
Nelle ultime settimane, diverse organizzazioni di tutela dei diritti civili in Europa, come Statewatch, sono tornate a lanciare l’allarme sul controverso accordo bilaterale fra Unione Europpea e Stati Uniti, che prevede la possibilità per gli USA di accedere a enormi quantità di dati sensibili e anche biometrici di privati cittadini europei. I negoziati su questo accordo vanno avanti dal 2022 e, secondo molte ONG, l’UE sarebbe intenzionata a cedere alle pressioni dell’amministrazione Trump, cedendo in maniera potenzialmente irrevocabile il diritto per le autorità statunitensi a una quantità incalcolabile di dati riservati di tutti gli Stati Membri. L’accordo in questione è il cosiddetto EBSP, che sta per “Enhanced Border Security Partnership”, ovvero “Partnership rafforzata per la sicurezza delle frontiere” e, secondo diversi esperti del settore, rischia di trasformarsi in, un sistema di sorveglianza biometrica di massa.
La newsletter del Mitte!
Notizie, novità, eventi dalla Germania
La leva negoziale degli USA è la minaccia di ritirare la possibilità per i cittadini dei Paesi Europei di partecipare al Visa Waiver Program (ovvero alla possibilità di entrare negli USA senza un visto).
Quali dati verrebbero scambiati sotto l’EBSP?
Uno dei punti cruciali dell’accordo è l’invio automatizzato (cioè senza bisogno di un’apposita richiesta motivata e con poca o nulla supervisione umana) di dati come impronte digitali, immagini del volto associate all’identità, dati genetici, ma – e questo è uno degli elementi che preoccupano di più le associazioni che si occupano di privacy e diritti civili – anche informazioni che permetterebbero di profilare individualmente i cittadini, come etnia, stato di salute, eventuali problemi sanitari, opinioni politiche e orientamento sessuale. Anche il Garante europeo della protezione dei dati (EDPS) ha sottolineato che si tratta del primo potenziale accordo dell’UE con un Paese terzo a consentire trasferimenti massicci di dati biometrici per finalità relative al controllo delle frontiere.
Chi si oppone al trasferimento automatizzato di dati dall’Unione Europea agli USA?
Già dal novembre dell’anno scorso, Statewatch ha denunciato il fatto che la maggior parte degli Stati Membri non avessero in effetti resistito più di tanto a questa richiesta dell’amministrazione d’oltreoceano. Alcuni, come l’Italia, la Francia, i Paesi Bassi e l’Austria, avevano espresso perplessità sui trasferimenti automatizzati di dati e chiesto maggiori garanzie, ma non c’era stata, nel complesso, una spinta negoziale particolarmente veemente. Quando, a dicembre dello stesso anno, il Consiglio di Sicurezza UE aveva autorizzato la Commissione a iniziare i negoziati con Washington, però, lo aveva fatto limitando il mandato dell’esecutivo e stabilendo che in nessun caso si potesse concedere l’accesso alle banche dati europee, ma che fosse in discussione solo l’accesso a dei singoli Stati. Il Consiglio di Sicurezza aveva inoltre imposto che un eventuale accordo rispettasse la Carta dei diritti fondamentali e il GDPR e che le finalità di trattamento dei dati avessero limiti precisi.
I rischi dell’accordo UE-USA sulla condivisione di dati sensibili
La prima bozza dell’accordo era stata pubblicata, ancora una volta, da Statewatch nel maggio scorso: in quell’occasione l’organizzazione, con il supporto di diversi esperti del settore, aveva espresso considerevole preoccupazione. Fra le obiezioni sollevate, in primis il fatto che le finalità che potrebbero giustificare la condivisione di dati ci siano definizioni come “rischio per la sicurezza o l’ordine pubblico”, considerate troppo vaghe e potenzialmente atte a perseguire gli attivisti che supportano cause sgradite al governo USA, come quella palestinese. In generale, secondo Statewatch e altre organizzazioni, quella prima versione dell’accordo avrebbe concesso agli Stati Uniti un margine esageratamente ampio di utilizzo dei dati dell’UE, anche allo scopo di profilare o discriminare i cittadini dell’Unione in modi e secondo criteri molto diversi da quelli dei loro rispettivi governi. Per esempio, i cittadini europei con l’intenzione di viaggiare verso gli USA avrebbero potuto essere oggetto di discriminazione su base etnica, razziale, o essere targettizzati in quanto attivisti.
Preoccuperebbe anche l’assenza di un tetto ragionevole alla conservazione dei dati (il DHS, ovvero il dipartimento di sicurezza interna da cui dipende anche l’ICE, potrebbe conservare i dati anche fino a 75 anni). Inoltre sarebbe difficilissimo, se non impossibile, appellarsi contro violazioni dei criteri imposti dall’UE per la condivisione, come il rispetto del GDPR e della Carta dei Diritti, poiché un eventuale accoglimento dei ricorsi dipenderebbe esclusivamente dal diritto USA e dalla dimostrazione del fatto che da un trasferimento di dati sia derivato un danno concreto, il che è impossibile, considerando che gli scambi di dati sono segreti.
Il fatto di lasciare interamente agli USA la gestione di eventuali abusi è reso ulteriormente problematico dalla sentenza Trump v. Slaughter dello scorso giugno, nella quale la Corte Suprema USA ha stabilito che il Presidente può rimuovere a piacimento i membri di agenzie federali indipendenti, incluse la Federal Trade Commission e il Privacy and Civil Liberties Oversight Board, che sono organi chiave per la supervisione del trasferimento di dati dall’Unione Europea. Questo vuol dire che, se l’amministrazione volesse fare dei dati un uso che viola i termini, già molto ampi, dell’accordo, potrebbe fare in modo da rimuovere dagli organi di sorveglianza tutte le figure che si opponessero a tali violazioni.

Preoccupano inoltre le tipologie già citate di dati sensibili che potrebbero essere condivise e il fatto che sia previsto il trattamento automatizzato dei dati senza una vera revisione umana.
Proprio a fronte di queste preoccupazioni, diverse organizzazioni della società civile, fra le quali la stessa Statewatch, ma anche Access Now ed EDRi (European Digital Rights, ovvero la più grande rete europea di organizzazioni non governative esperti e attivisti nell’ambito dei diritti digitali) e numerosi accademici hanno inviato una lettera aperta al Consiglio dell’Unione Europea indicando nove punti sui quali ritengono che l’accordo violi il diritto europeo.
Oltre a firmare la lettera aperta, EDRi ha inoltre accusato, in un comunicato, la Commissione Europea di aver supinamente alle richieste di Trump e di aver condotto negoziati non trasparenti. Gli esperti di diritti digitali ritengono per questo che la Corte di giustizia Europea possa dichiarare l’accordo incompatibile con il diritto europeo.
A questo clamore è seguita una rielaborazione dell’accordo, ma, secondo Statewatch, che ha pubblicato la propria opinione in merito ad agosto, i cambiamenti sarebbero minimi e non rilevanti. Per esempio, invece che di “rischio” perl l’ordine pubblico, si parla di “rischio serio e autentico”, ma questa definizione, secondo l’ONG, non restringe il campo in maniera soddisfacente. Nella bozza si escluderebbero formalmente le banche dati europee, ma non si individuerebbero strumenti per garantire l’applicazione di questo principio. Inoltre, i critici dell’accordo avevano chiesto una tutela più forte per le immagini fotografiche dei volti, ma tale tutela non è arrivata: è semplicemente stato specificato che le immagini si possono trasmettere “se necessarie”, senza però individuare una definizione precisa delle condizioni che le renderebbero tali.
Inoltre, la Commissione non avrebbe adeguatamente resistito alle pressioni usa per inserire nelle banche dati elementi altamente problematici, come l’orientamento sessuale e l’etnia.

Foto: EPA/TERESA SUAREZ
La petizione per ritirare l’accordo: “rischio sorveglianza biometrica di massa”
Inevitabilmente, una raccolta firme è stata avviata per chiedere che l’accordo venga ritirato. L’EBSP, si legge nel testo, rischierebbe di far scattare uno stato di sorveglianza biometrica di massa e sarebbe un vero e proprio “ricatto” che usa il programma di visti facilitati per forzare la mano della Commissione, creando un pericoloso precedente e mettendo in mano a un Paese terzo dati che identificano gli individui per tutta la vita e che, una volta caduti nelle mani sbagliate, non possono essere mai completamente recuperati né resi innocui.
Secondo i fautori della petizione, la Commissione, pur di chiudere l’accordo entro l’anno, sarebbe disposta a cedere in blocco i diritti di tutti i cittadini europei, rinunciando a proteggere la propria popolazione contro una minaccia che non ha precedenti nella storia dell’umanità e della tecnologia. Gli USA, infatti, potrebbero targettizzare cittadini che non rappresentano alcun rischio, ma che semplicemente sono attivisti pro-Palestina, supportano le persone LGBTQIA+ o hanno espresso, in Europa, posizioni critiche su Trump.




