5 anni di carcere per chi nega il diritto all’esistenza di Israele: la proposta di legge in Assia
Negli ultimi anni, in Germania, le autorità e le forze dell’ordine hanno inasprito considerevolmente le pene e le attività di repressione contro i partecipanti alle manifestazioni di solidarietà per la popolazione civile in Palestina. Fra i casi più noti e dibattuti ci sono quelli che riguardano l’utilizzo dello slogan “dal fiume al mare”, che in Berlino è stato causa dell’arresto di numerosi attivisti. Nonostante i tribunali di Berlino abbiano più volte assolto le persone portate a processo per aver utilizzato tale slogan e nonostante questo sia risultato non punibile, la polizia di Berlino ha anche esplicitamente dichiarato l’intenzione di continuare a vietarlo. Non solo: la questione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele è stato così profondamente assimilato all’interno della cosiddetta “ragion di Stato” tedesca che riconoscerlo sotto giuramento è un requisito fondamentale per l’ottenimento della cittadinanza tedesca da parte degli stranieri.
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Queste e altre misure hanno recentemente spinto la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione Irene Kahn a esprimere preoccupazione per la compressione di tale libertà in Germania. Tuttavia, secondo il governo regionale dell’Assia, un’ulteriore limitazione della pubblica espressione del pensiero si renderebbe necessaria per combattere l’antisemitismo. Per questo motivo, la coalizione formata da CDU ed SPD si prepara a presentare al Bundesrat una proposta destinata ad alimentare il dibattito giuridico e politico ben oltre i confini del Land. L’iniziativa, che verrà presentata l’8 maggio, giorno dell’anniversario della liberazione della Germania dal nazionalsocialismo, mira a rendere penalmente perseguibile la negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele. I dettagli erano stati anticipati già a metà aprile a Francoforte, dove il Ministro Presidente Boris Rhein e il ministro della Giustizia Christian Heinz, entrambi esponenti della CDU, avevano illustrato i contenuti del testo.
Le motivazioni del disegno di legge
All’origine del disegno di legge vi è, secondo i suoi promotori, una trasformazione del clima sociale seguita al 7 ottobre 2023, data dell’attacco di Hamas contro Israele. Da quel momento, ha affermato Rhein parlando presso il Centro comunitario ebraico di Francoforte, si sarebbe diffusa una nuova ondata di antisemitismo. “Intollerabile che vengano urlati slogan che non avremmo mai pensato di sentire di nuovo nelle strade tedesche”, ha dichiarato il primo ministro.
Secondo l’associazione federale Rias, gli episodi antisemiti registrati su scala nazionale sarebbero passati da 1.957 nel 2020 a 8.627 nel 2024. Un incremento che, per Rhein, richiede “una protezione chiara”.
Come funziona la proposta: carcere e pene pecuniarie per chi nega il diritto all’esistenza di Israele
Fino a questo momento, la negazione del diritto all’esistenza di Israele non configura un reato autonomo nell’ordinamento tedesco e c’è anche una sentenza che ne sancisce esplicitamente la legittimità. I procedimenti penali avviati contro attivisti filopalestinesi si fondano tipicamente su altre disposizioni, come quella che vieta l’istigazione all’odio razziale. Con il nuovo testo, chi venisse condannato potrebbe incorrere in pene fino a cinque anni di reclusione o in sanzioni pecuniarie.
Il ministro della Giustizia Heinz ha sottolineato come, finora, si sia registrata “una grande creatività nell’aggirare le leggi penali vigenti”: i messaggi antisemiti sarebbero stati veicolati attraverso critiche rivolte allo Stato di Israele piuttosto che agli ebrei presenti in Germania. Le intenzioni reali, secondo Heinz, andrebbero però ricercate al di là degli slogan e sottenderebbero un sentimento antisemita e non una mera critica all’operato del governo di Benjamin Netanyahu e allo sterminio dei civili.
La definizione concreta dei comportamenti sanzionabili, in questo contesto, sarebbe affidata ai tribunali. Il testo non fornisce infatti un catalogo univoco di fattispecie. Lo slogan “From the River to the Sea“, per esempio, frequente nelle manifestazioni filopalestinesi e considerato controverso, andrebbe ogni volta contestualizzato, ha precisato Heinz. Esisterebbero tuttavia casi che il ministro considera inequivocabili: una bandiera israeliana barrata o gettata in un bidone della spazzatura, oppure l’affermazione esplicita che l’area tra il Giordano e il Mediterraneo debba essere riservata esclusivamente ad arabi e palestinesi.
Alla base del disegno di legge ci sarebbe un collegamento esplicito tra la negazione del diritto all’esistenza di Israele e il rifiuto della responsabilità storica della Germania nazista verso il popolo ebraico. Nel testo si legge che “la negazione del diritto all’esistenza dello Stato ebraico di Israele è legata al rifiuto della responsabilità, derivante dall’Olocausto, della comunità internazionale e della Repubblica Federale Tedesca di creare e preservare un rifugio sicuro per gli ebrei”.
Le reazioni della comunità ebraica
Benjamin Graumann, presidente del consiglio direttivo della Comunità ebraica di Francoforte, ha accolto favorevolmente il disegno di legge, definendolo “atteso da tempo”. L’odio verso gli ebrei, ha osservato Graumann, “non inizia mai con la violenza, ma con le parole”. Molti ebrei, ha aggiunto, rinunciano a mostrarsi apertamente in pubblico. Pur valutando positivamente la proposta, Graumann la considera un punto di partenza, non un punto di arrivo: una norma penale da sola non è sufficiente, e servono investimenti nell’istruzione, perché “l’ignoranza è il terreno più fertile per l’odio”.
Le critiche: dubbi giuridici e rischi per la libertà di espressione
Fra i primi a criticare questo disegno di legge, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, è stato Meron Mendel, direttore del centro educativo Anne Frank di Francoforte, il quale riconosce le “buone intenzioni” alla base della proposta, ma solleva una serie di interrogativi sulla sua praticabilità. Il confine tra legittima espressione di opinione e atto punibile rischierebbe, sostiene, di essere difficile da tracciare. Mendel porta un esempio concreto: un ebreo ultraortodosso che neghi l’esistenza dello Stato di Israele per ragioni teologiche, in quanto sostenitore dell’attesa del Messia e del dovere del popolo ebraico di permanere in esilio fino ad allora, potrebbe teoricamente ricadere nell’ambito di applicazione della norma o avrebbe diritto a esprimere la conclusione che la sua particolare filosofia religiosa lo spinge a raggiungere? Il ministero della Giustizia ha chiarito che questa casistica è esplicitamente esclusa dal testo.
Mendel teme però che una limitazione eccessiva della libertà di espressione produca l’effetto opposto a quello auspicato, alimentando piuttosto che contenere gli atteggiamenti antisemiti.
La proposta ha suscitato reazioni anche da sinistra. Una delle più articolate l’ha espressa Julian Daum si ND, sollevando una questione preliminare: nessuna legge regionale, federale, europea o internazionale sancisce il diritto di un qualsiasi Stato ad esistere, Israele compreso. Estendere a tale concetto la tutela penale implicherebbe, secondo Daum, l’introduzione di una sorta di “politica identitaria” nella Legge fondamentale, incompatibile con un ordinamento liberale e democratico.
A sostegno della propria tesi, Daum ricorre a una serie di paralleli: chi auspicasse la dissoluzione degli Stati Uniti in favore delle popolazioni indigene non verrebbe accusato di negare il “diritto all’esistenza” di quel Paese; chi invocasse la riunificazione della Germania con l’Austria sarebbe definito nazionalista, ma non “negazionista”. Israele, peraltro, è uno Stato privo di confini definiti, il che pone una questione concreta: i territori occupati in violazione del diritto internazionale rientrerebbero anch’essi nella protezione accordata dalla norma? E chi dicesse, in accordo con numerosi organismi internazionali, che tali territori devono essere restituiti alla popolazione originaria, starebbe “negando il diritto di Israele a esistere”?
Per Daum, la legge finirebbe per criminalizzare un’opposizione politica che critica le azioni israeliane a Gaza e che si scontra, per ciò stesso, con l’intera politica estera tedesca. Il richiamo alla lotta all’antisemitismo servirebbe, in questa lettura, a conferire legittimità morale a una misura repressiva.
L’iter legislativo
Perché il testo diventi legge, dovrà transitare dal Bundesrat al Bundestag. Graumann ha sollecitato gli altri Länder ad aderire all’iniziativa, avvertendo che chi indugia “lascia che l’odio vinca”. L’Assia, del resto, si muove su un terreno già battuto: nel 2023 il predecessore di Heinz, Roman Poseck, oggi ministro dell’Interno del Land, aveva presentato un’iniziativa analoga alla Conferenza dei ministri della Giustizia, senza però che ne scaturisse alcuna legge.



