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Avvocati tedeschi chiedono la decriminalizzazione dello slogan pro-Palestina “Dal fiume al mare”

Ogni giorno, sui social media, vengono pubblicati video di arresti effettuati dalla polizia di Berlino nel corso della manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese. Molti di questi arresti, che vengono effettuati con uso massiccio della forza e che hanno attirato pesanti critiche sull’operato delle forze dell’ordine, sono spesso collegate all’uso di slogan considerati proibiti. La scorsa settimana, oltre cinquanta avvocati hanno scritto una lettera aperta, indirizzata ai vertici della polizia e della magistratura di Berlino, per chiedere che si smetta di perseguire penalmente chi pronuncia o pubblica tali slogan pro-Palestina, soprattutto il più popolare “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera”.

Secondo i legali, dopo numerose assoluzioni e nuove perizie tecniche, proseguire sulla strada della repressione equivale a ignorare apertamente la legge. Molti degli arresti, delle perquisizioni e dei procedimenti giudiziari in questione, infatti, sarebbero privi di fondamento secondo gli stessi tribunali.

I tribunali bocciano la tesi della Procura: lo slogan pro-Palestina non è simbolo di Hamas

La Procura di Berlino considera lo slogan “Dal fiume al mare” come un riferimento diretto e un’espressione di sostegno ad Hamas, seguendo la lettera un decreto del Ministero dell’Interno tedesco del novembre 2023. Ma il Tribunale distrettuale di Tiergarten, in più occasioni, ha rigettato questa posizione. Uno dei casi più noti e recenti è quello dell’attivista Yasemin Acar, che recentemente è stata assolta proprio dall’accusa di aver espresso sostegno ad Hamas, pronunciando questo slogan. 

Le sentenze emesse tra maggio e luglio 2025 lo hanno confermato ripetutamente: non c’è alcuna prova concreta di un uso sistematico dello slogan in collegamento Hamas. Il tribunale ha persino commissionato una perizia all’Ufficio di polizia criminale di Berlino (LKA), che ha analizzato storicamente l’impiego dello slogan e ha concluso che non si può configurare come simbolo terroristico.

Persino una decisione precedente del Tribunale regionale di Berlino, spesso citata dalla Procura per giustificare la repressione violenta dei manifestanti che utilizzano questa formulazione, appare superata. In quella sentenza, si legge infatti nella lettera aperta degli avvocati, mancava un’analisi basata su dati empirici, oggi disponibili grazie al lavoro svolto dal tribunale di primo grado.

Arresti, perquisizioni e accuse: la repressione continua nonostante le assoluzioni

Il nodo più critico, secondo i firmatari, è che, malgrado le assoluzioni e l’evidenza giuridica, le autorità continuano ad agire come se nulla fosse cambiato. A Berlino si contano ancora centinaia di procedimenti aperti per l’uso dello slogan.

Le conseguenze non sono soltanto processuali. Parliamo di arresti in flagranza durante manifestazioni, ripetuto uso della forza con conseguenti lesioni fisiche, privazione della libertà per diverse ore, perquisizioni domiciliari, sequestri di dispositivi elettronici, multe, sospensioni di permessi di soggiorno e addirittura blocchi nei processi di naturalizzazione.

Tutto questo in un contesto in cui lo stesso Tribunale di Tiergarten ha più volte ribadito, anche negli ultimi giorni, che non sussiste alcun reato nell’uso pubblico dello slogan, specialmente quando associato a proteste contro l’offensiva militare a Gaza. La discrepanza tra giurisprudenza e operato delle autorità, avvertono gli avvocati, citando le sentenze di assoluzione, sta diventando un punto dolente anche per l’immagine democratica della città.

Lettera aperta: “Basta repressione. Serve una direttiva chiara e pubblica”

Il testo redatto dagli avvocati parla di“persecuzione di innocenti” e si rivolge direttamente alla presidente della polizia di Berlino Barbara Slowik Meisel e al procuratore capo Jörg Raupach, denunciando il persistente scollamento tra la pratica delle forze dell’ordine e le sentenze dei tribunali. 

L’appello finale chiede l’emanazione di una direttiva immediata che ponga fine ai procedimenti in corso e renda pubblica la posizione delle autorità. Ma non solo: gli avvocati invocano anche la solidarietà della comunità legale internazionale, perché la questione ha ormai travalicato i confini tedeschi. La posta in gioco, avvertono, è la credibilità dello stato di diritto in una capitale europea che sta proiettando un’immagine di violenza, repressione e oppressione sulla ribalta internazionale.

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