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I paesi UE bocciano la sospensione dell’accordo con Israele: decisivo il voto di Germania e Italia

Al termine del Consiglio Europeo per gli Affari Esteri, che si è tenuto martedì in Lussemburgo, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno respinto la richiesta di sospendere l’accordo di associazione con Israele. Un voto che non sorprende, ma che ha fotografato le fratture interne al blocco europeo sul dossier mediorientale: da un lato Germania e Italia, determinate a mantenere i rapporti preferenziali con il governo di Benjamin Netanyahu, dall’altro SpagnaIrlanda e Slovenia, alla guida di un fronte decisamente più numeroso che vuole invece condannare fermamente le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale in PalestinaLibano e  Cisgiordania e che vorrebbe farlo anche attraverso la decisione ufficiale di sospendere l’accordo esistente fra l’Unione Europea e Israele, che riconosce quest’ultima come partner privilegiato dell’UE.

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Il voto del consiglio e il peso dell’opposizione di Germania e Italia

La settimana precedente alla riunione, SpagnaIrlanda e Slovenia avevano inviato una lettera congiunta all’alto rappresentante per gli affari esteri Kaja Kallas, sostenendo che Israele avesse violato le condizioni dell’accordo che regola i rapporti tra Gerusalemme e l’Unione, accordo in vigore dal 2000 che prevede, all’articolo 2, anche una clausola specifica sul rispetto dei diritti umani. I tre paesi chiedevano una sospensione totale del trattato, che però avrebbe richiesto un voto unanime (ipotesi che si riconosceva improbabile). 

Nel febbraio 2024 i premier spagnolo Pedro Sánchez e irlandese Leo Varadkar avevano chiesto alla Commissione di verificare la conformità di Israele alle condizioni del testo. Nel maggio 2025 il servizio diplomatico dell’UE aveva avviato una revisione formale su richiesta della maggioranza dei paesi membri. Lo scorso settembre Bruxelles aveva proposto una sospensione parziale, limitata ai capitoli commerciali, con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen che aveva sottolineato la delicatezza politica di uno smantellamento totale.

Sul tavolo era tornata anche un’ipotesi più circoscritta e matematicamente più praticabile, ovvero la sospensione della sola componente commerciale, che prevede di sospendere l’accesso privilegiato di cui Israele gode al mercato unico europeo. Tale ipotesi, peraltro, era stata già avanzata dalla Commissione europea circa un anno prima e avrebbe richiesto solo una maggioranza qualificata.

Neppure questa, tuttavia, ha trovato il consenso necessario.

Il ruolo di Germania e Italia

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul (CDU) ha dichiarato che una sospensione degli accordi con Israele sarebbe stata “inopportuna”, sostenendo che la strada da percorrere sia quella di un “dialogo critico e costruttivo”, nel quale dovrebbero trovare spazio anche temi come la violenza dei coloni, la minaccia di annessione della Cisgiordania e l’introduzione della pena di morte obbligatoria per i palestinesi accusati di terrorismo. Wadephul ha anche respinto le richieste di sanzioni e ha invitato l’Iran a trattare con Washington e ad accettare la “mano tesa” dell’amministrazione Trump, ribadendo la vicinanza di Berlino agli Stati Uniti e a Israele anche dopo gli attacchi contro Iran e Libano.

L’ Austria si è allineata alla posizione tedesca. L’ Italia, indicata da più osservatori come il voto determinante, ha seguito la stessa linea. “Non ci sono né le condizioni numeriche né quelle politiche”, aveva dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI) prima che i lavori avessero inizio, sposando invece l’idea di ipotetiche sanzioni parziali, dirette esclusivamente verso i responsabili delle violazioni dei diritti umani, per esempio i coloni violenti. Anche Kallas ha accennato alla possibilità di ricorrere a “misure che richiedono una maggioranza qualificata”, tra cui sanzioni individuali o interventi parziali sul commercio.

Il voto sull’accordo fra UE e Israele indica un cambio di equilibri nell’Unione

Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha definito le operazioni israeliane in Libano una “guerra di invasione in violazione del diritto internazionale” e ha sostenuto che l’Europa, con questo voto, stesse mettendo in gioco la propria credibilità. La sua omologa irlandese Helen McEntee ha parlato di condotta “del tutto inaccettabile” e ha insistito sulla necessità che l’UE dimostri di difendere i propri valori fondamentali. Posizioni analoghe sono arrivate dal Belgio, con il ministro Maxime Prévot che ha sottolineato l’esigenza di strumenti capaci di influenzare il dibattito.

Vale la pena notare lo spostamento degli equilibri interni al blocco. Fino a poco tempo fa, l’Ungheria di Viktor Orbán era considerata il principale sostenitore di Israele in sede europea. Con il ridimensionamento del ruolo di Budapest, è la Germania a occupare ora quella posizione, affiancata da Austria e Repubblica Ceca. In una delle sue prime dichiarazioni dopo la vittoria alle elezioni, infatti, il nuovo presidente ungherese Peter Magyar ha dichiarato che l’Ungheria ha tutta l’intenzione di rimanere un membro della corte penale internazionale e che quindi, qualora Benjamin Netanyahu mettesse piede nel suo Paese, dovrebbe essere immediatamente arrestato, in ottemperanza al mandato di cattura spiccato proprio dalla CPI contro il premier israeliano per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Un’iniziativa popolare europea spinge per la sospensione dell’accordo con Israele

Questo voto, tuttavia, non va confuso con un’altra iniziativa simile, promossa non dai governi ma da cittadini europei, che ha superato il milione di firme, raggiungendo la soglia necessaria per essere esaminata dalla Commissione. Il testo invoca le “violazioni dei diritti umani da parte di Israele” a Gaza e richiama ancora una volta l’articolo 2 dell’accordo UE-Israele. Tra i firmatari figurano l’ex alto rappresentante Josep Borrell, l’ex commissaria Margot Wallström e diversi eurodeputati. La Commissione non ha ancora avviato l’esame, e il documento non era nemmeno iscritto all’ordine del giorno della riunione del 21 aprile.

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