Vertice E5 a Berlino: così l’Europa tenta di salvare la NATO
Il 7 e l’8 luglio i capi di Stato e di governo dei 32 paesi della NATO si riuniranno ad Ankara per quello che molti considerano uno degli appuntamenti di politica estera più rilevanti dell’anno. Si tratta di una situazione senza precedenti per la NATO, considerando che Donald Trump è il primo presidente degli USA nella storia dell’Alleanza Atlantica ipotizzare di poterne uscire o almeno di poterne ridimensionare l’importanza. C’è poi da considerare ache il rancore che il tycoon ha espresso a più riprese verso gli alleati che hanno rifiutato di appoggiare il suo attacco non concordato contro l’Iran. In vista di quel vertice, il cancelliere Friedrich Merz (CDU) ha convocato mercoledì alla Cancelleria federale di Berlino quattro colleghi per un incontro E5: il presidente francese Emmanuel Macron, la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, il capo del governo polacco Donald Tusk e il primo ministro britannico Keir Starmer. In videoconferenza da Washington si è collegato il segretario generale della NATO Mark Rutte, prima del suo incontro con Trump.
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La sigla E5 è stata lanciata nel 2024, per riunire i ministri della difesa delle maggiori potenze militari europee e coordinare il sostegno all’Ucraina, gestire il progressivo disimpegno statunitense dal continente e avviare progetti comuni in campo militare.
Cinque messaggi dall’E5 di Berlino, per l’Alleanza atlantica
Al termine dei colloqui, Merz ha elencato cinque punti condivisi dai partecipanti. Il primo ribadisce la posizione essenzialmente atlantista dei Paesi coinvolti, nonché il sostegno a una NATO “forte e unita”. Il secondo si concentra invece sul rafforzamento del cosiddetto pilastro europeo dell’Alleanza, rispetto alla quale Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Polonia già impegnate in una significativa crescita delle spese per la difesa, presupposto, secondo Merz, “per un partenariato transatlantico più equilibrato”. Il terzo punto esclude iniziative nazionali isolate: “I nostri vicini devono sentirsi più sicuri quando la Germania diventa più forte”, ha detto il cancelliere. Il quarto messaggio è rivolto a Mosca: il sostegno europeo all’Ucraina resta intatto. Il quinto riguarda l’Iran: i cinque accolgono con favore l’accordo quadro raggiunto tra Washington e Teheran, e si dicono pronti a sostenere i negoziati successivi in Svizzera, a condizione che i presupposti siano soddisfatti. Su una possibile missione per la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, Macron ha precisato che “occorre ancora definire le condizioni”.

Foto: EPA/MICHAEL KAPPELER / POOL
Al vertice NATO dell’Aia dello scorso anno, gli Stati membri avevano già concordato, sotto la pressione di Trump, un aumento drastico delle spese per la difesa: entro il 2035, il 5% del PIL nazionale dovrà essere destinato a questo scopo, di cui almeno il 3,5% a compiti di difesa classica e un ulteriore 1,5% a spese rilevanti per la sicurezza, comprese le infrastrutture. Merz ha sottolineato che i paesi dell’E5 stanno già attuando questo percorso, con fortissime resistenze interne da parte delle rispettive opposizioni parlamentari e di elementi della società civile in tutti i Paesi coinvolti.
Italia e Polonia erano rimaste fuori dall’ultimo incontro
Qualche settimana fa, Merz, Macron e Starmer si erano consultati a Londra con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel formato ristretto E3, per discutere di garanzie di sicurezza e sostegno militare, in particolare sulle capacità antimissile e di attacco in profondità. Quell’incontro aveva suscitato la netta irritazione di Italia e Polonia, rimaste fuori dal tavolo.
Tusk ha reagito con particolare veemenza. La Polonia, snodo logistico cruciale per lo sforzo bellico ucraino, rivendica un posto in ogni contesto negoziale: “Senza la Polonia, senza i paesi scandinavi, senza i paesi baltici, senza la Romania sarà difficile ottenere qualcosa”, ha avvertito a Berlino. Il primo ministro ha inquadrato la questione in termini più ampi, definendo lo scontro con la Russia un conflitto di civiltà con “un vicino aggressivo a est”.

Chi invece preferisce il formato E3 ritiene che quel gruppo, dotato di arsenale nucleare, capacità di raccolta di intelligence e potere di attacco in profondità senza pari tra gli europei, costituisca la sede naturale per i colloqui con Mosca. Si tratta di una tensione non ancora risolta, che si sovrappone a un’altra: la crescente frattura diplomatica tra Polonia e Ucraina.
Il pilastro europeo e le pressioni di Washington
Centrale nell’agenda berlinese è stata la questione di come costruire un pilastro europeo della NATO capace di compensare, almeno in parte, il ridimensionamento della presenza militare americana in Europa. Quel ridimensionamento riguarda non solo le forze convenzionali, ma anche i cosiddetti “facilitatori strategici”: logistica, strutture di comando e infrastrutture di supporto alla proiezione del potere di combattimento.
La scorsa settimana, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth aveva criticato aspramente gli alleati a Bruxelles, annunciando una revisione semestrale dei livelli delle forze americane sul continente. Trump, nel frattempo, ha nuovamente accusato i partner europei di non aver sostenuto gli Stati Uniti in Iran. A Washington si è detto “deluso dalla Germania”, riferendo ai presenti di aver chiesto al governo federale un appoggio simbolico, ricevendo un rifiuto. Rutte, noto nelle cancellerie per la sua capacità di smussare le frizioni con l’amministrazione americana, ha difeso Berlino davanti a Trump, sottolineando la quasi-duplicazione delle spese tedesche per la difesa tra il 2021 e il 2029. Sempre Rutte, tuttavia, ha dichiarato che l’Italia avrebbe concesso l’uso delle basi per operazioni che hanno coinvolto circa 500 aerei americani, cosa che ha messo in non poco imbarazzo il governo Meloni, il quale aveva invece riferito di aver negato il proprio appoggio alla guerra in Iran. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha commentato le dichiarazioni di Rutte specificando che le basi italiane sarebbero state utilizzate solo per operazioni logistiche e non per operazioni militari attive.

I cinque di Berlino hanno concordato di coordinarsi strettamente su armi a lungo raggio, difesa aerea e intelligenza artificiale applicata alla difesa. Merz si è posizionato come copresidente della “coalizione dei volenterosi”, il formato che mira a fornire garanzie di sicurezza militare nell’ambito di un futuro accordo di pace con l’Ucraina, ruolo destinato ad assumere maggiore peso se la crisi politica britannica dovesse complicare il cammino di Londra.
Dalla Manica ad Ankara, passando per Évian
Macron ha descritto la riunione berlinese come un anello di una catena: il “momento di Évian”,quando i leader del G7, Trump incluso, avevano mostrato unità sul sostegno all’Ucraina e sulla pressione alla Russia per negoziati seri, era proseguito al Consiglio europeo della settimana precedente e puntava a trovare continuità ad Ankara. “Ci troviamo in un momento in cui europei e americani si stanno riavvicinando”, ha detto il presidente francese. La speranza, condivisa da tutti e cinque, è che il clima disteso di Évian regga fino alla capitale turca. Merz si è impegnato a informare tanto Trump quanto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sui risultati delle consultazioni berlinesi.




