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Jasmine Trinca: “il cinema è un lavoro collettivo”. In Germania per il lancio di “Diamanti” di Ferzan Ozpetek

Le interpretazioni di Jasmine Trinca, che sanno coniugare intensità, sensibilità e autenticità, l’hanno resa una delle interpreti più apprezzate del cinema italiano contemporaneo. In “Diamanti”, l’ultimo film di Ferzan Özpetek, che sarà distribuito in Germania a partire dal 3 settembre di quest’anno e che è stato proiettato di recente presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino, Trinca entra a far parte di un racconto profondamente corale che intreccia storie, emozioni e relazioni femminili, personaggi complessi e sfaccettati che dialogano fra loro in modo delicato, leggero, ma anche profondo e non senza qualche spigolo. L’abbiamo incontrata in occasione del lancio tedesco del film e abbiamo parlato dell’esperienza sul set, del lavoro all’interno di un cast ricco di grandi interpreti e dei temi che rendono “Diamanti” un’opera capace di raccontare la forza dei legami umani attraverso una pluralità di sguardi.

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La prima impressione che si ricava da questo film è quella di un’opera fortemente corale. Come si trova l’equilibrio fra l’esigenza di dare profondità al proprio personaggio e quella di mettersi al servizio di un racconto collettivo?

Nel corso del tempo, io ho maturato l’idea che il cinema, non solo questo film, sia un lavoro collettivo. Certo, noi attrici siamo il corpo esposto, però il film è quello che si fabbrica tutto intorno. Quindi ho sempre ragionato in questi termini, non sono mai stata un’attrice che guardava solo al proprio piccolo lavoro.

Nel caso di questo film, questa condizione si è estesa, perché oltre a tutta la troupe c’era un cast numerosissimo. Ciascuna di noi aveva un personaggio che poteva essere più o meno approfondito, alcuni erano accennati con delle suggestioni, delle pennellate. Però l’idea forte di questo film, secondo me, è che tutte le donne raccontate, anche con le loro piccole storie, avevano la dignità di potersi raccontare.

È come se questo gruppo, questo collettivo, dalle proprietarie della sartoria fino alle sarte che ci lavoravano anche di notte, fosse un unico racconto. E questo secondo me è importante, anche per come si concepiscono le storie delle donne.

Quello che mi ha colpita del tuo personaggio è che la sua storia precedente, il suo dolore originario offrirebbe abbastanza intensità da meritarsi un film a parte, mentre invece viene raccontato, appunto, con piccole pennellate, che permetto di arrivare alla rivelazione.

Sì, è molto misterioso. 

Come hai scelto e costruito quello che poteva essere mostrato e quello che doveva restare nascosto? È stato un lavoro esclusivamente tuo o un lavoro in team, con il regista?

Questo caso è stato molto particolare. Io avevo già lavorato con Ferzan Ozpetek e nel lavoro precedente che avevo fatto, lui, partendo dalla sceneggiatura, aveva già messo in discussione la storia ogni giorno. È come se ogni mattina, sul set, si riscrivesse un po’ il racconto del film.

Lavora molto per suggestioni, nell’immediato, se pure con il suo canovaccio. In questo film, per il mio personaggio, inizialmente, non era prevista la storia della perdita di una figlia, c’era soltanto la dinamica del conflitto tra sorelle. E lui un giorno mi telefona, quando già stavamo preparando il film, e dice “ho pensato di aggiungerti un particolare, perché tu sei un’attrice che, secondo me, ha bisogno di fare delle scene intense”. E allora mi ha raccontato questa storia, purtroppo ispirata alla vicenda di una sua cara amica, e da lì siamo andati avanti, come si farebbe nella vita reale. Quando tu incontri una persona, questa non ti racconta per filo e per segno tutta la sua storia, come se fosse una didascalia. Si è trattato far emergere, in alcuni momenti, un’assenza. Ho lavorato sull’idea di quelle persone che, magari per colpa di un grande dolore, sono in collegamento con la realtà, ma non tanto. Ho lavorato anche sull’assenza o sulla presenza in un’altra dimensione.

È un’assenza che si nota molto soprattutto in realtà nelle scene in cui Gabriella è con il marito, perché è esattamente lì che ci dovrebbe essere una presenza che non c’è.

Sì, esatto. E nelle scene con il marito c’è sempre questa dolcezza, come se lei volesse far vivere ancora questa figlia. È come innominabile quel dolore. Infatti poi, come si vedrà nel film, il momento chiave tra le sorelle è quando, dopo una lunga incomunicabilità, una delle due ha il coraggio o la violenza di tirare fuori quel trauma, chiamandolo proprio per nome. Ed è lì che quel trauma riaffiora e si libera.

Considerando questo cambio di prospettiva in corsa, com’è cambiata la tua visione del personaggio rispetto alla prima lettura della sceneggiatura?

Diciamo che nei primi momenti di questa storia questo personaggio era una donna che beveva di nascosto, che nascondeva un dolore. Questo dolore è stato poi individuato e nominato da Ozpetek. E prima, invece, dovevo lavorare di fantasia, dovevo portare questo vuoto esistenziale, senza però spiegarmelo. E quindi diciamo che sì, semplicemente ho aggiunto a quello che lui già mi chiedeva di essere un fondo molto più sostanzioso, per dare il senso di come si resta al mondo dopo un dolore del genere.

Quindi questi momenti metanarrativi del film, nei quali si vede Ferzan Ozpetek discutere in corso d’opera con tutto il cast, sono di fatto momenti che riflettono questo modo di lavorare?

Esattamente. E in fondo il film è anche un racconto sulla creazione cinematografica. C’è questo fantasma che si vede alla fine del film, di questa attrice che gli parla nella sua scenografia vuota e lo interroga. Lui si mette in scena in prima persona, mostra come si fabbricano i fantasmi e le proiezioni e quindi anche i film.

E ci sono sicuramente degli elementi sia dal punto di vista dell’universo femminile che dell’industria cinematografica che sono anche abbastanza attuali, nonostante il film sia ambientato in un altro decennio.

Sì, è ambientato in un’epoca d’oro del cinema italiano, in cui l’artigianalità italiana si vedeva ovunque, anche nel cinema, era leggendaria. Queste impressioni vengono anche da quando Ferzan faceva l’aiuto per vari registi: lui si è trovato a lavorare con Piero Tosi, un grandissimo costumista italiano e ha raccolto proprio questa suggestione, raccontando il modo in cui si lavorava dentro una sartoria, il tempo che ci si metteva per creare gli abiti, i costumi di un film. Questa cosa gli è rimasta per sempre e per questo ha voluto mettere anche in scena alcune delle creazioni di Piero Tosi. Per esempio, nel film ci sono gli abiti del Gattopardo, sono gli originali. È una dichiarazione d’amore per quel cinema italiano il cinema che lui ha conosciuto e che l’ha ispirato.

Se dovessi descrivere Diamanti con una sola immagine con un solo ricordo del set, del lavoro che avete fatto insieme, quale sarebbe?

Sicuramente il momento collettivo della creazione di questo abito, che comunque è anche metafora di quello che abbiamo fatto noi sul set: ognuno a modo suo ha provato ad aggiungere un punto a questa cucitura, chi l’ha fatto storto, chi l’ha fatto dritto, chi l’ha fatto con sapienza, chi con ricchezza, chi con sottrazione, però è stato sicuramente un lavoro di assemblaggio e creazione comune. Quindi quell’abito finale, così rosso, grandissimo, non fatto con l’intelligenza artificiale, è proprio il racconto metaforico di quello che siamo stati anche noi sul set.

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