
Con una lettera congiunta inviata venerdì al Commissario europeo per l’azione per il clima Wopke Hoekstra, i ministri delle finanze e dell’economia di Austria, Germania, Italia, Portogallo e Spagna hanno chiesto alla Commissione europea di elaborare, a livello di Unione, una tassa sui profitti straordinari realizzati dalle società energetiche nel contesto della crisi innescata dal conflitto in Iran.
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Il documento, citato da Politico e ripreso dall’agenzia AFP, porta le firme di Markus Marterbauer (Austria), Lars Klingbeil (Germania), Giancarlo Giorgetti (Italia), Joaquim Miranda Sarmento (Portogallo) e Carlos Cuerpo (Spagna). Secondo quanto riportato nella lettera, chi ricava vantaggi economici dalle ripercussioni del conflitto deve contribuire ad alleviare il peso che ne deriva per la collettività.
Una tassa sui profitti straordinari della crisi è stata già introdotta nel 2022
Questa misura ha un precedente recentissimo: nel 2022, in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, Bruxelles aveva autorizzato l’imposizione di un contributo di solidarietà temporaneo sulle imprese energetiche, con l’obiettivo di attenuare gli effetti dell’impennata dei prezzi sui bilanci pubblici, sulle famiglie e sulle imprese. Quella misura prevedeva un’aliquota minima del 33% sugli utili delle società petrolifere e del gas che eccedevano di oltre il 20% la media dei quattro anni precedenti.
Proprio grazie a quella tassa, la Germania aveva incassato quasi due miliardi di euro nel 2022, seguiti da circa 465 milioni nell’anno successivo. Nella lettera, i ministri chiedono ora alla Commissione di adottare “senza indugio” uno strumento analogo, alla luce delle “attuali distorsioni del mercato e dei vincoli di bilancio”. La proposta include anche la valutazione della possibilità di tassare i profitti che le multinazionali petrolifere conseguono fuori dai confini europei.
La situazione nello stretto di Hormuz e i profitti miliardari delle società di carburanti
La crisi di approvvigionamento alla base delle richieste è legata alla chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale consumato a livello mondiale. Le quotazioni del greggio Brent hanno registrato un’impennata, trascinando con sé i corsi azionari dei principali produttori.
Secondo quanto riportato, il colosso francese TotalEnergies avrebbe realizzato un miliardo di dollari di utili acquisendo decine di carichi di greggio mediorientale nei primi giorni del conflitto. Anche i produttori del Mare del Nord, tra cui BP ed Equinor, hanno visto le proprie quotazioni salire in misura significativa. Per mantenere la fiducia dei consumatori, proprio alla luce di una situazione in cui ai cittadini si prospettano grandi sacrifici, mentre una categoria industriale specifica si arricchisce a un ritmo senza precedenti, si legge nella lettera, gli Stati membri devono dimostrare di essere “uniti e in grado di agire”.
Parallelamente all’iniziativa dei cinque paesi, Parigi ha adottato una posizione autonoma. Il ministro delle Finanze francese Roland Lescure ha scritto a Bruxelles chiedendo un’indagine sul settore europeo della raffinazione, con l’obiettivo di verificare l’assenza di abusi di mercato legati all’aumento dei prezzi del petrolio.
La risposta di Bruxelles e le tensioni interne alla coalizione tedesca
Sul fronte istituzionale, segnali di apertura erano già emersi dalla riunione dei ministri delle finanze UE della settimana precedente. Il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis avrebbe manifestato la propria disponibilità a valutare l’imposta, riconoscendo in conferenza stampa che “la portata, la gravità e l’impatto” del conflitto si erano intensificati e che si rendeva necessaria una risposta politica articolata. Stando a quanto riportato nella lettera, la Commissione aveva già promesso di esaminare la richiesta con rapidità.
Se Bruxelles dovesse avanzare una proposta formale, la parola finale spetterebbe ai governi UE. Un precedente favorevole c’è: le imposte sugli utili straordinari del 2022 furono approvate con la maggioranza qualificata degli Stati membri, senza richiedere l’unanimità.
Fratture nel governo tedesco
La firma di Klingbeil espone tuttavia le crepe interne alla coalizione di governo tedesca tra CDU/CSU ed SPD. Il vicecancelliere e altri esponenti socialdemocratici avevano già avanzato l’ipotesi di un’imposta nazionale sui profitti straordinari, ma il cancelliere Friedrich Merz, la ministra dell’Economia Katherina Reiche (entrambi CDU) e la componente unionista del governo in generale guardano alla misura con diffidenza. Merz ha sollevato obiezioni di natura giuridica, sottolineando le difficoltà nel tracciare una linea netta tra utile ordinario e straordinario per le grandi imprese, alla quale si potrebbe obiettare che gli stessi criteri che si sono adottati con successo nel 2022 e che hanno portato introiti miliardari alla Germania potrebbero essere utilizzati anche in questa occasione.
Al Parlamento Europeo, il deputato del Movimento 5 Stelle e presidente della sottocommissione fiscale del Parlamento europeo Pasquale Tridico, ha sostenuto con forza la redistribuzione dei profitti straordinari alle famiglie che si trovano a dover pagare bollette molto più elevate. Nell’ultimo mese, tanto la presidente del consiglio Giorgia Meloni quanto Klingbeil avevano già richiamato più volte l’UE a intervenire contro le aziende che capitalizzano sulla crisi energetica.




