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La libertà di opinione in Germania è a rischio?

Quasi ignorata dalla stampa nazionale, una visita ufficiale in Germania ha prodotto valutazioni che difficilmente si associano a una delle democrazie liberali più solide d’Europa. Dal 26 gennaio al 6 febbraio 2026, Irene KhanRelatrice speciale delle Nazioni Unite per la libertà di opinione e di espressione, ha visitato Berlino e altre città in Germania, per poi rendere pubbliche le sue osservazioni preliminari.

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Il fatto stesso che questa visita di osservazione abbia avuto luogo fa pensare: da quando ha assunto l’incarico nel 2020, Khan ha visitato Paesi come l’Honduras e lo Zambia, che si caratterizzano per un’instabilità politica normalmente più facile da associare a un rischio concreto per la libertà d’opinione.

La conclusione principale del rapporto non conforta e sembra confermare quello che diverse organizzazioni di attivisti hanno già denunciato: “il margine di manovra per la libertà di espressione in Germania si sta riducendo”. Pur riconoscendo che la magistratura tedesca garantisce una tutela costituzionale solida per la libertà di stampaaccademica e artistica, Khan individua una tendenza preoccupante verso la criminalizzazione del dissenso e l’adozione di misure di sicurezza che, a suo avviso, eccedono gli standard internazionali sui diritti umani.

Il limite fra libertà di opinione e difesa della reputazione in Germania

Tra gli esempi concreti citati nel rapporto figura il paragrafo 188 del codice penale tedesco, che disciplina l’offesa a esponenti della vita politica. La norma è stata inasprita nel 2021, in risposta all’omicidio del presidente del distretto di Kassel Walter Lübcke (CDU): non solo sono state aumentate le pene, ma la fattispecie è stata estesa ai politici attivi a livello comunale e regionale, con l’esplicito obiettivo di contrastare il crescente incitamento all’odio online.

Il problema, secondo Khan, è l’uso che di questa norma è stato fatto in seguito. Politici di primo piano, tra cui l’ex ministro dell’Economia Robert Habeck (Verdi) e il cancelliere Friedrich Merz (CDU) hanno avviato un numero considerevole di procedimenti penali contro comuni cittadini sulla base di questa disposizione, anche a causa di semplici post sui social network in cui venivano utilizzate parole ingiuriose. Per la Relatrice speciale dell’ONU, questa reazione alla critica pubblica contrasta con le norme internazionali sui diritti umani.

La repressione del dissenso nelle manifestazioni per la Palestina

Il rapporto segnala altri ambiti critici: dal divieto generalizzato di utilizzare certi slogan alla sorveglianza estesa a determinate organizzazioni sulla base di motivazioni legate all’estremismo ritenute eccessivamente vaghe. L’alternativa proposta da Khan alla criminalizzazione è l’investimento in informazione, sensibilizzazione e dibattito pubblico.

Una parte consistente del rapporto Khan riguarda, come era prevedibile, la gestione delle manifestazioni legate al conflitto palestinese. Il documento parla di ” arresti e detenzioni arbitrari“, di migliaia di procedimenti giudiziari avviati, e di attivisti sottoposti a quello che viene descritto come un trattamento vessatorio da parte delle forze dell’ordine a Berlino e Colonia.

Sul piano giuridico, Khan contesta la classificazione dello slogan “From the River to the Sea” come propaganda punibile ai sensi del § 86a StGB (la norma che vieta i simboli di organizzazioni terroristiche, tra cui Hamas). Diversi tribunali regionali superiori tedeschi hanno applicato questa interpretazione, che per la Relatrice speciale è “sproporzionata” e non allineata agli standard internazionali. Nel rapporto si arriva a suggerire l’istituzione di una commissione d’inchiesta indipendente.

Khan distingue esplicitamente l’antisemitismo, definito “un problema reale e crescente”, dalla critica legittima alle politiche del governo israeliano, sottolineando la necessità di non sovrapporre i due piani.

Irene Khan ha concluso le sue osservazioni esprimendo fiducia nel fatto che la Corte costituzionale federale e la Corte federale di giustizia, con i cui presidenti ha avuto colloqui diretti durante la visita, sapranno affrontare le criticità sollevate “alla luce degli standard internazionalmente riconosciuti in materia di libertà di espressione e dopo un’attenta ponderazione dei diversi interessi”. Un rapporto definitivo con raccomandazioni dettagliate è atteso per giugno 2026.

Anche il Consiglio d’Europa critica la Germania per la repressione delle manifestazioni pro-Palestina

Khan non è l’unica voce internazionale a sollevare questi temi. A metà aprile 2026, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty ha pubblicato un rapporto sulla situazione in Germania che utilizza un lessico simile a quello di Khan e piuttosto insolito per riferirsi a un paese membro dell’Unione: “restrizioni sproporzionate” alla libertà di riunione, “uso eccessivo della forza” da parte della polizia, “crescente pressione sulle libertà democratiche”.

Michael O’Flaherty

Foto: MagnusMSG, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

O’Flaherty, che fino a poco tempo fa dirigeva l Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), aveva visitato la Germania nell’ottobre 2025, dopo segnalazioni sul deterioramento delle libertà civili. Tra gli elementi che aveva voluto esaminare, il cosiddetto “elenco dei 551 quesiti” presentato dal gruppo parlamentare CDU nel gennaio 2025, percepito dalle organizzazioni della società civile come uno strumento intimidatorio (il rapporto era stato presentato dopo che un gran numero di organizzazioni della società civile avevano manifestato contro la scelta della CDU di votare congiuntamente con AfD).

Il rapporto richiama anche il fatto che l’alleanza Civicus abbia declassato per la seconda volta in due anni, nel 2025, la libertà d’azione della società civile in Germania, definendola “compromessa”, lo stesso status attribuito a paesi come Sudafrica e Argentina.

Commentando la repressione delle manifestazioni, O’Flaherty fa riferimento al fatto che, in Germania, solo l’1% di tutte le manifestazioni registrate venga vietato, ma che il 41% di questi divieti colpisca proprio le proteste a favore della Palestina. Tra ottobre e novembre 2023, diverse città e Länder avevano vietato raduni filo-palestinesi in via preventiva. Il Land di Berlino aveva motivato i divieti con il rischio di “espressioni antisemite, glorificazione e incitamento alla violenza”, facendo riferimento alle “esperienze degli anni precedenti”. Per O’Flaherty, né gli standard del Consiglio d’Europa né quelli dell’OCSE consentono restrizioni preventive fondate su semplici sospetti o supposizioni.

Anche nelle università, secondo O’Flaherty, le restrizioni alla libertà di espressione sono “chiaramente riconoscibili”. Diverse istituzioni accademiche avrebbero limitato attività di ricerca legate alla Palestina, revocato spazi a eventi e intensificato la presenza della polizia. Le misure disciplinari a carico di studenti e personale avrebbero prodotto un effetto di autocensura diffusa.

La definizione di antisemitismo dell’IHRA

Un ulteriore nodo riguarda la definizione di antisemitismo elaborata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Pur non avendo valore giuridicamente vincolante, essa risulterebbe “determinante nella pratica” per istituzioni di educazione politica, luoghi della memoria, programmi a finanziamento pubblico e azione penale. Un’applicazione troppo estesa di questa definizione produrrebbe, secondo O’Flaherty, misure sproporzionate, compreso il perseguimento penale, che limitano la critica legittima alle politiche israeliane. Il fenomeno riguarderebbe anche gruppi ebraici.

O’Flaherty segnala inoltre che il concetto di “antisemitismo d’importazione”, utilizzato in Germania in diversi contesti politici, secondo cui atteggiamenti antisemiti sarebbero introdotti nel paese principalmente da musulmani e persone di origine araba, ha acquisito rilievo nel dibattito politico e mediatico tedesco. Esisterebbero indizi che questo inquadramento venga utilizzato per spostare l’attenzione dall’ antisemitismo di matrice neonazista, che rimane la fonte principale dei reati antisemiti registrati.

La posizione del governo tedesco

Il governo tedesco, informato in anticipo delle valutazioni di O’Flaherty, ha respinto le critiche. In una nota ufficiale, ha precisato che le opinioni controverse su ebraismo o Stato di Israele sono tutelate dalla libertà di espressione, ma soggette alle restrizioni previste dalla legge. Qualsiasi limitazione si fonderebbe su valutazioni caso per caso. Il governo ha sottolineato che la stragrande maggioranza delle manifestazioni filopalestinesi si svolge regolarmente e che la grande maggioranza delle dichiarazioni pubbliche a sostegno della causa palestinese non è oggetto di procedimenti penali. I divieti riguarderebbero casi specifici, come l’uso di simboli di organizzazioni vietate, come Hamas e Samidoun, o appelli espliciti alla distruzione dello Stato di Israele.

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