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L’inferno di Gaza e la guerra globale permanente: intervista a Manolo Luppichini

Manolo Luppichini è un regista, un autore e ha co-fondato diversi progetti mediatici all’avanguardia che combinano nuove tecnologie, temi sociali e arte, tra cui “The Church of Electrosophy”, “Candida TV”, “DeriveApprodi”, “Indymedia” e altri. Opera a Gaza da oltre 20 anni e ha recentemente partecipato a Berlino alla conferenza “Beyond Control“, organizzata dal Disruption Network Lab
Regista cinematografico dal 1994, è stato anche assistente di Vittorio Storaro, il direttore della fotografia italiano vincitore di ben tre Oscar per “Apocalypse Now”, “Reds” e “L’ultimo imperatore”.  Ha inoltre lavorato come assistente alla regia, direttore della fotografia e regista per centinaia di produzioni, filmando in Europa, negli Stati Uniti, in Africa, Medio Oriente e Asia meridionale. Le sue opere sono state trasmesse su RAI, Mediaset, Fox Life, SKY, Al Jazeera, Schweizer Fernsehen (SRF) e nel programma televisivo in prima serata di Rai 3 “Presa Diretta”.

Manolo Luppichini

È di questa mattina la notizia della presa, dal lato di Gaza, del valico di Rafah da parte dell’Idf, che ha dichiarato di aver localizzato l’imbocco di tre tunnel “significativi” per Hamas. I residenti della zona orientale sono stati incoraggiati a evacuare temporaneamente dalla zona e a dirigersi nell’area umanitaria ampliata di Al-Mawasi. L’agenzia di stampa palestinese Wafa ha criticato duramente la presa del valico, dichiarando che la presenza delle forze israeliane impedisce il trasferimento degli aiuti e che questo “fa presagire una carestia”. Intanto, il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha dichiarato, incontrando Sergio Mattarella, che “un’invasione di terra a Rafah sarebbe intollerabile, per le sue conseguenze umanitarie devastanti e per il suo impatto destabilizzante nella regione”. Avevo pensato di iniziare la nostra intervista in modo lievemente diverso, ma credo che sia inevitabile cominciare da Rafah, che tu conosci molto bene e non è facile trovare chi abbia vissuto dall’interno l’infernale dinamica degli ultimi mesi a Gaza e possa raccontarcela…

Io sono stato diverse volte a Gaza, passando sempre da Rafah, e tante volte anche in Cisgiordania, ma anche in Israele, nel corso degli scorsi venticinque anni. La questione del valico di Rafah è l’ennesimo tassello di un puzzle dell’orrore che si sta componendo sempre più chiaramente. Per chi conosce quelle zone era già abbastanza evidente che saremmo arrivati a questo punto.

Questa compressione, questa sorta di “bonifica” di Gaza in corso, da parte dell’IDF, aveva evidentemente come obiettivo quello di espellere fino all’ultima persona, di annichilire non solo le residue forme di resistenza, ma la stessa esistenza dei palestinesi in quella zona. Fino a poco tempo fa, quando passavo da Rafah, davanti al valico c’era una zona praticamente desertica. Siamo nella penisola del Sinai e quindi parliamo di una zona che è proprio nel deserto. C’era questa strada che arrivava lì, qualche casupola, qualche chiosco, venditori di zucchero filato e altre amenità, bambini che chiedevano l’elemosina e uno spazio sconfinato e aperto. 

Questo fino a pochi mesi fa, perché quando sono tornato, insieme alla delegazione composta da parlamentari, accademici, cooperanti e giornalisti che tra febbraio e marzo è stata a Rafah, lo spettacolo era totalmente diverso. Ci siamo cioè trovati davanti a una zona totalmente militarizzata. Ovviamente siamo arrivati dal versante egiziano, dopo aver attraversato il Canale di Suez, con tutte le difficoltà che ci sono state per ottenere i permessi solo per superare il canale ed entrare nel Sinai, zona sottoposta a leggi durissime e molto restrittive da parte del ministero degli interni egiziano. Ecco, una volta che siamo riusciti a superare quell’ostacolo abbiamo da subito cominciato a vedere i camion… tutti questi camion insieme non si erano mai visti.

C’erano migliaia e migliaia di camion parcheggiati, nell’attesa di arrivare in questo “imbuto” finale che ormai è diventata l’area che circonda il valico di Rafah, totalmente chiusa dalla presenza di tanti alti muri di cemento e questi moduli prefabbricati che utilizzano ormai da torrette, tra l’altro costruite da aziende italiane. C’è un’azienda di Lecce che costruisce questi container telescopici, che poi si alzano e diventano, appunto, torrette. È una situazione di controllo assoluto, come se fosse un ovile, con dei canali di passaggio per contenere l’eventuale tracimazione di tutta questa umanità ormai compressa. Parliamo quindi di un cambiamento radicale, anche dal punto di vista architettonico, di una zona ormai predisposta a contenere un’eventuale esondazione umana, sotto la pressione costante dell’IDF. 

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Una manifestazione in solidarietà con Gaza, tenutasi a Berlino il 21 ottobre 2023. Photo credits: EPA-EFE/FILIP SINGER

Arrivati lì, ci siamo trovati davanti a questo spettacolo allucinante, inscatolati dal cemento in quella che prima era invece una piana aperta e piena di gente. C’erano solamente militari e qualche agente umanitario delle Nazioni Unite, che ci ha accompagnati un po’ spaesato. E, come ti dicevo, migliaia di camion parcheggiati in un’area ricavata a poca distanza dal valico. Quest’area noi l’abbiamo vista, era enorme e ospitava un migliaio di questi mezzi, con questi autisti, molti dei quali provenivano dalla Giordania e dai Paesi vicini, aspettavano lì da mesi

La cosa più sorprendente è che andando a verificare dal satellite, quell’area che a noi sembrava enorme, che ospitava un migliaio di camion, era solamente la ventesima parte dell’area che è stata spianata, preparata e perimetrata, evidentemente in attesa di qualche altro evento. Perché non è che ti metti a spianare chilometri e chilometri quadrati di deserto e li perimetri solo per il gusto di farlo. Evidentemente tutta una serie di negoziati, dei quali noi non sappiamo l’esistenza, sono stati già abbondantemente svolti e ci sono piani che probabilmente verranno attuati in seguito, a seconda degli eventi. Dobbiamo ricordare anche un’altra cosa importante e cioè che nel vero e proprio valico di Rafah non passano le merci, ma solamente persone ed elementi umanitari.

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu con il cancelliere tedesco Olaf Scholz, durante la conferenza stampa tenutasi a Gersusalemme il 17 marzo 2024. Photo cresita: EPA-EFE/LEO CORREA / POOL

E gli aiuti?

Gli aiuti no, cioè… qualsiasi camion passa attraverso un cancello, che è praticamente a fianco del valico da cui passano le persone, ma poi entra in una strada che aggira la parte sud della Striscia e arriva a Kerem Shalom. Kerem Shalom è invece il valico gestito da Israele, dove ci sono tutte le apparecchiature di verifica del contenuto dei camion e che consentono il passaggio con il contagocce. Quindi nulla passa veramente dal valico di Rafah, se non le persone, tutto passa da Kerem Shalom. Nella strada che porta al valico di Kerem Shalom ci sono quei passaggi in cui i coloni e gli israeliani più “accaniti”, diciamo, a volte cercano addirittura di bloccare o svuotare questi camion, facendo di tutto per evitare che arrivino gli aiuti. Fra i camion fermi che ho visto, c’erano anche quelli di World Central Kitchen

In effetti ti ho visto in un video su Instagram, in cui commentavi proprio una colonna ferma di camion di World Central Kitchen, bloccati a Rafah

La storia con World Central Kitchen è un po’ complessa, nel senso che parliamo di un’organizzazione privata americana che, fino a quel momento, aveva svolto soprattutto interventi di protezione civile in situazioni di crisi legate a catastrofi naturali. Dopo un primo intervento in Ucraina, era solamente la seconda volta che operavano in una zona di guerra. Questa loro capacità di “passare”, a differenza di tante altre altre organizzazioni, compresa l’Unrwa, che avrebbe tutto il diritto, anzi il compito, di occuparsi della crisi in atto, era evidentemente dovuta a un rapporto preferenziale dei vertici con l’amministrazione Biden e di conseguenza anche con il Cogat, l’ente israeliano che gestisce il passaggio degli aiuti umanitari.

L’ong con la quale collaboro, ACS (Associazione di cooperazione e solidarietà), da molti anni opera a Gaza con una serie di attività molto importanti, specialmente rivolte ai giovani, ma in questo periodo, ovviamente, tutte quelle attività sono state riconvertite in aiuti legati al cibo, per garantire la sopravvivenza. Tra le altre cose sono state allestite due cucine a Rafah e una era in allestimento a Gaza City, quando siamo stati contattati proprio da World Central Kitchen, che ci ha proposto di aiutarci a tenere in piedi queste strutture. 

Gaza City, area di El-Remal dopo un raid aereo israeliano, 9 ottobre 2023. Photo by Naaman Omar. Palestinian News & Information Agency (Wafa) in contract with APAimages, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons

Con molta cautela e attenzione, devo dire, la nostra ong ha risposto che sì, accettavamo, ma solo in quel particolare momento di emergenza, in cui la priorità era assicurare la sopravvivenza delle persone, ma abbiamo sottolineato che il nostro riferimento sono le Nazioni Unite e il lavoro incredibile svolto, da decenni, da agenzie come l’Unrwa, che non è sostituibile da un privato perché non si può privatizzare l’aspetto umanitario. Dopo aver reso questo molto chiaro, però, abbiamo accettato, perché davanti alla fame vera e propria non puoi metterti ad alzare il ditino, perché lì c’è gente che sta morendo di fame e tu non ti puoi permettere questo lusso. Quindi abbiamo accettato di buon grado e siamo stati al Cairo per fare una riunione con lo staff del World Central Kitchen e mettere a punto il nostro rapporto di collaborazione. In quell’occasione ho conosciuto e abbracciato, perché era una persona bellissima, anche Zomi (Lalzawmi ‘Zomi’ Frankcom, ndr), questa donna australiana, che poi è rimasta vittima dell’attacco…

La ricordiamo tutti in un video, in cui mostravano la cucina allestita a Deir al-Balah…

Una donna straordinaria. E li hanno ammazzati, li hanno perseguitati e braccati in tre fasi diverse, il che ci porta poi anche a ragionare sul modo in cui viene sviluppato questo tipo di di conflitto e quali siano gli strumenti che vengono utilizzati. Evidentemente l’assassinio dei sette operatori di World Center Kitchen è il frutto del lavoro di Lavender, un’intelligenza artificiale alla quale vengono dati dei target, che molto spesso sceglie addirittura lei stessa, senza che ci sia in seguito alcuna presenza umana a gestirne l’operatività. Questi sistemi, quindi, acquisiscono un obiettivo e lo inseguono fino al totale annichilimento. Questo è successo alle nostre colleghe e colleghi del World Center Kitchen.

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Alcuni operatori del World Central Kitchen radunati attorno ai corpi dei colleghi uccisi in un raid aereo dell’esercito israeliano. Rafah, sud della Striscia di Gaza, 2 aprile 2024. Photo credits: EPA-EFE/HAITHAM IMAD

Come giudichi la dichiarazione dell’IDF, che ha parlato di un errore, a proposito del raid che ha ucciso i sette operatori del World Center Kitchen?

Non è un errore, è una pratica. Non esiste alcun errore, perché tu non mi insegui per tre volte per errore, l’errore lo fai una volta. Non bombardi per tre volte automobili che portano chiaramente dei segnali sul tetto, che spiegano che è una missione umanitaria coordinata con l’IDF. È una pratica continua affidata in parte all’elemento umano e in parte l’intelligenza artificiale, che consente di sterminare la popolazione, scaricando la responsabilità su una macchina. 

Questo è anche un po’ l’orrore che si cela dietro questo utilizzo spregiudicato di una tecnologia a servizio bellico, specialmente quando sappiamo che quei sistemi funzionano basandosi su algoritmi che raccolgono le informazioni da tutti i social media, dai gruppi Whatsapp, da Facebook. Questi elementi sono raccolti per scegliere gli obiettivi, per poi far operare questi droni killer, oppure per dare indicazioni agli aerei o impulso agli attacchi missilistici. È una cosa veramente veramente dura da mandare giù e che prospetta un futuro di warfare terribile, veramente pericoloso. 

La guerra dell’intelligenza artificiale, la guerra a distanza, la guerra dei droni… tutto questo, in qualche modo, disumanizza anche l’”innesco bellico”, nel senso che tutto diventa una specie di gioco di videogioco in VR. Siamo un po’ lontani dal coinvolgimento emotivo di chi si sbudellava con la baionetta al fronte. È tutto incredibilmente inumano.

Mi colpisce quando, giustamente, davanti a tutto questo, le persone dicono “è inumano”. Perché molto spesso sono proprio le macchine a gestire il processo e quindi possiamo parlare di inumanità non solo nell’afflato e nell’ideologia che lo genera, ma anche negli strumenti, che sono de facto deumanizzati, proprio per consentire un tipo di operatività che magari gli umani non si sentirebbero di attuare. 

Tornando però alle baionette che menzionavi, attenzione, perché qui i warfare si intrecciano. Accanto alla guerra a distanza tramite droni e intelligenze artificiali, infatti, c’è anche quella che potremmo chiamare proprio una “guerra di baionette” o in “stile medievale”, con le trincee, e lo vediamo in Ucraina. Qui ci sono state battaglie che ci hanno fatto tornare indietro nel tempo, specialmente quest’inverno, quando le condizioni meteo non consentivano l’utilizzo di certi strumenti. Sembrava di essere tornati all’età della pietra e della clava, in una sovrapposizione di piani antichissimi e ultramoderni. Clave tecnologiche, potremmo dire.

Uno scenario distopico…

Distopico al massimo. Per questo torniamo sempre al discorso della guerra in generale. Questa della Palestina è attualmente la più macroscopica e sfacciata delle ingiustizie legata ai sistemi di controllo e di annichilimento genocidiario di un’intera etnia. Ma tutto questo si inserisce in un contesto globale.

Cosa vedi, espandendo la crisi mediorientale su scala globale?

Il punto è proprio questo. Non serve un genio per capire che quello che succede in Palestina è uno degli elementi che danno corpo a una guerra globale permanente alla quale, come rane bollite, ci hanno abituato, così come ci hanno abituati a un linguaggio e a una postura bellica che ormai sono parte integrante del discorso politico e mediatico. Se andiamo a mettere in fila i conflitti che hanno attraversato il pianeta negli ultimi 15 anni, non finiamo più: Afghanistan, Iraq, Siria, possiamo parlare del Sudan, dello Yemen, dell’Etiopia, della Libia, chiaramente dell’Ucraina e ora stiamo di nuovo parlando, come da 76 anni a questa parte, della Palestina. 

Se non riusciamo a fare un passo indietro e a guardare a questo quadro nel suo complesso, se non riusciamo a riconoscere che la guerra globale permanente è ormai un fatto e ci stiamo navigando dentro senza neanche gli strumenti per comprenderla, proprio perché distratti ogni volta da un nuovo conflitto, continueremo a non capire.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e sua moglie Emine. Istanbul, Turchia, 28 Maggio 2023. Photo credits: EPA-EFE/TOLGA BOZOGLU

Per esempio, mentre Erdogan dice giustamente che i poveri palestinesi vengono bombardati, sta bombardando i poveri curdi sulle montagne dell’Iraq. Parliamo tra l’altro di una resistenza importantissima, anche perché i curdi portano dei contenuti molto avanzati sulle pratiche di autogoverno.

Anche sulla parità di genere…

Sulla parità di genere, sull’ecologia, fanno un discorso incredibilmente avanzato ed è quasi sorprendente, se pensi che nasce in una zona così tormentata del mondo. E invece i curdi hanno avuto la capacità di trovare forme di autogoverno così avanzato che lavorano sui processi democratici, facendoli progredire. 

Ad ogni modo, se non riusciamo a vedere tutta questa complessità e a darle un nome, che poi è guerra globale permanente, finiremo sempre a rincorrere le farfalle come vorrebbero che facessimo, perché ci concentriamo su elementi singoli senza guardare il quadro complessivo. 

È chiaro che poi, nello specifico, ci sono diversi contesti, diverse geometrie e geografie del conflitto, fenomeni interni, scontri fra fazioni. Come calare la tua logica in tutto questo?

Cercherei di semplificare, perché la questione è veramente molto complessa e io non sono un analista, sono una persona che fa filmetti e che s’è trovata in situazioni particolari.

Oddio, sei stato anche l’assistente di Storaro, non li chiamerei “filmetti”… 

Diciamo che vengo da quel mondo, sono una persona che racconta storie e quindi non ho la pretesa di dare indicazioni. Però osservo e osservo insieme ad altre persone, proprio perché credo molto nell’intelligenza collettiva e quello che ti sto esprimendo è il frutto della raccolta di tutta una serie di posizioni ed esperienze vissute insieme ad altre persone, con le quali quotidianamente mi confronto. Questo è un altro aspetto importante. Non abbiamo bisogno di “caudillos”. 

Quando mi domandi cosa bisognerebbe fare, posso dirti che una cosa che riteniamo importantissima è il ripristino e l’applicazione del diritto internazionale. Senza andare troppo lontano, diciamo che dal bombardamento di Belgrado e della Jugoslavia in poi, dagli anni ’90, con la presa di Baghdad e tutto quello che è successo, incluso l’Afghanistan e l’11 settembre, sono state messe in atto tutte operazioni attuate in barba al diritto internazionale. Pian piano c’è stato uno svuotamento dell’autorevolezza dell’ONU, in funzione di coalizioni dei giusti, degli onesti, con sanzioni applicate unilateralmente dalle nazioni. Le Nazioni Unite sono state esautorate e avrebbero bisogno di essere riformate, perché anche il diritto di veto è uno di quegli elementi che impedisce, ad esempio, che vengano applicate le centinaia e centinaia di risoluzioni approvate contro Israele per via dell’occupazione. 

È poi evidente che se viene calpestato quotidianamente il diritto internazionale, se la legge dell’umanità non ha aderenza, non ha efficacia, a chi vuoi che si rivolgano le persone, per ottenere una parvenza di giustizia? Alla legge di Dio. Proprio perché la legge degli uomini è stata calpestata. Quindi non ci meravigliamo, se da una parte troviamo il giudaismo messianico del sionismo estremo di destra e dall’altra parte gli islamisti salafiti jihadisti, a contendersi in campo.

Per questo dobbiamo rimettere in piedi un sistema che garantisca l’applicazione della giustizia e quindi infonda fiducia nella possibilità di ricostruire un impianto politico secolare, se non vogliamo continuare a vedere un inasprirsi dei nazionalismi e delle guerre su base religiosa o etnica.

GazaWeb e gli Alberi della Rete a Gaza, Acs-Italia. Illustrazione di @zerocalcare

Parliamo degli “Alberi della rete” a Gaza, progetto a cui ti sei molto dedicato, insieme ad Acs. Tutto parte dal fatto che da inizio ottobre 2023, il traffico internet a Gaza è diminuito di più dell’80%, a causa della distruzione delle infrastrutture di telecomunicazione e del ristretto accesso all’elettricità. Una situazione, questa, che isola e rende impossibile sia reperire informazioni che mantenere contatti umani. Cosa avete deciso di fare a riguardo?

Tutto parte da una situazione che abbiamo osservato sin dai primissimi giorni. Io vengo da esperienze come quella di Indymedia, delle BBS, le persone della mia generazione hanno sempre avuto un rapporto con la tecnologia molto “creativo”, orientato alla telematica di base, dal basso. Siamo stati poi superati e schiacciati dal mondo dei social, ma veniamo da quella storia. Tra “nerd attempati” impegnati in quel contesto, ci siamo resi conto che metterci in contatto con le nostre collaboratrici e i nostri collaboratori, le nostre sorelle e fratelli, a Gaza, diventava sempre più problematico, proprio per via di questo taglio delle connessioni.

Tra l’altro, al di là della distruzione materiale delle infrastrutture, Israele detiene il controllo di Paltel, Jawwal, cioè… tutti i “cavi”, come dire, sono tenuti sotto le forbici di Israele, che regola la quantità di flussi di informazioni che passano attraverso i tubi. Quindi l’azione si svolge su due piani: restringere la capacità di transito dei dati e distruggere le infrastrutture che consentono la connessione, ma possiamo anche parlare dell’omicidio diretto degli operai che andavano a ripristinare le antenne. Si sono verificate situazioni, documentate, in cui persone che tentavano di farlo venivano ammazzate dai droni ed è ovvio che poi smettevano di provarci, perché il messaggio era chiaro. 

Striscia di Gaza. Per gentile concessione di Acs

Ora, davanti a questo quadro, davanti alla difficoltà che noi avevamo di entrare in contatto diretto con le persone che operano sul territorio, abbiamo cominciato a esplorare possibili soluzioni per ripristinare queste connessioni e ne abbiamo vagliate tante, prima di arrivare a quella giusta. 

Tra l’altro abbiamo scoperto anche che c’è un’Agenzia del World Food Programme, che si chiama Fittest, che dovrebbe proprio fare questo lavoro e cioè garantire quello che le Nazioni Unite stabiliscono come un diritto umanitario, il “digital right” dell’accesso all’informazione, ma anche alle relazioni. In un mondo ormai riformattato su determinate strutture di collegamento, quando stacchi quell’elemento tu rompi legami familiari, legami di comunità e noi dobbiamo garantire che le comunità restino coese, perché quello è un’altro elemento del genocidio. Se ci pensi, non consentire che ci sia una comunicazione fra le persone, fa sì che le comunità vengano disgregate e atomizzate.

Gli “Alberi della rete” di Gaza. Attraverso un sistema di secchi e carrucole, si creano degli hotspot. Per gentile concessione di Acs

E come si è sviluppato il progetto degli alberi?

Esplorando le varie soluzioni, grazie anche al lavoro straordinario che hanno fatto alcuni esperti egiziani, tra cui Mirna El Helbawi, che ha creato questa E-sim Gaza, abbiamo scoperto l’esistenza proprio delle e-sim. Le e-sim sostituiscono le sim fisiche e vengono inserite nei telefoni con un codice. In pratica non ti danno un numero di telefono, ma il codice ti consente di attivare un meccanismo che abilita la ricezione da vari provider. Questo sistema viene generalmente utilizzato dai turisti o dai businessman, che invece di stipulare un contratto con i provider locali, quando sono in viaggio all’estero, lo fanno tramite alcune agenzie, che acquistano dei pacchetti dati dai vari provider nazionali.

Gli “Alberi della rete” di Gaza. Attraverso un sistema di secchi e carrucole, si creano degli hotspot. Per gentile concessione di Acs

Con questo sistema, quindi, ci si appoggia ora a un provider, ora a un altro, attraverso un sistema virtuale che attiva il meccanismo tramite un QR code o una stringa di codice. Qual è però il problema? Mirna e gli altri sono stati molto bravi, ma il loro sistema lavora secondo una logica “uno a uno”, che mette in contatto persone che hanno questi telefoni. Non tutti i telefoni consentono questo tipo di connessione, solo i più moderni e sofisticati. La maggior parte dei telefoni, però, non è compatibile con le e-sim e questo crea una distinzione di classe… ora mi tocca dire questa parola, però è evidente, no? 

La nostra idea è stata questa: collaborando e avendo tante relazioni A Gaza da vent’anni, abbiamo chiesto alle nostre amiche e ai nostri amici se avessero voglia di diventare “giardinieri e giardiniere della rete” e tutto è nato così. Abbiamo raccolto dei soldi con un crowdfunding ancora attivo, abbiamo fatto in modo che si procurassero telefoni che consentono il collegamento con le e-sim, oltre che dei pannelli fotovoltaici per alimentarli, e li abbiamo fatti diventare degli hotspot. Di fatto riprendono il segnale scavalcando il muro, perché grazie alle loro posizioni particolari riescono a connettersi con le reti israeliane o egiziane, e a restituirlo in forma di banalissimo wi-fi, accessibile anche dagli apparecchi più primitivi. 

Striscia di Gaza. Per gentile concessione di Acs

I nostri giardinieri e giardiniere della rete hanno trovato soluzioni eccezionali per rendere il tutto efficace. Proprio perché da terra è difficile connettersi “scavalcando il muro”, hanno inventato un sistema che si serve di pali, secchielli e carrucole, per sollevare i telefoni a un’altezza tale da cogliere il segnale wi-fi e poi restituirlo anche nei vicoletti e nei luoghi in cui è difficile connettersi. Questa cosa ci ha fatto molto felici, quando abbiamo visto che funzionava e che loro erano così contenti di riuscire non solo a connettersi, ma anche a essere utili per la loro comunità! E torniamo al discorso di prima. Sappiamo che le agenzie e i giornalisti più influenti hanno connessioni satellitari e altre forme di supporto che permettono loro di non restare sganciati dal mondo, anche nelle situazioni più precarie. I palestinesi sfollati della Striscia, però, e parliamo ormai di un milione e mezzo di persone, non hanno tutti questo lusso, anzi. 

E a loro ci rivolgiamo noi. A questa comunità che rischia di essere ulteriormente disgregata anche dalla mancanza di accesso alla rete. 

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