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Via dall’Euro, via da Schengen, AfD governerà il Paese: Alice Weidel all’attacco

Alice Weidel non deve avere un ricordo particolarmente positivo della sua ultima intervista estiva. Quella concessa a luglio del 2025 ad ARD, infatti, era stata interrotta da un coro che si era piazzato in modo tale da coprire la voce della leader di AfD, intonando un’esclamazione colorita. Quest’estate, nell’intervista concessa al conduttore di ZDF Wulf Schmiese, Weidel ha potuto esprimersi senza interruzioni fuori programma e ha scelto la linea dura: a pochi giorni dalle elezioni in Sassonia-Anhalt, dove AfD è in testa ai sondaggi, delinea progetti di governo non solo in quel Land, ma anche in altri e perfino a livello federale e tocca tutti i temi caldi che da sempre accendono gli entusiasmi dei suoi elettori vogliono sentire: politica migratoria, politica climatica, uscita dall’Europa, legge e ordine.

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E poco male se le inesattezze non mancano: gli ultimi 15 anni di politica internazionale ci hanno ampiamente dimostrato come i fatti abbiano, nelle decisioni di voto e anche nelle scelte operative dei governi, lo stesso peso o addirittura un peso inferiore rispetto alla “post verità” e agli “alternative facts” (espressione coniata dall’allora consigliera di Trump Kellyanne Conway nel 2017). Non solo, è stata anche ampiamente sdoganata l’idea che i fatti e la verità prendano forma a posteriori, nella narrazione di chi detiene il potere sui media e sul discorso pubblico. Ciononostante, i fact-checker di ZDF e anche di altri media tedeschi, come il portale Merkur.de, si sono adoperati per verificare le affermazioni di Weidel, pubblicando a stretto giro le smentite, punto per punto di alcune delle sue affermazioni chiave, che anche noi analizzeremo tra poco.

Prima, però, vale la pena di soffermarsi sulla linea politica che emerge dall’intervista, uscita in contemporanea con quella che il co-leader di Alice Weidel, Tino Chrupalla, ha concesso ad ARD

Nella narrativa di Weidel non c’è spazio per i dubbi, nemmeno per le speranze: “noi governeremo”, dice senza esitazioni e non parla solo della Sassonia-Anhalt, ma anche del Meclemburgo-Pomerania Anteriore (dove effettivamente AfD è in testa ai sondaggi con il 36%) e di Berlino (dove AfD è al secondo posto a pari-merito con la CDU, al 18%, mentre al primo posto c’è Die Linke con il 22%). E, naturalmente, anche a livello federale: le frasi più citate di Weidel, dopo questa intervista, sono soprattutto quelle relative a ciò che AfD farebbe se governasse la Germania. E poco importa se le prossime elezioni in Germania siano previste per il 2029: lo scopo è dipingere un futuro che quel potenziale elettorato trovi motivante e che agli avversari faccia paura e presentarlo non come un’aspirazione, ma come un fatto certo, come una previsione destinata ad avverarsi.

AfD al governo: è davvero possibile?

Le elezioni che al momento appaiono più “facili” per il partito di ultradestra sono quelle del prossimo 6 settembre in Sassonia-Anhalt. Qui, AfD è effettivamente vicina alla maggioranza assoluta, mentre a livello nazionale è in vantaggio di fino a otto punti percentuali rispetto a CDU e CSU, ma, se si votasse domani, non potrebbe comunque aspirare a un governo monocolore. Se comunque, anche in Sassonia Anhalt, il partito non arrivasse al 51% (un risultato comunque niente affatto scontato), l’alleato di governo più papabile è il BSW di Sahra Wagenknecht, non solo perché in moltissime cose i programmi dei due partiti sono vicini, ma anche perché è l’unico partito la cui leader ha pubblicamente criticato il “Brandmauer”, il “cordone sanitario” con il quale tutti gli altri partiti, compresi quelli più a destra, si sono impegnati a non formare mai coalizioni di governo con l’ultradestra. 

La praticabilità di questa soluzione, però, è ancora tutt’altro che comprovata: secondo Chrupalla, il BSW deve prima “trovare la propria strada” e non è affatto chiaro se AfD ritenga il partito di Wagenknecht un alleato affidabile.

Nell’intervista, Alice Weidel non si è sbilanciata: Allo “Sono disposta a lavorare con chiunque” ha detto “purché sia capace”. D’altra parte, sarebbe poco saggio chiudersi alle alleanze, considerando che un governo monocolore al Bundestag è matematicamente impossibile e che, in casi estremi, tutte le altre forze di governo potrebbero coalizzarsi con successo per lasciare AfD all’opposizione. Certo, Weidel non stende tappeti rossi agli attuali partiti di governo: “Non voglio più essere ingannata da chissà quali teste vuote che siedono lassù, promettono una cosa e poi fanno esattamente il contrario” dice, parlando della CDU e dell’SPD e dando esplicitamente degli incapaci a Friedrich Merz e Lars Klingbeil.

C’è poi da sottolineare che, fra le dichiarazioni di Weidel, la sicurezza che esprime quando parla di piani di governo e le effettive possibilità di messa in pratica dei suoi programmi ci sono diversi ostacoli. Da un lato, c’è da considerare il fatto che il partito si sta evolvendo in modo diverso rispetto ai suoi alleati naturali, che sono poi le ultra-destre populiste europee. Alla ultime elezioni europee, per esempio, il Rassemblement National di Marine Le Pen ha premuto per tenere AfD fuori dal gruppo Identità e Democrazia, antesignano degli attuali Patrioti per l’Europa, tant’è vero che l’ultradestra tedesca si trova oggi nel gruppo Europa delle Nazioni Sovrane, insieme, fra gli altri, ai nazionalisti bulgari, slovacchi, ungheresi  e polacchi. Le Pen ha anche preso le distanze da AfD sul tema della remigrazione.

C’è poi anche un problema, per quanto poco discusso pubblicamente, di fermento interno al partito, con fazioni che non sempre sono entusiaste delle scelte della dirigenza. Nella più grande sezione regionale della Nord Reno-Westfalia, dove l’anno prossimo si terranno le elezioni regionali, i “moderati” guidati dal leader locale Martin Vincentz si sono scontrati molto duramente con i nazionalisti guidati dal deputato del Bundestag Matthias Helferich e la dirigenza nazionale del partito non è riuscita a ricomporre il divario.

Contemporaneamente, le voci per l’avvio di una procedura di messa al bando si moltiplicano e diventano sempre più autorevoli: dopo la lettera aperta di oltre 1.000 giuristi è arrivato anche l’appoggio del Presidente dell’Ufficio per la protezione della costituzione in Turingia. L’idea, per quanto difficile, non è più fuori dal regno del possibile.

I punti chiave dell’intervista di Alice Weidel: fuori dall’Euro, fuori da Schengen, stretta sugli immigrati, stop alle politiche green

Quando Alice Weidel entra nel vivo dell’intervista con Schmiese, è difficile non notare, nella perentorietà delle sue dichiarazioni programmatiche, qualche somiglianza con i punti del programma di Futuro Nazionale che, in Italia, stanno occupando i titoli di tutti i giornali con toni che sembrano promettere la loro applicazione a partire dalla prossima settimana. D’altra parte, si perderebbe qualcosa in termini di spettacolo politico, se Weidel inserisse le sue dichiarazioni in un contesto ragionevole. Il dire “questo è quello che faremo, dobbiamo salvare la Germania dalla rovina!” ha un impatto diverso rispetto al dire “qualora dovessimo arrivare per la prima volta al governo di un Land, cercheremo di applicare il programma compatibilmente con i limiti dettati dal potere degli esecutivi dei Länder nel contesto della struttura federale del Paese”. La seconda frase, se non altro, non permette a nessun articolo di estrapolare titoli a effetto che rilanceranno l’immagine della leader su infiniti post social. E AfD, questo va ricordato, è un partito dalla comunicazione fortemente orientata ai social media, nonché quello che meglio ha saputo comprendere e sfruttare le caratteristiche di questo tipo di comunicazione.

E infatti, questa è un’intervista profondamente “social”: disseminata di inesattezze e premesse fattuali sfacciatamente false, funziona perché i post social, compresi quelli che riconducono ad articoli lunghi, non sono fatti per essere letti. Vale anche per questo. Se un post su Instagram o su Facebook riporta una foto di Weidel con la scritta “Se vinciamo noi, fuori dall’Euro” non è fatto perché qualcuno legga un’analisi della fattibilità o delle possibili conseguenze di un’enormità come l’uscita dalla valuta comune. È fatto perché gli utenti del web, che non sono lettori, si precipitino a commentare sotto l’immagine, non avendo aperto il link e neppure letto la didascalia, e si scaglino gli uni contro gli altri, dividendosi in due fazioni. La parte che riesce a fare in modo che la propria fazione surclassi l’altra, che sia più rumorosa o più numerosa, ha “vinto” l’interazione social, perché riesce a presentare la propria posizione come “vox populi”, dominante e destinata alla vittoria alle urne e alla conquista del potere (e questo vale anche quando la maggior parte dei profili che commentano non corrispondono a persone reali).

Stop a Schengen: i dati fuorvianti sulle naturalizzazioni e il caso Ceuta

Era inevitabile che, in un’intervista come questa, fra i cavalli di battaglia di Alice Weidel ci fosse la politica migratoria e una menzione del caso di Ceuta. In questo, si è espressa perfettamente in linea con le posizioni recenti della presidente del consiglio Giorgia Meloni e lo ha fatto a partire dalla stessa falsa premessa. Weidel si è espressa a favore della chiusura delle frontiere e dell’uscita dal sistema Schengen “affinché persone come quelle provenienti da Ceuta non possano più raggiungerci”. E poco importa che da Ceuta non ci abbia raggiunti nessuno o che all’exclave spagnola sul continente africano non si applichino e non si siano mai applicate le condizioni standard dello spazio Schengen e che ci siano sempre state norme speciali che impediscono, con successo, di raggiungere l’Europa via mare o via aria senza passare tutti gli appositi controlli. 

Naturalmente, parlando di politica migratoria, Weidel non poteva non spingere sulla necessità delle espulsioni, uno dei punti più incrollabili del programma di AfD. Tuttavia, alla domanda specifica di Schmiese su come AfD intenda rendere materialmente possibili eventuali accordi di riammissione in paesi come la Siria o l’Afghanistan, Weidel non ha fornito una risposta diretta. Uscire da Schengen, ha affermato, servirebbe a “prevenire” l’immigrazione ed è su quello che AfD vorrebbe puntare. Chiudere le frontiere, impedire gli arrivi. E, certamente, non permettere agli immigrati di diventare tedeschi così “facilmente” come avviene oggi.

Su questo punto, Weidel tira fuori una delle più gravi imprecisioni di tutta l’intervista. “Sapete quanti disoccupati sono stati naturalizzati l’anno scorso? 306.000”. La fonte, secondo tutti i media tedeschi che hanno verificato le affermazioni di Weidel, dovrebbe essere una notizia pubblicata dal portale di ultradestra Nius a metà luglio, notizia che risulterebbe, secondo la testata, dalle cifre dell’Agenzia federale per il lavoro, richieste da un deputato di AfD al Bundestag. Il problema, però, è che  questa cifra non si riferisce alle persone naturalizzate nel 2025, come sostiene Weidel, ma comprende tutte le persone che a dicembre 2025 risultavano disoccupate e che sono state naturalizzate in un momento qualsiasi. Questo dato non è di poco conto: uno dei requisiti per la naturalizzazione è la capacità di provvedere al proprio sostentamento e a quello dei familiari a carico, il che esclude automaticamente i disoccupati senza altri redditi. Questo vuol dire che, fra le 332.500 naturalizzazioni che l’Ufficio federale di statistica ha indicato per l’anno scorso, non ci sono 306.000 disoccupati. Le persone che sono oggi disoccupate e che hanno un background migratorio non possono essersi naturalizzate senza avere un lavoro, è invece più probabile che la loro naturalizzazione risalga a un periodo precedente, anche lontano nel tempo, e che la perdita del lavoro sia invece un fatto recente.

Germania fuori dall’Euro: “è una valuta instabile”

Il secondo cavallo di battaglia di Weidel è uno dei più cari alle destre radicali di tutta Europa, ma è anche un tema che i partiti di destra al governo hanno progressivamente abbandonato: l’uscita dall’Euro, che per la leader è una “valuta instabile” e che ha portato la Germania a stare peggio di prima. Naturalmente il concetto di “meglio” e “peggio” non viene approfondito: Weidel punta invece su un suggerimento di consenso, dichiarando non ritenere che il suo partito sia il solo a essere contrario all’Euro e all’Unione Europea. A livello europeo, va detto, sono poche le forze politiche a sostenere ancora questa posizione, ritenuta ormai troppo radicale anche dalle destre identitarie.

D’altra parte, se c’è una cosa che, fra le fila di AfD, si ripete ormai da anni è che il partito non si lascerà “Melonizzare”, ovvero non seguirà le orme di Fratelli d’Italia, che, secondo gli ex alleati tedeschi, si sarebbe ammorbidito troppo, diventando eccessivamente filoeuropeista (oltre che filo-ucraino). 

Anche in questo caso, contano poco i fatti, come l’analisi del 2024 fatta dal Ministero delle Finanze tedesco, nella quale si sottolinea come, dall’introduzione della valuta unica, l’inflazione in Germania si sia attestata in media intorno all’1,9% all’anno e in generale, con poche eccezioni come quella dettata dalla crisi della pandemia, si sia mantenuta al di sotto dell’obiettivo del 2%. Anche il tasso di cambio rispetto al dollaro, secondo la stessa analisi, ha registrato solo fluttuazioni moderate dal 1999. Non solo: nel 2019 il think tank Centre for European Policy Network aveva calcolato che, tra il 1999 e il 2017, la Germania fosse stata il Paese che aveva tratto il maggior beneficio dalla moneta unica. Secondo questo calcolo, il Paese avrebbe generato 23.116 euro in più di prodotto interno lordo per ogni abitante, mentre in Italia e Francia si sarebbero persi fino a 73.605 euro di PIL per abitante.

Per contro, per un’economia come quella tedesca e in particolare per il settore delle esportazioni, un ritorno al marco comporterebbe una drastica perdita di benessere e competitività, probabilmente spingendo molte aziende a trasferirsi all’estero, per continuare a godere dei vantaggi della valuta comune.

Il cambiamento climatico è sempre esistito e non va contrastato

Su questo punto, Weidel è in accordo con quanto Chrupalla ha detto ad ARD: al suo partito non. interessano affatto le politiche che chiama di “presunta protezione del clima”. La leader di AfD accusa invece il governo tedesco di essere l’unico a rendere i centri cittadini inaccessibili alle auto. Chiunque sia stato in qualsiasi altro Paese d’Europa, ovviamente, può verificare come ciò non sia vero. Anche sull’origine esclusivamente “naturale” del cambiamento climatico la ricerca si è già espressa in modo inequivocabile. Se è vero che il pianeta ha attraversato ere geologiche diverse, infatti, è ampiamente provato da ricerche come quelle del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) che oggi è l’attività umana la causa principale del cambiamento climatico e che i combustibili fossili sono fra gli elementi che pesano maggiormente nel riscaldamento globale e mettono in pericolo la sopravvivenza di interi ecosistemi, specie animali e vegetali e comunità umane.

Anche i Paesi che tradizionalmente hanno contribuito maggiormente alle emissioni di CO2, come la Cina, stanno adottando misure di protezione del clima.

Ritorno ai motori a combustione

Della Cina si è parlato anche quando Schmiese ha chiesto a Weidel come l’industria tedesca possa competere con il colosso asiatico sul mercato delle auto elettriche. Anche qui, Weidel non ha dato risposte precise, limitandosi a dire che la soluzione sarebbe una generica impronta liberista di “apertura al mercato e alla tecnologia”.

E, soprattutto, i motori elettrici le interessano poco: il futuro dell’industria automobilistica tedesca, secondo Weidel, è nei motori a combustione, il cui “divieto” deve essere revocato. Anche in questo caso,  Weidel si è concessa un paio di imprecisioni, accusando la CDU di essere responsabile di tale divieto e attribuendolo direttamente a Ursula von der Leyen e in precedenza ad Angela Merkel. In realtà, la fine dei motori a combustione è stata inizialmente approvata dall’UE nell’aprile 2023 e, nella sua forma originaria, prevedeva che a partire dal 2035 potessero essere immatricolati solo veicoli nuovi a emissioni zero. In realtà, all’epoca, in Germania governava la coalizione presieduta da Olaf Scholz e composta da SPD, Verdi ed FDP.

La CDU e la CSU,invece, sono sempre state contrarie e hanno sostenuto l’allentamento degli obblighi sulle emissioni.

Inoltre, secondo Weidel, la maggior parte dei consumatori preferirebbe guidare un’auto con motore a combustione piuttosto che un’auto elettrica, ma gli ultimi dati dell’Ufficio federale tedesco per la motorizzazione (KBA) e l’ultimo sondaggio del gruppo assicurativo HuK-Coburg non confermano questa tendenza. Su 4.000 intervistati, il 24% ha dichiarato di prendere in considerazione per la prima volta l’acquisto di un’auto elettrica a causa dell’andamento dei prezzi del diesel e della benzina.

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