.

Cerchi di contrastare questa sensazione cercando di accumulare più vita possibile per legittimare la tua nuova patria: vuoi conoscere più persone, fare tutto quello che non hai mai potuto fare in Italia (come le prime, gloriose giornate in cui, da bambino, avevi la casa tutta per te), reinventarti. Non solo vuoi farlo, ma devi volerlo. Dopotutto perché trasferire la tua vita all’estero se la vivi come facevi in Italia? Se non vai per locali, se non ascolti la techno, se non esprimi te stesso al massimo che ci vai a fare a Berlino?

Poi arriva l’inverno. Buio alle 15.30. Freddo. Pioggia.

Inizi ad esprimerti dal divano, sotto un plaid. L’eccitante filtro della novità svanisce e l’idea di conoscere gente in giro è sempre meno invitante.

C’è una ragazza incontrata per caso ad un corso di tedesco che vive letteralmente dietro l’angolo, e, nonostante ripetuti inviti, sono riuscito ad evitarla ormai per più di tre anni. In tutta sincerità la sua festa di compleanno vegan potrebbe essere stata la causa scatenante, ma quello è un rischio di cui bisogna tenere conto, a Berlino.

Photo by Biscit aka Simon J

Lentamente emerge la consapevolezza di quanto sia necessario crearsi una famiglia anche qui, per bilanciare quanto di nostro abbiamo lasciato nei Paesi di origine. Ci si aggrega come giocattoli scompagnati: qualche amico, dei rituali a cui aggrapparsi, magari un* partner. Una famiglia lontana dalla famiglia, una piccola colonia affettiva nella terra di nessuno. E quando tra italiani a Berlino ci si chiede “Ma tu lo conosci ItalianoABerlinoX?” sembra quasi un pranzo con i parenti, quando un lontano prozio ti chiede “A chi si’ figlio tu?”.