Alessandro Haber: “Il teatro mi ha salvato. Il cinema è l’amante, il teatro è la sposa”
di Angela Failla – Intervista realizzata per Il Mitte al Festival del Cinema Italiano
“Il teatro mi ha salvato“. Alessandro Haber lo dice con la naturalezza di chi non sente il bisogno di aggiungere altro. Eppure, dentro quella frase, c’è una vita intera. C’è il bambino diventato attore, l’uomo che sul palcoscenico ha trovato un rifugio, un’identità, forse persino una casa. Non è una dichiarazione d’amore, ma il racconto sincero di un’esistenza che, senza quel sipario, sarebbe stata inevitabilmente diversa. Ascoltarlo significa entrare in un mondo in cui il confine tra vita e scena si assottiglia fino quasi a scomparire. Lo incontro al Festival del Cinema Italiano, è seduto in mezzo alla gente. Per Haber il teatro è il luogo in cui la realtà smette di fare rumore, quello in cui riesce finalmente a riconoscersi. «In teatro si mente dicendo la verità», racconta. Ed è forse questa la chiave per comprendere un artista che, dopo oltre centosessanta film e decenni di palcoscenico, continua a vivere ogni spettacolo con la stessa necessità di mettersi in discussione e di lasciarsi sorprendere.
Ha alle spalle oltre centosessanta film, decine di spettacoli teatrali e una carriera lunghissima. Cosa rende questo mestiere ancora così importante per lei?
La passione. È quella che mi ha salvato, in tutti i sensi. Per me la vita è sempre stata il palcoscenico, la macchina da presa, il pubblico. La realtà, invece, l’ho sempre vissuta con più difficoltà. Il teatro mi porta in una dimensione quasi fantastica, dove riesco a esprimermi e a riconoscermi. Nella vita di tutti i giorni mi sento meno a mio agio, ancora un po’ fuori posto. Per fortuna ho degli amici e continuo a lavorare. In tutta la mia vita non ho mai saltato una stagione teatrale. Il teatro è la donna della mia vita. Il cinema è l’amante.
Ha detto che il teatro le ha salvato la vita. Che cosa le ha dato che fuori dal palcoscenico non è riuscito a trovare?
In teatro si mente dicendo la verità. Mi ha salvato perché ogni giorno costruisco qualcosa che prima non esisteva. Sul palcoscenico sono il proprietario di quello che faccio. Il cinema è un lavoro meraviglioso, ma il risultato dipende anche dal montaggio, dalla post-produzione, da tante altre persone. In teatro, invece, tutto accade in quell’istante, insieme al pubblico. È un rapporto unico. Quell’abbraccio che arriva dalla platea è qualcosa di incredibile. Per me è quasi come fare l’amore. Se potessi, alla fine di ogni spettacolo, abbraccerei uno per uno tutti gli spettatori. E quando gli applausi finiscono arriva sempre un momento di vuoto, di solitudine, come se non appartenessi più a nessun luogo. Poi passa. E l’unica cosa che desidero è tornare in scena il giorno dopo.
Continua a credere molto anche nel cortometraggio, una forma di cinema spesso sottovalutata. Cosa la spinge ad accettare questi progetti?
I cortometraggi li fanno soprattutto i giovani e a me piace lavorare con loro. È un po’ come rivedere me stesso agli inizi. Mi piace trasmettere qualcosa della mia esperienza e, allo stesso tempo, ricevere il loro entusiasmo, la loro voglia di cominciare. È uno scambio bellissimo. Cerco sempre di scegliere progetti che abbiano un senso. Certo, qualche volta si sbaglia, ma va bene così: anche gli errori fanno parte del mestiere. Ho girato recentemente Prova d’amore di Nelis Nazzani, un lavoro a cui tengo molto. Ormai si è sparsa la voce che sono disponibile e questa cosa mi diverte.
Cosa direbbe oggi a un ragazzo che sogna di fare l’attore?
Gli direi di credere in qualcosa e di lottare. Ma anche di essere onesto con se stesso. Il talento non si compra al mercato e non si insegna in un’accademia: o ce l’hai oppure no. Certo, va coltivato. Bisogna osservare, leggere, vivere, fare esperienza. Noi facciamo un mestiere straordinario e abbiamo anche la fortuna di essere pagati per fare ciò che amiamo. Però bisogna capire se si hanno davvero le capacità per andare avanti. Una cosa è avere voglia, un’altra è avere talento. Sono due cose completamente diverse. Io posso desiderare di guidare una Formula 1, ma se non ne sono capace è inutile. Quando vedo ragazzi di diciotto o diciannove anni resto colpito dalla loro lucidità e dalla loro determinazione. Come Kimi Antonelli: quel ragazzo sta facendo cose straordinarie.
Ha interpretato personaggi profondissimi, spesso complessi e pieni di sfumature. C’è un ruolo che non le è mai stato proposto e che vorrebbe ancora interpretare?
Ho fatto tantissime cose. Credo di aver girato circa centosessanta film, tra ruoli grandi e piccoli, e una sessantina di spettacoli teatrali. Ogni tanto vedo un personaggio e penso: “Questo mi sarebbe piaciuto interpretarlo”. Spero sempre che qualcuno riesca ancora a sorprendermi con una proposta inaspettata. Per andare da Roma a Milano non c’è solo l’autostrada: io ho sempre preferito le strade più tortuose, quelle meno facili. Sono quelle che ti fanno scoprire qualcosa. Il prossimo anno, dopo tre stagioni con La coscienza di Zeno, porterò in scena Le ultime lune di Furio Bordon, con la regia di Paolo Valerio. È un progetto a cui tengo molto e non vedo l’ora di affrontarlo, anche perché sono consapevole che il mio tempo, prima o poi, finirà.
Se oggi potesse incontrare l’Alessandro Haber ragazzo, quale consiglio gli darebbe?
Gli direi semplicemente: fai quello che ha fatto quello anziano.



