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Lebensborn: quando il regime nazista rubava i bambini

Quando si parla delle tante mostruosità che il regime nazista tedesco commise, in nome di una presunta “purezza” o “superiorità” razziale, ci si concentra solitamente sugli sforzi per eliminare fisicamente i gruppi di persone ritenuti geneticamente inferiori. Tuttavia, il delirio razziale di quel periodo aveva anche un’altra faccia, ovvero la ricerca di sistemi per “acquisire” o “coltivare” individui che avessero invece le caratteristiche di “arianità” che piacevano al regime (e che, vale la pena di notarlo, nessuno dei gerarchi del regime possedeva). La patria, si diceva, aveva bisogno di nuovi tedeschi per lo sforzo bellico come per quello produttivo ed economico e li voleva, per quanto possibile, tutti uguali. Pelle molto chiara, capelli biondi, occhi azzurri e assenza di disabilità erano i requisiti di base, ma le indagini andavano anche oltre, alla ricerca della “razza pura”. Fu così che nacque il progetto “Lebensborn”.

Le origini del progetto Lebensborn: raccogliere i figli illegittimi delle SS

L’organizzazione “Lebensborn” delle SS fu fondata nel 1935 per volere del loro leader Heinrich Himmler e del vice di Hitler Rudolf Hess, con lo scopo dichiarato di incrementare la nascita di bambini ariani. Consisteva in una rete di case di maternità e di accoglienza per i bambini e le loro madri, istituite sia inizialmente in Germania e più avanti, con caratteristiche differenti, anche nei territori occupati durante la Seconda Guerra Mondiale. Queste strutture avevano il compito specifico di assistere le donne che avevano figli fuori dal matrimonio, per esempio le amanti delle SS (durante la guerra, il “servizio” si estese a tutte le donne dei territori occupati che restavano incinte dei soldati tedeschi della forza occupante).

Battesimo di un bambino, condotto da membri delle SS in una struttura di “Lebensborn e.V.” a Rheinhessen, tra il 1936 e il 1944.
Foto: Bundesarchiv, Bild 146-1969-062A-58 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 DE <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en>, via Wikimedia Commons

Se le donne erano considerate di “alto valore razziale”, il regime voleva scongiurare il rischio che abortissero, per esempio per preservare “l’onore della famiglia”, per nascondere un rapporto prematrimoniale o per evitare l’esclusione sociale che inevitabilmente, all’epoca, colpiva le ragazze madri. Nelle cliniche, le donne potevano partorire e anche accudire i loro figli nei primi anni di vita, con l’accordo sottinteso che i figli dovessero essere “donati alla patria” o comunque cresciuti nei valori del nazionalsocialismo.

Nel caso dei figli di donne tedesche, il progetto mirava a garantire che i bambini crescessero con le loro madri, per quanto possibile. Per questo motivo l’organizzazione aiutava le donne a trovare un lavoro e un posto dove vivere. Se i bambini non potevano vivere con le loro madri, per esempio perché queste volevano lasciare la struttura dopo il parto e tornare alla loro vita, magari avendo nascosto la gravidanza alle famiglie d’origine, i piccoli venivano accolti nelle apposite residenze per bambini per un periodo di tempo limitato o affidati a famiglie adottive. Si conoscono solo un centinaio di casi di adozioni con questo sistema.


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La “germanizzazione” dei territori occupati

Queste case della maternità divennero però anche strumenti chiave per l’attuazione del piano di germanizzazione ideato da Himmler. Strutture del circuito Lebensborn furono create in Austria, Belgio, Francia, Lussemburgo e Norvegia.

Tuttavia, molti bambini vennero strappati alle loro famiglie anche nei Paesi in cui non furono costruite cliniche e residenze Lebensborn. Dal 1942, infatti, si intensificò il coinvolgimento di Lebensborn nel processo di germanizzazione, traducendosi in quella che fu, di fatto, la deportazione di diverse centinaia di bambini e adolescenti di età compresa tra i pochi mesi e i 17 anni, rapiti e portati in Germania, oltre che dalla Norvegia, anche dall’allora Jugoslavia, dalla Polonia e dall’ex Cecoslovacchia.

Mostra sul progetto “Lebensborn” presso il Memoriale della Caserma Guglielmina a Schwanewede-Neuenkirchen, in Bassa Sassonia.
Foto: Dokumentations- und Lernort Baracke Wilhelmine Neuenkirchen (www.baracke-wilhelmine.de), CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Nel periodo compreso tra il 1936 e il 1945, si stima che nelle strutture del Lebensborn siano nati circa 8-9.000 bambini. Quasi la metà di questi erano figli illegittimi, nati da relazioni tra soldati tedeschi e donne dei territori occupati. Molti di loro venivano poi affidati a famiglie delle SS o adottati da famiglie tedesche, in modo da essere cresciuti secondo i principi nazisti. In più di un caso, queste adozioni avvenivano senza il consenso o addirittura all’insaputa delle famiglie di origine. Di fatto, nei territori occupati, il Lebensborn metteva in atto una sistematica sottrazione di bambini dalle loro famiglie biologiche. Questi bambini venivano deportati con la forza, privati della loro identità originale e “germanizzati” attraverso l’assegnazione di nomi tedeschi e nuovi certificati di nascita. Naturalmente, questa sorte toccava ai bambini con caratteristiche somatiche che il regime trovava desiderabili.

I legami con il piano di sterminio dei disabili

Questo vuol dire che, se all’interno dei centri nascevano bambini con disabilità o malformazioni, questi venivano spediti in altre cliniche, per essere uccisi nell’ambito del programma che allora portava il nome atroce di “eutanasia pediatrica” e che faceva parte del protocollo che oggi conosciamo come “Aktion T4”, ovvero l’eliminazione sistematica di persone con disabilità fisiche o mentali. Si stima che almeno 17 bambini provenienti dal sistema Lebensborn siano stati assassinati in questo modo.

La difficoltà di documentare

Dopo la caduta del Terzo Reich e la fine della guerra, il mondo iniziò a scoprire l’orrore delle politiche eugenetiche naziste, comprese quelle legate al Lebensborn, e molti bambini (poi giovani, poi adulti) scoprirono di avere un’origine diversa da quella che avevano sempre supposto. In molti si misero alla ricerca dei loro genitori biologici o tentarono almeno di scoprire in quale contesto o Paese fossero stati concepiti. Tuttavia, neanche i processi del dopoguerra riuscirono a fare piena luce su questo fenomeno, dal momento che la maggior parte degli archivi andarono distrutti.

Sala parto di una struttura Lebensborn.
Foto: Bundesarchiv, B 145 Bild-F051638-0063 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 DE <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/de/deed.en>, via Wikimedia Commons

Su questo tema sono stati scritti numerosissimi libri e realizzati film e documentari, solitamente focalizzati su realtà locali. Praticamente per ogni località nella quale sia stata aperta una struttura Lebensborn esiste almeno un libro, un progetto di ricerca e un’associazione di discendenti, che si è occupata di approfondire la storia della singola clinica o residenza e delle persone coinvolte nella sua gestione, nonché di raccogliere testimonianze in merito. Il fenomeno non è mai diventato uno dei più noti o discussi, in relazione al regime nazista, anche se ha fatto parte degli elementi narrativi della serie di fiction speculativa “The Man in The High Castle”, che descrive una realtà in cui la Germania nazista ha vinto la seconda guerra mondiale.

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