“NAZA”, parlano i militari israeliani: così si uccide a Gaza
“Naza”, il documentario girato da Yuval Abraham e Rachel Szor e basato su inchieste svolte tra il 2023 e il 2025 dal Guardian, +972 Magazine e Local Call, raccoglie le testimonianze di 24 membri dell’intelligence e militari israeliani.
Tutti sono stati intervistati di notte, sui tetti di Tel Aviv, con voci e volti alterati per proteggerne l’identità. C’è il programmatore, quello che fa partire i raid “premendo un bottone, quello che dà alle fiamme gli appartamenti stabilendo record di velocità e tutti parlano del modo in cui intercettano e uccidono i presunti membri di Hamas, usando strumenti di intelligenza artificiale per identificare e poi bombardare i sospetti con i droni. E non solo loro.
NAZA, il “danno collaterale”: quei morti messi in conto
A morire sono anche innumerevoli innocenti, chiamati, appunto, Naza. Naza è l’acronimo militare di una parola che significa “danno collaterale” e indica morti accidentali considerati accettabili in un attacco mirato, bambini inclusi. In base a quanto riferito dagli intervistati, eliminare un membro di Hamas di medio livello può implicare la morte di 20 Naza. Eliminare un capo, anche di 200 Naza. Vengono distrutti appartamenti, palazzi, a volte interi quartieri e nel documentario si fa riferimento a una circostanza in cui sarebbero stati uccisi 500 civili, allo scopo di poter colpire una sola persona.
Non si parla di scudi umani. Si parla di bombardamenti che colpiscono prevalentemente luoghi domestici in orari notturni, spazzando via presunti colpevoli e innumerevoli innocenti. Per identificare e colpire gli obiettivi, sono diversi i sistemi di IA impiegati, come Homeland, utile per le intercettazioni telefoniche, o Where is Daddy, che localizza i sospetti attraverso le comunicazioni con i familiari, per accertarne la presenza in casa prima di sferrare un attacco. A questo scopo vengono interecettati e controllati regolarmente i telefoni di tutti le persone che vivono sotto lo stesso tetto del sospetto: moglie, figli, genitori anziani.
Quando il programma identifica alcune frasi chiave, che rendono relativamente certa la presenza del target nell’abitazione (come “papà è a casa”, ad esempio), scatta il raid che uccide l’intera famiglia. Sono Naza, il danno collaterale è contemplato. Del resto, come emerge chiaramente dal documentario, dal 7 ottobre 2023 l’esercito israeliano pensa che nessuno, a Gaza, sia davvero innocente.
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Dalla sorveglianza di massa alla “fabbrica di target”
Un tempo, dice un testimone, per ottenere lo stesso risultato e cioè per identificare un sospetto attraverso le intercettazioni c’era bisogno di qualcuno che conoscesse l’arabo e ascoltasse ore di conversazioni, per poter valutare se autorizzare o meno un attacco. Oggi invece l’intelligenza artificiale si limita a processare rapidamente un grande volume di dati e a identificare quelle espressioni che, secondo i programmatori, equivalgono a un semaforo verde per i raid.
Questo meccanismo, abbinato alla sorveglianza di massa esercitata da Israele e alla velocità con cui programmi e algoritmi lavorano incessantemente, ha creato quella che lo stesso regista ha definito una “fabbrica di target”, che segnala decine di migliaia di individui. I massacri avvengono inoltre “in diretta”, perché penetrando nei dispositivi cellulari l’intelligence israeliana riesce a monitorare tutto, le foto, le conversazioni, tutto quello che avviene in casa.
Si parla di bambine che bruciano mentre chi ha attivato il bombardamento le sente urlare a distanza attraverso i telefoni intercettati degli altri membri della famiglia, dopo aver spiato i loro volti nella tra le foto della gallery. Anche loro sono Naza, un sacrificio calcolato.
Lavender e quel 15% di errore. Il panettiere confuso con un membro di Hamas
Oltre ai Naza, le vittime messe in conto per l’eliminazione di un obiettivo mirato, ci sono anche quelle dovute al margine di errore dei sistemi. A proposito di Lavender, ad esempio, si parla di una percentuale dell’85% di successi e questo significa che esiste anche un margine del 15% di errore, definito comunque accettabile dagli intervistati. Il sistema è efficacissimo ma non perfetto e a volte sbaglia. Come quando, ricorda un testimone, ha autorizzato l’eliminazione di un uomo che risultava spesso in prossimità di diversi membri di Hamas, ma era solo un panettiere, che di conseguenza interagiva con un elevato numero di persone.
Puntare su questo 15% di errore per descrivere l’impatto agghiacciante di Lavender sulle vittime civili, tuttavia, significa cadere in un equivoco. Anche nel caso in cui Lavender agisca con successo, infatti, a morire non è solo il target “giusto”, ma anche tutta la sua famiglia, tutto il suo palazzo, tutti i Naza necessari per raggiungere l’obiettivo. Parlare del 15% di errore sulla base di questo presupposto, quindi, significa sposare la linea dichiarata dai membri dell’IDF intervistati nel documentario e ritenere in qualche modo accettabile, se non un un successo, l’eliminazione di un vero terrorista più un numero variabile innocenti. Per chi ritenga ogni civile ucciso una tragedia, le percentuali andrebbero riviste. Ma come funziona esattamente Lavender?

Foto: Palestinian News & Information Agency (Wafa) in contract with APAimages, Public domain, via Wikimedia Commons
Il sistema a punti
Questo sistema attribuisce un punteggio a ogni palestinese, che va da 1 a 100 e ha lo scopo di calcolare quante siano le probabilità che il sorvegliato possa appartenere ad Hamas o alla Jihad islamica palestinese. L’intelligenza artificiale effettua il calcolo sulla base di una serie di elementi, tra cui la presenza in rubrica di numeri telefonici di membri di gruppi terroristici o la vicinanza fisica a un’area in cui Hamas è operativo. Quando il punteggio supera una certa soglia, l’individuo in questione diventa un target e può essere ucciso. A volte per errore, come è accaduto con il panettiere.
La cosa che fa impressione è la serenità apparente con cui tutti gli intervistati parlano delle vittime civili delle operazioni che conducono. Disabili e anziani che non riescono a sottrarsi in tempo ai bombardamenti (“A loro dico buona fortuna”, dice un intervistato), bambini sepolti dalle macerie o bruciati di fronte alle madri, nulla sembra turbarli.
Dalla menzione del genocidio alla “sindrome del videogioco”
Uno degli intervistati racconta di aver avuto l’impressione di essere in un “videogioco”, quando si è trovato a sparare sui palestinesi che uscivano dalla fila per la raccolta del cibo, nella parte sud di Gaza. E sono in media sei persone all’ora a essere uccise per questa infrazione alla regola, riferisce.
C’è chi dice, letteralmente, di aver solo seguito gli ordini. C’è chi ammette di essersi divertito durante gli attacchi. C’è chi sostiene di essere solo un tecnico. C’è chi parla apertamente di genocidio. C’è chi precisa che nessuno nella sua unità odia gli arabi, ma Yuval Abraham fa presente che la stessa unità di cui parla è quella che ne ha uccisi di più. C’è chi dice che da piccolo si chiedeva come avessero potuto i nazisti fare quello che avevano fatto, ma di aver capito, da adulto, quel perverso meccanismo per cui si può far saltare un edificio e poi tornare serenamente a studiare per la laurea in psicologia clinica.
L’unica volta che uno degli intervistati ammette di aver provato un certo disagio è quando racconta di aver visto il corpo di un adolescente, a cui aveva sparato, divorato in seguito da un cane. Il ragazzo aveva violato una “kill zone” e cioè era entrato in una delle aree di Gaza considerate operative dall’IDF e in cui è proibito l’accesso a chiunque. Violare una “kill zone” significa poter essere immediatamente uccisi, ma non sempre i loro confini sono visibili o riconoscibili dai civili. Non sapremo mai se il ragazzo lo sapesse. Un altro danno collaterale divorato dai cani affamati che cercano cibo tra le rovine di Gaza.
Le interviste dei testimoni si alternano invece a vedute di una Tel Aviv vista dall’alto, in tutto e per tutto simile alle nostre città occidentali, ma che per qualche ragione appare buia nonostante le mille luci, con le persone negli appartamenti riprese in parte, i corpi tagliati da tende, serrande, luci, ombre. La città è a 60 km da Gaza e tutti gli attacchi raccontati vengono condotti da remoto. In smart working.

Perché gli intervistati hanno deciso di parlare?
Mi sono chiesta più volte, guardando il documentario, perché queste persone abbiano accettato di parlare, soprattutto considerando il fatto che non sembrano assumere un punto di vista crtitico sul loro operato. Ho ricevuto la risposta guardando per caso, giorni dopo, un’intervista ad Abraham e Szor condotta da Carter Sherman per il video-podcast del Guardian “Stateside with Kai and Carter”.
A questa domanda Abraham ha risposto di ritenere che molti dei testimoni stiano attraversando un processo che li porterà a fare i conti con quanto hanno commesso, mentre Rachel Szor ha espresso una visione più cupa. Ritiene infatti che molti di loro abbiano accettato di rispondere alle domande dei due registi semplicemente perché nessun altro gliele aveva mai poste, men che mai i media mainstream israeliani. Per tutti loro, insomma, quello che fanno sarebbe normale e di conseguenza sarebbe normale anche parlarne.
Le reazioni di governo israeliano e IDF e la replica del Guardian
Il governo israeliano ha attaccato ferocemente il documentario, ritenendolo mistificatorio e Il ministro della cultura, Miki Zohar, ha chiesto la revoca della cittadinanza per Abraham e Szor, accusandoli di “tradimento dello Stato” e di aver “collaborato con il nemico”. Benjamin Netanyahu ha invece definito il documentario “intollerabile” e ha equiparato la produzione di Naza a un lancio di missili balistici su Gaza. Ha inoltre annunciato l’intenzione di promuovere una modifica legislativa che permetta di revocare la cittadinanza a tutti gli israeliani accusati di diffamare all’estero l’esercito del loro Paese.
L’IDF ha invece contestato “Naza” parlando di testimonianze parziali e contestando i passaggi relativi al numero di morti accidentali causate per colpire obiettivi mirati. Secondo quando dichiarato dall’esercito israeliano, infatti, non sarebbe mai stata autorizzata la morte di 500 o anche 200 innocenti e la quota di morti civili autorizzata sarebbe, invece, “molto più bassa” e non specificamente indicata.
L’esercito israeliano contesta inoltre il fatto che sia l’intelligenza artificiale a determinare se una persona sia una target o se debba essere uccisa. Queste decisioni sarebbero infatti prese solo da esseri umani, analisti e responsabili militari. L’IDF accusa quindi il team investigativo del Guardian e i registi di aver frainteso totalmente il funzionamento di Lavender e degli altri sistemi di IA utilizzati dall’esercito. Dal canto suo, il Guardian rivendica l’accuratezza del lavoro svolto basato non solo sulle 24 interviste, ma su oltre 100 fonti giornalistiche e importanti documenti riservati dell’intelligence.

Alla fine, i numeri e i Naza diventano persone
Il documentario si chiude con una scena ad altissimo impatto, che è la dimostrazione pratica di quel processo descritto in precedenza, nella sua dimensione tecnica e freddamente operativa.
I Naza, che nelle interviste sono ridotti a schizzi su un blocco e descrizioni neutre pronunciate da profili alterati, alla fine prendono corpo e sangue in una ripresa in cui un padre piange e chiama la moglie e i figli davanti a un cumulo di macerie, da cui spuntano le gambe di corpi senza identità. Con un piccolo piccone, l’uomo aggredisce inutilmente ciò che resta di un palazzo e ai suoi richiami non risponde nessuno. Né Selma, la moglie, né Said, il figlio minore, che l’uomo continua a cercare invano per poi esclamare, disperato, “non ti avevo detto di fare attenzione a tua sorella?”. Tutto intorno, c’è l’inferno di Gaza.




