AperturaCronacaEventi in programma

Le Azzurre sono tornate. E Berlino se n’è accorta

Dalla notte quasi perfetta contro gli Stati Uniti a una serata difficile. Alla Max-Schmeling-Halle di Berlino l’Italia ha perso 71-51 contro la Cina, chiudendo al terzo posto il girone D del Mondiale. Mercoledì 9 settembre giocherà contro l’Australia, e in palio ci sono i quarti di finale, che la squadra vincitrice giocherà contro la Spagna. Il nostro Gabriele Paoletti sta seguendo le partite e questo è il suo resoconto.

Trentadue anni dopo

Trentadue anni sono un tempo difficile da immaginare.

Nel 1994 l’Italia giocava il suo ultimo Mondiale femminile.

Non c’erano gli smartphone.

Non c’era Instagram.

Netflix non esisteva ancora.

E se volevi sapere il risultato di una partita dovevi aspettare il telegiornale, comprare il giornale oppure conoscere qualcuno che aveva una radio.

Trentadue anni dopo, le Azzurre sono tornate.

Sono a Berlino.

Non per una rimpatriata.

Per giocare un Mondiale.

Il bello è che, guardandole, sembra quasi che abbiano deciso di recuperare il tempo perduto tutto insieme.

Il Mondiale femminile è arrivato qui e, tra palazzetti pieni, bandiere, maglie delle nazionali e tifosi arrivati da ogni angolo del pianeta, sta succedendo qualcosa di abbastanza raro: per qualche giorno Berlino ha un nuovo centro di gravità.

Un pallone arancione.

E in mezzo a tutto questo ci sono loro.

Le nostre Azzurre.

Foto di Gabriele Paoletti

Le avevamo lasciate agli Europei

Le avevamo lasciate un anno fa con una medaglia di bronzo agli Europei, conquistata dopo una cavalcata che aveva lasciato parecchie persone senza voce, senza fiato e, in alcuni casi, senza più alcuna forma di dignità davanti al televisore.

Le ritroviamo adesso davanti a un appuntamento che mancava da troppo tempo.

L’ultima volta che l’Italia aveva giocato un Mondiale femminile, alcune delle ragazze che oggi indossano la maglia azzurra non erano ancora nate.

Adesso ci sono tutte.

Zandalasini, Cubaj, Verona, Santucci, Keys, André, Pasa, Madera, Pan, Fassina, Blasigh.

E Matilde Villa, tornata dopo l’infortunio proprio quando serviva.

Dodici giocatrici.

E una quantità di pressione sufficiente a far saltare un contatore elettrico.

In panchina Andrea Capobianco, che affronta ogni partita con la stessa serenità di un uomo a cui hanno appena comunicato che deve disinnescare una bomba usando una forchetta.

Il suo rapporto con la panchina durante una partita meriterebbe uno studio dell’Istituto Superiore di Sanità.

Berlino si tinge d’azzurro

Poi c’è Berlino.

Una città che normalmente ha già abbastanza cose da fare senza aggiungerci un Mondiale di basket.

Eppure il palazzetto si riempie.

Arrivano tifosi da tutto il mondo.

E tra le bandiere delle varie nazionali cominciano a comparire sempre più maglie azzurre.

Perché il bello di un grande torneo è che non serve essere un esperto.

Basta entrare nel palazzetto.

Ci sono famiglie, bambini, tifosi stranieri, italiani che hanno attraversato mezza Germania e persone che probabilmente hanno comprato il biglietto pensando “vediamo un po’”.

Dopo dieci minuti stanno già discutendo di cambi difensivi.

Dopo venti hanno adottato Santucci.

Dopo trenta stanno spiegando al vicino tedesco perché quel fallo non poteva assolutamente essere fallo.

È il processo naturale di italianizzazione del pubblico.

La prima: l’Italia è tornata

Il Mondiale comincia contro la Cechia.

E per i primi minuti sembra che qualcuno abbia dimenticato di avvisare le nostre ragazze che il torneo è appena iniziato.

Poi l’Italia prende le misure, trova il ritmo e comincia a giocare.

Villa torna a fare Villa.

Zandalasini prende il pallone e assume quell’aria che hanno certe persone quando hanno appena ricevuto una brutta notizia e hanno deciso di risolverla personalmente.

Le Azzurre vincono.

63-54.

Dopo trentadue anni l’Italia torna a vincere una partita ai Mondiali.

E in quel momento il risultato smette quasi di essere un risultato.

Diventa una fotografia.

Una generazione che riporta l’Italia dove mancava da una vita.

Contro i giganti

Poi arrivano gli Stati Uniti.

E qui, sulla carta, dovrebbe esserci poco da raccontare.

Gli USA sono gli USA.

L’Italia dovrebbe provare a resistere.

Invece non legge il copione e decide di complicare la vita a tutti.

Difesa.

Contatti.

Zona.

Palle sporche.

E a un certo punto anche il tabellone comincia a dare notizie che non sembrano attendibili.

L’Italia è avanti.

Contro gli Stati Uniti.

A Berlino.

Nel Mondiale.

Il cervello collettivo degli italiani sugli spalti smette semplicemente di funzionare.

Non si tifa più.

Si sopravvive.

Ogni possesso dura come una riunione condominiale.

Ogni fischio arbitrale produce un caso internazionale.

Ogni rimbalzo offensivo americano viene vissuto come una crisi geopolitica.

Capobianco vive in una dimensione parallela.

Zandalasini si prende responsabilità che normalmente richiederebbero una delega notarile.

Villa sembra avere un rapporto personale con il concetto di “momento decisivo”.

E gli Stati Uniti, per una sera, sembrano molto meno invincibili di quanto ci avevano promesso.

Alla fine la spuntano loro.

55-52.

Tre punti.

Una sconfitta che, per una sera, sembra quasi una vittoria travestita male.

L’Italia ha tenuto testa alle campionesse del mondo.

Ha messo in difficoltà una squadra che raramente viene messa in difficoltà.

E soprattutto ha dimostrato che il ritorno al Mondiale non è una visita di cortesia.

Queste ragazze sono venute a giocare.

La partita che rimette tutto in prospettiva

Poi arriva la Cina.

E qui il basket decide di ricordarci una regola fondamentale: dopo una serata quasi perfetta può arrivare una partita in cui niente sembra voler collaborare.

La Cina parte forte.

Molto forte.

L’Italia soffre, fatica a trovare ritmo e per qualche minuto sembra di assistere a una partita giocata su due piani diversi.

Da una parte il parquet.

Dall’altra Zhang.

2,26 metri.

Diciannove anni.

Per marcarla servirebbe più che una difesa: servirebbe un piano regolatore.

Le nostre hanno chiesto se fosse possibile usare il piano di sopra.

L’Italia prova a rientrare.

Ma ogni volta che sembra di poter riaprire la partita arriva una giocatrice cinese a ricordarci che anche dall’altra parte del mondo hanno imparato a tirare da tre.

All’intervallo il distacco è pesante.

Le Azzurre continuano a provarci.

Santucci continua a combattere.

Cubaj sembra comparire in qualsiasi zona del campo contemporaneamente.

Villa trova spazi che, per una persona normale, probabilmente non esistono.

Zandalasini continua a prendersi responsabilità.

Ma la Cina non concede abbastanza.

L’Italia perde.

Chiude il girone al terzo posto.

Dentro o fuori

E adesso arriva l’Australia.

Mercoledì.

Ottavi di finale.

Una delle squadre più forti del torneo.

Questa volta non ci sono più calcoli.

Non ci sono classifiche da guardare.

Non c’è più il “vediamo come va”.

C’è una partita.

E basta.

Ed è forse il momento migliore per esserci.

Perché fino a ieri potevamo parlare di ritorno.

Di emozione.

Di trentadue anni.

Di una squadra che finalmente era tornata al Mondiale.

Da mercoledì no.

Da mercoledì c’è dentro o fuori.

E forse è esattamente il posto in cui queste ragazze ci hanno insegnato che vogliono stare.

Perché un anno fa nessuno avrebbe probabilmente scritto questo copione.

Bronzo agli Europei.

Vittoria contro la Spagna.

Partita combattuta contro gli Stati Uniti.

Mondiale.

Ottavi.

Australia.

Berlino.

E dodici ragazze che adesso hanno la possibilità di aggiungere un altro capitolo a una storia che, fino a poco tempo fa, sembrava appartenere a un’altra generazione.

Andatele a vedere

E allora facciamo una cosa.

Se siete a Berlino, andate a vederle.

Non importa se seguite il basket da vent’anni o se pensate che il pick and roll sia una nuova fermata della U-Bahn.

Andate.

Andate anche se l’ultima partita di basket che avete visto risale a quando avevate ancora il Nokia.

Andate anche se pensate che “zona 2-3” sia un nuovo quartiere.

Perché vedere una partita dal vivo è un’altra cosa.

Sentire il palazzetto cambiare rumore.

Vedere una tripla partire.

Vedere dodici ragazze difendere una maglia azzurra a migliaia di chilometri da casa.

Vedere Capobianco consumare calorie sufficienti per alimentare un piccolo quartiere di Neukölln.

E soprattutto esserci.

Perché queste ragazze hanno aspettato trentadue anni per riportare l’Italia al Mondiale.

Adesso tocca anche a noi fare la nostra parte.

Portate una bandiera.

Portate la voce.

Portate qualcuno che non ha mai visto una partita di basket femminile.

E magari riportatelo a casa con una nuova squadra del cuore.

Il Mondiale è a Berlino.

Le Azzurre sono a Berlino.

L’Australia ci aspetta.

Il pallone è già pronto.

Adesso vediamo quanto rumore riusciamo a fare.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio