Spider-Man: Brand New Day. L’uomo dietro la maschera
Dopo la perdita di tutto ciò che lo legava alla sua vita precedente, Peter Parker torna a New York per affrontare una sfida più difficile di qualsiasi villain: capire chi è quando Spider-Man è diventato l’unica parte di sé che il mondo riesce ancora a vedere. Una recensione di Angela Failla.
Quando tutti conoscono Spider-Man, ma nessuno ricorda Peter
New York lo vede ogni giorno saltare da un palazzo all’altro, attraversare il traffico appeso a un filo, comparire quando qualcuno ha bisogno di essere salvato. Per la città, Spider-Man è ancora il suo eroe. Per Peter Parker, invece, essere l’Uomo Ragno è diventato quasi l’unico modo per ricordarsi di esistere. Sono trascorsi quattro anni da quando Doctor Strange ha cancellato Peter Parker dalla memoria di tutti. Non Spider-Man: Peter. Ed è proprio in questa differenza, apparentemente minima, che si trova tutta la malinconia di Spider-Man: Brand New Day. Il mondo continua a riconoscere la maschera, il gesto, il simbolo. Nessuno, però, ricorda più il ragazzo che c’è dentro.
È da questa condizione che prende forma il nuovo capitolo della saga con Tom Holland, diretto da Destin Daniel Cretton. Dopo la dimensione corale e spettacolare di No Way Home, il film sceglie una strada diversa e, almeno all’inizio, molto più interessante: lasciare Peter Parker da solo con le conseguenze di ciò che è accaduto. Non c’è più nulla da recuperare, nessuno che possa ricordare chi fosse prima di diventare Spider-Man. C’è soltanto un ragazzo che continua a indossare la maschera perché, senza di essa, non sa più bene cosa gli sia rimasto.
La solitudine di Peter emerge soprattutto nella prima parte, quando Cretton lo lascia muovere attraverso una New York che non si è mai fermata. La città continua a vivere, il traffico scorre, le persone camminano per strada e Spider-Man è sempre lì, sospeso tra i palazzi, pronto a intervenire. Per tutti è diventato una presenza familiare. Per Peter, invece, è quasi l’unica cosa che gli è rimasta. Pattugliare la città, combattere, salvare qualcuno: tutto questo gli permette di continuare a sentirsi utile, ma anche di non fermarsi. Perché quando lo fa, torna a fare i conti con quello che ha perso. La maschera, allora, non è più soltanto il simbolo dell’eroe. Diventa il posto in cui Peter riesce ancora a riconoscersi. È più facile essere Spider-Man che essere Peter Parker, soprattutto quando nessuno ricorda più chi sia. L’incantesimo di Doctor Strange diventa così qualcosa di più di un semplice elemento della storia: è la condizione dentro cui Peter è costretto a vivere.
Tom Holland trova in questa nuova dimensione una delle interpretazioni più mature della sua versione di Peter. Non cerca più continuamente la simpatia, la goffaggine o l’irruenza adolescenziale che avevano definito i primi capitoli. Il suo Peter è silenzioso, stanco, e soprattutto sembra aver capito che crescere non significa necessariamente stare meglio. La malinconia passa anche attraverso il corpo e i silenzi. Nel modo in cui cammina, negli spazi che attraversa, nella fisicità sempre più esasperata con cui si aggrappa al ruolo di Spider-Man. Ed è proprio il corpo a diventare una parte importante del racconto. Crotton punta su una fisicità più concreta, fatta di stunt, ambienti reali e movimento, restituendo a Spider-Man una relazione più tangibile con la città. È una scelta particolarmente efficace perché l’Uomo Ragno, più di molti altri supereroi, appartiene allo spazio urbano. Ha bisogno dei palazzi, dei ponti, dei vicoli, della metropolitana. Non vola sopra New York: si aggrappa a New York.
La città di Brand New Day appare così meno monumentale e più vissuta. È una New York quotidiana, attraversata da persone che hanno ormai fatto l’abitudine alla presenza di Spider-Man. Il regista non la usa soltanto come terreno di gioco per le sequenze d’azione, ma come specchio della condizione di Peter: una città piena di vita in cui il protagonista è, paradossalmente, sempre più solo.
Due eroi, due modi di convivere con il dolore
Quando il film rimane dentro questa dimensione trova il suo tono migliore. Il problema arriva quando la storia comincia ad allargarsi. L’ingresso di Frank Castle, interpretato ancora una volta da Jon Bernthal, mette Peter davanti a un’idea di giustizia completamente diversa. Spider-Man salva; Castle punisce. Peter crede che la responsabilità imponga dei limiti, Frank ha costruito la propria identità proprio sulla loro distruzione. Il confronto tra i due funziona perché non ha bisogno di essere spiegato: basta metterli uno di fronte all’altro per far emergere due modi opposti di reagire al dolore. Castle diventa così uno specchio deformato di Peter. Entrambi sono stati segnati dalla perdita, ma hanno scelto di trasformarla in qualcosa di diverso. Ed è proprio questo confronto a dare maggiore peso al percorso di Peter, mostrando quanto sia sottile il confine tra il senso del dovere e una vita completamente assorbita dalla propria missione. Bruce Banner, interpretato da Mark Ruffalo, si inserisce invece in modo più naturale. Anche lui ha dovuto fare i conti con una trasformazione che ha cambiato per sempre la sua vita e con la difficoltà di trovare un equilibrio tra l’uomo e ciò che è diventato. Il confronto con Peter funziona proprio perché i due condividono, seppure in modi molto diversi, lo stesso problema: capire quanto della propria identità finisca per essere inghiottito dal supereroe.
I personaggi secondari funzionano quando rimangono legati a Peter e al suo percorso. Quando invece la storia si allarga troppo, aprendo nuove porte e introdecendo personaggi nuovi, la componente spettacolare prende progressivamente il posto di quella più intima. Anche il nuovo antagonista porta Brand New Day verso una dimensione più vicina al thriller. Peter non può limitarsi a combattere: deve capire cosa sta succedendo, seguire gli indizi e muoversi in una situazione che non riesce a controllare. Per alcuni momenti il film rallenta, costruisce la tensione attraverso l’attesa e lascia che l’inquietudine prenda il posto dell’azione. È una scelata interessante perché permette a Spider-Man di uscire, almeno temporaneamente, dalla dinamica più prevedibile dello scontro tra eroe e villain.
Il nuovo giorno di Peter Parker
Essere Spider-Man non significa soltanto salvare gli altri, ma anche convivere con il peso di una missione che ormai occupa ogni parte della vita di Peter. Il film non porta sempre questa intuizione fino in fondo, ma quando riesce a farlo emerge una malinconia nuova, più intima, che dà al personaggio una profondità che i capitoli precedenti avevano solo sfiorato. Anche il titolo, allora, assume un significato più preciso. Non indica il ritorno alla vita che Peter aveva prima. Quella vita è finita e il film, intelligentemente, non prova a fingere il contrario. Il nuovo giorno non cancella il passato: arriva dopo di esso. È forse questa la maturità che il Peter Parker di Tom Holland aspettava da quattro film. Non imparare più a essere Spider-Man, ma capire chi è quando Spider-Man ha occupato quasi tutto lo spazio.
Spider-Man: Brand New Day non è un film perfetto. È irregolare e nella seconda parte perde parte della compattezza costruita all’inizio. Ma ha il merito di provare a guardare Spider-Man da una prospettiva meno convenzionale, lascinado che dietro il costume torni a vedersi una persona. Ed è proprio qui che rimane la sua immagine più forte: Spider-Man attraversa una città intera, visto e riconosciuto da tutti, mentre Peter Parker rimane invisibile. New York continua ad avere bisogno di Spider-Man. Peter, invece, deve ancora ritrovare il modo di essere se stesso. Forse è questo il vero senso del film: non una nuova rinascita del supereroe, ma il primo giorno di una vita che Peter, per la prima volta, deve imparare a vivere senza poter tornare indietro.




