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[© Mr Hicks46 on Flickr / CC BY-SA 2.0]
[© Mr Hicks46 on Flickr / CC BY-SA 2.0]
di Mattia Grigolo

Che suono ha la mia città? Il suono muto della neve che cade, di un parco che si illumina, di un fiume che si ghiaccia. E restiamo lì, appesi ai pali e ai muri, con le suole sbagliate a perdere e riprendere l’equilibrio.

Che suono ha la mia città? Il rumore dei treni che arrivano e sibilano di ferro come serpenti gialli e bianchi. Docili. Il chiacchiericcio, talvolta incomprensibile, dei ragazzi sulla Ring Bahn. Il rotolare di bottiglie di birra sotto i sedili, delle bottiglie di Jägermeister da 40ml incastrate tra i sedili.

Che suono ha la mia città? La voce meccanica dei miei genitori incorniciati in una chiamata Skype. Mia madre che ad ogni cosa che mi chiede o che mi dice, sembra volermi domandare “Dove sei?” ed io non le dirò mai Sono Lontano. Sorriderò, sussurrando “Tutto bene”, che si traduce in Sono Qui.

Che suono ha la mia città? La voce di un amico spezzata dal pianto mentre mi dice che sta sentendo il peso della lontananza e di ciò che sta creando e distruggendo. Io che rispondono “Il peso che senti è quello dei muri che stai facendo cadere”.

Che suono ha la mia città? Il suono attutito come sotto ad una trapunta, della musica che esce dalle cicatrici dei club, mentre sei in coda con la pioggia e con il freddo, di giorno oppure di notte, con il caldo e con quell’attimo di sole. A prenderti istanti infiniti ed inviolabili, che saranno sempre e solo tuoi, qualsiasi sia il tuo viaggio.

Che suono ha la mia città? Il silenzio oscuro di lampioni spesso stanchi, il berciare di biciclette al buio sul ciottolato che s’illuminano ad intermittenza. Il mutismo greve di una croce verde al neon. Il pontificare di una torre magra immersa nella nebbia, di una piazza che è un labirinto, di una strada omonima di un’altra strada.

Che suono ha la mia città? Quello dei carrelli della spesa che tintinnano su ruote malferme, gravidi di vetro e plastica. Osservi coloro che li spingono affrettarsi verso cestini di plastica arancione e angoli in penombra che puzzano di alcol e piscio. Poi verso i supermercati a depositare il loro tesoro per barattarne qualche spiccio.

Che suono ha la mia città? il frusciare di carrozzine cullate da giovani madri tatuate, il cadenzare dei passi di padri bambini.

Che suono ha la mia città? Il suono diverso di popoli che s’incrociano e si detestano e si abbracciano e si sorreggono e si spingono via e si catalogano in sfumature etniche talvolta divertenti, altre crudeli.

Che suono ha la mia città? Quello delle espressioni usate da chi non c’è, che ci definiscono Figli di Papà Mantenuti all’Estero, Clubber Falliti, Artistoidi nel Posto Sbagliato. Lo starnazzare banale di quelli che forse non hanno avuto il coraggio oppure di chi ne ha avuto fin troppo.

Che suono ha la mia città? Il paupulare di alcuni di voi, che si sentono i padroni di un movimento che non esiste, di una collettività che pensa solo a sopravvivere, di un verbo che solo voi potete pronunciare e che in ogni caso domani smetteremo di ascoltare.

Che suono ha la mia città? Quello muto, consapevole, libero e liberato, di chi si ferma davanti ad un parco giochi costruito sopra a un bunker, con quello scivolo eretto sulle ceneri di un impero, ad osservare come un popolo ha deciso di sputare in faccia ad una colpa e riprendersi la fiducia in se stesso.

Che suono ha la mia città? Quello di una canzone, che spesso canticchio tra i miei pensieri e mi spiega che per ogni progetto si deve combattere e che il futuro è figlio di un passato e di un presente, che questo sia tormentato oppure tenue.

E se ti viene da piangere perché hai paura, forse solo stai lottando con tutte le tue forze. Che suono ha la tua città?