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Ricerca italiana in Germania: a che punto siamo? Resoconto degli Stati Generali di Berlino

Gli Stati Generali della Ricerca Italiana in Germania si sono tenuti il 23 aprile 2026 presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino, in occasione della IX Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo. L’evento, organizzato in collaborazione con SIGN (Scienziati Italiani in Germania Network) e FAI (Forum Accademico Italiano), ha riunito esponenti del mondo accademico per valorizzare i ricercatori e docenti italiani attivi in Germania. I dati usati in quest’articolo sono tratti da “Wissenschaft weltoffen” del DAAD (servizio tedesco per lo scambio accademico).

di Miriam Franchina

Per gli Stati Generali della ricerca italiana, tenutisi il 23 aprile a Berlino, nessuna ghigliottina all’orizzonte. Ci sono, quello sì, diversi “stati”, pur tecnicamente senza privilegi ereditari come nel 1789: 10.000 studenti in Germania per un intero corso di laurea (triennale o magistrale) più 4.500 del programma Erasmus; 355 professori e professoresse, secondi solo agli austriaci fra i cattedratici stranieri nella repubblica federale. E circa 4.500 ricercatori e ricercatrici — solo da India e Cina ne convergono di più. Si tratta di chi ha conseguito un dottorato di ricerca e lavora in università (circa i 2/3 del totale) o altre istituzioni accademiche, di fatto il perno del sistema.

A rivelarne la natura poliedrica sono le molte etichette: “postdoc”, “wissenschaftliche Mitarbeiter:innen”, “scientific staff”, o il fatidico “Nachwuchswissenschaftler:innen” (“nuove leve”, anche quando si superano i 40 anni). In mancanza del neutro “Forschende” come in tedesco, li chiameremo solo “ricercatori”. Stanno in laboratorio, in archivio, nelle aule universitarie, in ospedale, fanno fieldwork fra scavi e osservazione partecipante; sempre pronti a un nuovo progetto, inseguendo finanziamenti che li portano oltre frontiere nazionali e continentali, ad ogni tappa masticando una nuova lingua (o almeno provandoci) e mischiandola all’italiano.

Illustrazione di Margherita Riccardi (profilo Instagram)

Stati Generali della Ricerca e presenza accademica italiana in Germania

Passati i metal detector dell’Ambasciata d’Italiaospite degli Stati Generali, alcuni dei circa 70 presenti “si sentono già a casa” e provano ad indovinare chi viene dallo stesso spicchio di penisola. Non importa da quanto tempo si è via e se si occupa di chimica computazionale o linguistica tupì, l’inflessione prima o poi rivela la geografia biografica. Altri, a casa ci tornano solo per le vacanze e per rifornirsi di pacchi da giù, perché se la “fuga di cervelli” è un’espressione su cui si può discutere, l’esilio gastronomico è uno spunto unanime di conversazione. Se è difficile parlare di una sola Germania — 16 Länder, con quasi metà delle cooperazioni scientifiche internazionali concentrate fra Baden-Württemberg, Baviera e Renania — in Italia c’è chi sa fin da bambino che dovrà lasciare la sua regione, e “poco cambia se con destinazione Roma, Milano, o Hannover”. 

Flussi e asimmetrie della ricerca

A differenza degli omologhi francesi del 1789, gli Stati Generali della ricerca italiana sono stati convocati dal basso: dal SIGN (Scienziati italiani in Germania Network) e dal FAI (Forum Accademico Italiano), due associazioni che vogliono unire e mobilitare il “sistema diffuso” della ricerca italiana in Germania. L’obiettivo della giornata è provare a mappare, capire e abbozzare soluzioni per la “grande asimmetria”. A fronte del cospicuo flusso dall’Italia alla Germania, non si riscontra un movimento analogo in senso contrario, con circa 1.500 studenti e poche centinaia di ricercatori tedeschi negli atenei nostrani.

L’ambasciatoreFabrizio Bucci, dà voce ad un’impressione diffusa: l’Italia è un partner economico ed industriale riconosciuto in Germania, ma la ricerca non gode di altrettanta reputazione, nonostante non manchino risultati prestigiosi. Per citarne uno: nei prestigiosi e competitivi grants del Consiglio Europeo della Ricerca (ERC  Starting e  Consolidator), gli scienziati di origine italiana sono i secondi per numero di fondi vinti, anche se spesso li conseguono mentre lavorano all’estero. 

Illustrazione di Margherita Riccardi (profilo Instagram)

Reti, cooperazione e strumenti possibili

I panel degli Stati Generali delineano esempi virtuosi di conterranei dai percorsi spesso tortuosi che han fatto della ricerca la loro nuova patria, e che in Germania ci sono finiti non sempre per calcolo. Spesso si prodigano come teste di ponte per fornire informazioni, contatti, sostegno, supervisione dottorale a chi vuole muoversi fra i due Paesi. Altri interventi illustrano come alcune istituzioni italiane promuovono la collaborazione accademica fra i due Paesi, con misure a lungo termine e contatti più estemporanei. Emerge l’esigenza di informazioni più strutturate per aprire il sistema accademico italiano e facilitare il movimento già in essere dall’Italia alla Germania, con SIGN e FAI come reti da potenziare. Tra le misure perseguibili ci sono programmi di dottorato bilaterali, cattedre con affiliazione doppia, bandi di concorso e iter di studio compatibili e leggibili da entrambi i lati delle Alpi e programmi per start-up congiunte. 

Il sistema della ricerca tra Germania e Italia

Lo zoccolo duro degli astanti del 23 aprile è costituito da Naturwissenschaftler:innen, in linea con la netta preferenza degli studenti stranieri in Germania per l’ingegneria e discipline scientifico-tecnologiche (STEM in inglese, MINT in tedesco), più facilmente spendibili in un sistema economico che, pur con segni di cedimento, resta attrattivo. I Geisteswissenschaftler:innen o umanisti, invece, anche in Germania fanno i conti con possibilità lavorative più ristrette, e beneficerebbero di supporto per individuare sbocchi in nuovi ambiti. 

Negli interventi sul palco e nelle chiacchiere durante le pause caffè si evidenzia la marcata differenza negli investimenti in ricerca fra Italia e Germania (rispettivamente 1,5% e 3,1% del PIL). I ricercatori che inseguono una cattedra o un posto se non fisso, almeno della durata di un ciclo olimpico, imparano presto a districarsi nelle generose possibilità dei fondi tedeschi.

Finanziamenti e comunicazione della ricerca

Svettano, fra tutti, le “außeruniversitäre Forschungsorganisationen”: Helmholtz-Gemeinschaft (6 miliardi di fondi  annui), Max-Planck-GesellschaftLeibniz-Gemeinschaft e Fraunhofer-Gesellschaft (ognuna tra i 2 e i 3 miliardi annui). Si tratta di istituzioni che, a differenza degli atenei, puntano sulla ricerca pura (non offrono didattica) e vivono di ingenti budget soprattutto federali. Investono, ad esempio, sui clinician scientists che coniugano ricerca e attività clinica, e sugli instrument scientists che supportano la progettazione ed esecuzione di esperimenti con strumenti specifici. Meno immediato destreggiarsi nel fitto panorama dei fondi erogati da fondazioni (Stiftungen) private e politiche, per cui una rete di ricercatori in Germania potrebbe far da bussola. Agli Stati Generali non sono mancati spunti critici anche per il sistema tedesco, che a fronte di un alto tasso di ricercatori precari (82% nel 2022), spende molto per personale amministrativo a tempo indeterminato la cui efficienza non è sempre evidente. 

Illustrazione di Margherita Riccardi (profilo Instagram)

Dalla formazione specifica alla comunicazione pubblica

Chi vive di ricerca, spesso vive di domande “di base”,  talmente specifiche da risultare imperscrutabili da fuori. Come e perché le strutture molecolari degli zuccheri riescono a piegarsi come forcine? Che preghiere recitavano gli africani schiavizzati in fuga dalle piantagioni caraibiche? Chi insegue questi temi sarebbe anche contento di trovar risposte senza troppo preoccuparsi di eventuali applicazioni. Ma agli enti finanziatori e ai cittadini che con le tasse rendono possibile la ricerca, è essenziale saper trasmettere questa curiosità e tradurre, tramite divulgazione o WissKomm, risultati che restano altrimenti confinati in pubblicazioni poco accessibili e conferenze a numero chiuso. Sviscerare le strutture degli zuccheri in laboratorio è il primo passo per progettare materiali funzionali che si ispirano agli ingredienti e architetture della natura per scopi medici e tecnologici. E vetusti amuleti riesumati in archivio possono svelare meccanismi di resilienza che si ripetono nel tempo e nello spazio, per comprendere dinamiche culturali che il DNA da solo non può carpire. 

Importanza della rete e comunicazione tra Paesi

Far rete dovrà significare questo: imparare a comunicare in molte direzioni – con colleghi, studenti e istituzioni per informare su percorsi, regole e risorse; con i cittadini per illustrare come la scienza cerca risposte, sapendo che genereranno nuove domande e immancabili revisioni. E nelle due direzioni: verso l’Italia da cui si è partiti con o senza biglietto di ritorno, e verso la Germania scelta strategicamente o raggiunta opportunità non previste. Questo è un po’ il senso degli Stati Generali, che hanno debuttato come rampa di lancio per prossimi, più mirati incontri per far i conti con il problema di reputazione dell’accademia italiana oltralpe, oltre che della sproporzione di investimenti. 

L’appello di FAI e SIGN è di curiosare sui loro siti, iscriversi, far pervenire proposte e critiche. Per tornare agli Stati Generali del 1789, non serve per forza prender una Bastiglia per lanciare una costituente. Del resto, i deputati di allora trovarono chiusa la sala destinata all’assemblea e dovettero ingegnarsi in quello che oggi chiameremmo un campetto da tennis. Il 23 aprile, invece, l’Ambasciata ha aperto le porte, collegando l’iniziativa berlinese alla IX giornata della ricerca italiana nel mondo promossa dal Ministero dell’Università e della Ricerca e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. A colpi di mailing list, passaparola e social media, ci si propone di unir le forze per trasformare una presenza ampia ma frammentata in un interlocutore riconoscibile — anche per chi, tra Roma e Berlino, muove le leve decisionali. Il punto, forse, è proprio questo: trasformare quella che qualcuno definisce una diaspora in una rete.

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