Festival Liber Tot, intervista a Paura Diamante: la scena wave berlinese incontra la cultura queer
Venerdì 11 e sabato 12 settembre torna a Berlino LIEBER TOT, festival dedicato a synth, minimal wave e oscurità varie, arrivato alla sua seconda edizione. Due giorni di live, DJ set e drag performance, in cui la scena wave incontra la cultura queer berlinese. Mattia Girgolo ne ha parlato con Paura Diamante, artista, DJ, producer e tra gli organizzatori del festival.
L’anno scorso LIEBER TOT nasceva anche dalla constatazione che fosse quasi assurdo che Berlino, con tutta la sua storia musicale, non avesse ancora un festival specificamente dedicato alla synth e minimal wave. Dopo la prima edizione, avete avuto la sensazione di aver davvero intercettato una comunità che aspettava uno spazio del genere? E dopo averlo visto esistere per la prima volta, cosa avete capito del festival?
Dal momento che i nostri ospiti arrivano da tutta Europa, è un po’ difficile circoscrivere il discorso a Berlino. Quello che possiamo dire è che in città esiste una scena synth e minimal wave molto viva e, per quella comunità, è sicuramente bello non essere costretti ad andare fino a Lipsia, Monaco o Bielefeld per partecipare a un festival ben curato. Un’altra cosa che rende LIEBER TOT speciale è il fatto che mettiamo in contatto la scena minimal wave con la cultura queer berlinese. È qualcosa che sicuramente non si incontra molto spesso, sicuramente non in Germania. Credo che sia stato soltanto durante la prima edizione che abbiamo davvero capito quanto quest’ultimo aspetto fosse importante per l’identità del festival.
Questa seconda edizione sembra meno interessata a definire rigidamente cosa appartenga alla “wave” e più disposta a far convivere linguaggi differenti: musica elettronica, performance, drag ed elementi quasi teatrali o rituali. LIEBER TOT sta diventando qualcosa di più ampio rispetto all’idea iniziale di un synth & minimal wave festival?
Beh, già la prima edizione conteneva la maggior parte degli elementi che hai appena menzionato. Pensiamo semplicemente che, per creare uno spazio interessante, serva qualcosa in più che mettere insieme grandi band e DJ. Per questo abbiamo coinvolto le performance drag di Antina Christ’s Spookhouse, le nostre cupe indovine di sventura Doris Belmont e Polly Puller, così come l’arte ritualistica di Aurum Putrefactum.
Non crediamo che esista una definizione univoca di cosa sia la “wave” in generale, e non ci interessano particolarmente quelle strutture che stabiliscono cosa sia “dentro” e cosa sia “fuori” dalla bolla. Certo, c’è qualcosa che accomuna tutti i nostri artisti, ma riguarda più un certo approccio mentale alla musica che uno specifico modo di esprimersi.

Il programma mette insieme artisti molto diversi tra loro: da Light Asylum e Martial Canterel a progetti più piccoli, obliqui o difficili da classificare. Quando curate il cartellone, quanto conta il genere musicale e quanto invece cercate una certa attitudine, un’estetica o persino una particolare visione del mondo?
È evidente che, per quanto riguarda il booking, abbiamo un’attenzione molto precisa verso sonorità fredde ed elettroniche. Quindi naturalmente cose come il genere musicale sono importanti per noi. Ma, partendo da lì, siamo aperti a moltissime variazioni, tutti i nostri artisti provengono, in un certo senso, da un territorio simile, ma poi lo sviluppano in direzioni artistiche molto differenti.
Inoltre, LIEBER TOT è curato da altre due persone, oltre me; Else Edelstahl e Testbild. Ciascuno di noi porta una prospettiva leggermente diversa sulla synth e minimal wave. Anche questo contribuisce a rendere il booking più vario.
Non c’è una particolare visione del mondo in grado di mettere d’accordo tutti i nostri artisti a livello personale. Siamo però abbastanza sicuri che chiunque debba avere una posizione molto chiara quando si parla di politica e di quelle cose che non tolleriamo nel nostro spazio: razzismo, sessismo, fascismo e queerfobia.
Nella tua precedente intervista con Spontis dicevi che un approccio puramente nostalgico agli anni Ottanta, dopo un po’, rischia di esaurirsi. È una cosa che trovo particolarmente interessante: secondo te, quando la wave diventa revival e quando invece riesce ancora a essere musica autenticamente contemporanea? Dove passa quella linea per te?
Credo che preferirei non imporre la mia opinione personale agli altri o mettermi a giudicare quale musica stia esplorando nuovi approcci e quale invece non lo faccia. Ma penso che, per qualsiasi scena musicale, sia estremamente importante mantenere una mentalità aperta nei confronti di nuovi suoni e nuove influenze. Ed è qualcosa che, a volte, mi manca. Soprattutto in questa scena.
Alcuni progetti si limitano semplicemente a riprodurre ciò che è già stato fatto, perché non vogliono mettere troppo alla prova i propri ascoltatori. Certo, questo può anche rendere quei progetti più popolari di altri, ma nel lungo periodo porta a una stagnazione artistica e alla fine uccide un genere.

Tu sei contemporaneamente la persona che sale sul palco, quella che sta dietro una console e quella che deve preoccuparsi che un evento funzioni davvero, che i conti tornino, che gli artisti arrivino e che il pubblico entri. Mi chiedo se esista un momento in cui questi ruoli cominciano a farsi guerra tra loro: l’organizzatrice ha mai dovuto dire di no a qualcosa che Paura Diamante avrebbe disperatamente voluto fare?
In realtà io non salgo sul palco. E non sarò nemmeno in versione drag durante del festival. E sicuramente non organizzo tutto da sola, come ti ho detto. Oltre alla squadra di produzione, abbiamo tantissime persone fantastiche che ci aiutano a rendere queste serate il più belle possibile. Non potremmo davvero farcela senza di loro.
Per quanto riguarda l’ultima parte della domanda: ogni tanto l’organizzatrice che è in me deve dire di no quando Paura Diamante vuole devastarsi già la prima sera.
Con Eisengrau parlate esplicitamente di “Wave Music for Queer People”, mentre LIEBER TOT mette drag e performance sullo stesso piano dei concerti dal vivo. Quanto è importante per te che uno spazio queer non venga necessariamente definito dai generi musicali storicamente associati al clubbing queer? In altre parole: può esistere anche un modo queer di costruire una scena wave?
Non penso che sia necessario “costruire” una scena wave in maniera queer. Le persone queer hanno già avuto un ruolo enorme nella creazione di questa sottocultura, è stata anche loro fin dall’inizio. È la solita vecchia storia: quando una sottocultura diventa più mainstream, le persone queer che hanno contribuito a crearla tendono a essere un po’ spinte fuori dall’immagine.
Siamo fortunati perché la scena wave underground di Berlino è fortemente plasmata da persone queer. Abbiamo collettivi FLINTA come DisTanz, DJ Terrorwave con le sue serate Kiss My Blood e d.i.s.c.o electronica e, naturalmente, le nostre serate Eisengrau e Letzte Welle, oltre a LIEBER TOT.
Paura Diamante è già un nome che contiene qualcosa di molto preciso: paura e splendore, fragilità e artificio, qualcosa che vuole nascondersi e contemporaneamente essere guardato. Dopo anni passati a costruire questa figura, c’è qualcosa che Paura ti permette di fare, dire o desiderare, laddove senza parrucca e make-up faresti ancora fatica a concederti?
Wow, grazie mille! Sei una delle poche persone che ha colto subito il cuore di quel nome. Ha a che fare anche con l’empowerment. Volevo trasformare la mia paura in qualcosa di speciale, scintillante e prezioso, visto che è una parte così importante di ciò che sono.
Non direi che esista una differenza enorme tra Paura e la persona che sono nella vita privata. Siamo entrambe delle stronze socialmente ansiose, paurose e scorbutiche.

L’immaginario di LIEBER TOT è cupo, ironico, nichilista e a volte volutamente eccessivo; allo stesso tempo, il festival insiste molto sulla costruzione di uno spazio più sicuro, sulla libertà di espressione di genere e sulla solidarietà verso le comunità marginalizzate. Ti sembra una contraddizione soltanto apparente? Può un’estetica della disperazione produrre, paradossalmente, uno spazio estremamente vivo e comunitario?
Assolutamente! Ma non è forse proprio questo ciò di cui la cosiddetta scena wave si è sempre occupata? Trovare comunità e gioia nel mezzo della disperazione?
Berlino continua ad avere un’immagine internazionale potentissima legata all’underground, ma chi vive qui vede anche club che chiudono, costi che aumentano, spazi che scompaiono e una nightlife sempre più difficile da sostenere economicamente. Dal tuo punto di vista di organizzatrice, quanto è ancora possibile costruire qualcosa di realmente indipendente in questa città senza trasformarlo inevitabilmente in un prodotto?
Beh, dal momento che noi non consideriamo né trattiamo i nostri eventi come dei prodotti, direi che è ancora possibile, persino in questa Berlino del cazzo. Ma sì, i tempi stanno diventando decisamente più difficili per la nightlife berlinese e alcuni dei nostri eventi non generano alcun profitto.
Le persone devono capire che, al giorno d’oggi, organizzare un festival o una serata in un club richiede sempre più soldi. E questo significa anche accettare che non sia sempre possibile mantenere il prezzo dei biglietti e delle bevande basso come qualche anno fa. Noi cerchiamo sempre di tenere i prezzi d’ingresso più bassi possibile, perché vogliamo che le persone possano partecipare anche quando non hanno molti soldi.
Ma quando la gente impazzisce perché deve pagare più di 10 euro per una serata underground con, mettiamo, quattro DJ e magari uno spettacolo drag, allora le cose diventano piuttosto complicate.
La prima edizione doveva, in un certo senso, dimostrare che LIEBER TOT potesse esistere. Ora che siete arrivati alla seconda, qual è la cosa che non vorresti assolutamente che diventasse? C’è un limite (di dimensioni, pubblico, sponsor, tipo di booking o semplicemente di attitudine) oltre il quale diresti: questo non è più LIEBER TOT?
Non c’è nessun limite, se non il piacere che proviamo nel crearlo. Nel momento in cui cominciassimo a odiare quello che facciamo, sarebbe finita.




