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Il governo tedesco vuole conservare gli indirizzi IP per sei mesi: la nuova proposta di legge

In questo momento, in Germania, il dibattito politico oscilla fra due posizioni contrapposte. Da una parte una spinta verso l’estensione del raggio d’azione delle forze dell’ordine, sia a livello locale che federale, che è poi parte della stessa onda  politica che punta al riarmo. Dall’altra la critica di quasi tutta l’opposizione di governo (esclusa AfD), dei movimenti e anche di alcune organizzazioni internazionali, che lancia l’allarme sul pericolo di uno Stato sempre più orientato alla sorveglianza globale e che teme che, dietro le misure che promettono di proteggere la sicurezza, ci sia da pagare il prezzo della libertà. In questo contesto si inserisce anche il dibattito sulla conservazione dei dati digitali e, nello specifico, degli indirizzi IP, che torna al centro dell’agenda politica tedesca con la proposta di Stefanie Hubig (SPD). La Ministra della Giustizia, ha presentato un disegno di legge che, se approvato, imporrebbe ai fornitori di servizi Internet di conservare gli indirizzi IP per un periodo di novanta giorni, allo scopo di facilitare le indagini su reati informatici quali la pedopornografia, le frodi online e l’incitamento all’odio.

Stefanie Hubig
Stefanie Hubig
Foto: EPA-EFE/CLEMENS BILAN

La proposta del Ministero della Giustizia: conservare gli indirizzi IP per tre mesi, per supportare le indagini

Gli indirizzi IP rappresentano, secondo il Ministero della Giustizia, le uniche tracce identificabili lasciate dai criminali nello spazio digitale. Si tratta di sequenze alfanumeriche temporanee, assegnate dinamicamente alle connessioni di ogni utente, che cambiano con frequenza. Questo fatto può rendere complesso, in caso di indagini, risalire all’utente che era collegato a un determinato indirizzo nel momento in cui è stato commesso un reato.

Attualmente, molti operatori eliminano queste informazioni dopo pochi giorni. Il progetto legislativo prevede invece un obbligo di archiviazione per tre mesi. Insieme agli indirizzi IP si dovrebbero conservare anche i dati necessari per attribuire in modo univoco la connessione al suo titolare.

L’accesso a tali informazioni resterebbe vincolato e sarebbe possibile, per gli inquirenti, solo in presenza di un concreto sospetto iniziale e quando il dato risulti necessario le indagini. Nel disegno di legge non è prevista nessuna limitazione a specifiche tipologie di reato. Il ministero, nel presentare il disegno di legge, ha sottolineato la rilevanza particolare di questa misura nel caso delle indagini sui casi di abusi sessuali su minori, crimini d’odio in rete e frodi informatiche. Dalla legge resterebbero esclusi, almeno secondo il testo attuale, i dati di localizzazione geografica e quelli relativi al traffico di comunicazione.

I tentativi precedenti sono stati bloccati dalla Corte Costituzionale

La possibilità di conservare preventivamente i dati di tutti gli utenti, ovvero anche se non soprattutto di persone che non sono indagate né sospettate di nessun reato, rappresenta da oltre un decennio un nodo giuridico irrisolto. Dal 2017 la precedente normativa non trova più applicazione, proprio a causa di incertezze giuridiche su questo punto e il precedente governo non è riuscito a raggiungere un accordo per riformare la legge. In quell’occasione, a essere contrari erano soprattutto i liberali dell’FDP. All’epoca, il vicepresidente del partito Wolfgang Kubicki aveva dichiarato che questo tipo di pratica “appartiene al bagaglio di strumenti dei despoti, ma non a uno Stato di diritto liberale”.

Inoltre, i tribunali tedeschi ed europei hanno ripetutamente bocciato altre normative simili. Già nel 2010, la Corte Costituzionale di Karlsruhe aveva annullato una prima legge sulla conservazione dei dati. Le preoccupazioni riguardano principalmente la possibilità di creare profili di movimento delle persone, il che sarebbe incompatibile con i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione.

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Tuttavia la Corte di giustizia europea ha lasciato aperte alcune possibilità per quanto concerne gli indirizzi IP. Il Ministero della Giustizia sostiene che la proposta attuale non costituisce una grave violazione dei diritti fondamentali e rispetta i requisiti costituzionali e del diritto europeo. Hubig ha ribadito che la riservatezza delle comunicazioni rimane rigorosamente garantita, escludendo la creazione di profili di movimento e di personalità degli utenti.

Verdi: “il governo vuole la sorveglianza di massa”

Come era prevedibile, la proposta ha scatenato critiche accese, soprattutto fra le fila dell’opposizione. Helge Limburg (Verdi) ha rilasciato alcune dichiarazioni in merito alla rivista Stern, sostenendo che l’Unione e l’SPD stanno chiaramente pianificando il ritorno alla sorveglianza di massa senza motivo su Internet e ha sottolineato come tutti i precedenti tentativi di introdurre questo tipo di misura di conservazione generalizzata di dati sono stati respinti dalle corti supreme. Secondo Limburg, piuttosto che “sbattere nuovamente la testa contro lo stesso muro” i due partiti della coalizione di governo “dovrebbero finalmente riflettere su alternative efficaci”.

Helge Limburg

Foto: © Stefan Kaminski

Clara Bünger, esperta di politica interna di Die Linke, ha definito questa misura una progressiva erosione dei diritti fondamentali, che introduce un sospetto generalizzato nei confronti di tutti i cittadini. Secondo Bünger, il vero problema non risiede nella mancanza di dati, bensì nella carenza di investigatori adeguatamente formati e di strumenti per l’analisi forense digitale.

Dal versante opposto, la polizia chiede misure ancora più rigide e ritiene insufficiente il periodo di tre mesi. Andreas Roßkopf, presidente del sindacato di polizia per la polizia federale e le dogane, ha dichiarato alla stampa che le indagini sui reati sono spesso così vaste e internazionali da richiedere tempi più lunghi di novanta giorni.

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