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Recensione di “Nessun dolore”, di Gianni Amelio: quando la colpa diventa una condanna


Gianni Amelio porta fuori concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre 2026, un film sul bisogno di espiare, con un Alessandro Borghi straordinario e una storia che perde progressivamente la propria direzione. Un film che vorrebbe ferire, ma resta a metà.

“Nessun dolore”, la recensione di Angela Failla

Un uomo manda via un bambino. Un gesto semplice, quasi istintivo. Pochi secondi. Poi quel bambino cammina all’indietro, viene investito e la vita dell’uomo cambia per sempre. È da qui che parte Nessun dolore, il nuovo film di Gianni Amelio presentato fuori concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia. Un film che sembra voler interrogare una delle emozioni più difficili da raccontare: il senso di colpa, quella forma di dolore che non ha bisogno di una condanna esterna perché siamo noi stessi a trasformarci nei nostri peggiori giudici.

L’incidente che cambia tutto

Davide, interpretato da un Alessandro Borghi straordinario, è un libraio di libri usati. Non è un uomo particolarmente colto nel senso tradizionale del termine: vende libri più che leggerli. Vive in una condizione quasi sospesa, con una gentilezza che a tratti sembra più debolezza che virtù. Ha una sola vera presenza nella sua vita, Elsa, la professoressa interpretata da Valeria Golino, che gli procura i volumi da vendere e con la quale condivide un’intimità fatta soprattutto di silenzi e impossibilità.

Poi arriva quel bambino. Un uomo glielo affida per strada quasi come si consegna un oggetto. Il bambino non parla, non chiede, semplicemente segue Davide. E proprio quando Davide cerca di liberarsi di quella presenza, il bambino viene investito. Da quel momento il film cambia pelle: Davide comincia una ricerca ossessiva e dolorosa. Va in ospedale, aspetta, cerca di capire. Quando scopre che il bambino è morto, il senso di colpa diventa una condanna. Non importa quanto quel tragico evento sia stato casuale: nella sua testa, Davide è responsabile. E allora comincia una sorta di espiazione personale.

È qui che Nessun dolore trova la sua idea più interessante: non raccontare semplicemente la colpa, ma il bisogno di punirsi per poter continuare a vivere.

Davide comincia ad accogliere gli altri, quasi che ogni persona che entra nella sua casa rappresenti un altro debito da pagare. Una ragazza incinta, persone senza un posto dove stare, uomini e donne che finiscono progressivamente per occupare il suo spazio. La casa smette di essere una casa e diventa il teatro della sua espiazione. Ma proprio qui emerge il limite più evidente del film. Perché Davide accetta tutto? È una domanda che rimane per gran parte del film senza una risposta convincente. Non si tratta di chiedersi se il personaggio sia buono o cattivo. Il problema è che spesso non riusciamo a comprendere fino in fondo la logica delle sue azioni. Una scelta ne produce un’altra, poi un’altra ancora, in una progressione che sembra voler trasformare la sua vita in una specie di calvario contemporaneo.

Una casa sempre più affollata

Eppure, più gli eventi si accumulano, più il film rischia di perdere il controllo del proprio racconto. Quello che dovrebbe essere un percorso di trasformazione diventa talvolta una successione di episodi.

I personaggi entrano, escono, si fermano nella vita di Davide, e non sempre è chiaro quale sia il loro peso drammaturgico. La donna incinta, in particolare, sembra introdurre una nuova direzione che il film non sviluppa fino in fondo. La stessa Elsa rimane una figura affascinante ma volutamente trattenuta, quasi imprigionata nella propria esistenza e nell’impossibilità di scegliere. Ed è forse questa la vera chiave di Nessun dolore: “sono tutti prigionieri”.

Prigioniero è Davide, della sua colpa. Prigioniera è Elsa, di un marito malato e di una vita che non riesce a lasciare. Prigionieri sono gli ultimi arrivati, senza casa e senza un luogo nel quale sentirsi davvero appartenenti. E persino gli spazi sembrano costruiti per suggerire questa condizione.

Una Roma irriconoscibile e anonima

Roma, infatti, è quasi irriconoscibile. Non c’è la Roma monumentale, non c’è la città-cartolina, non c’è il gusto di mostrare una capitale riconoscibile. C’è una Roma anonima, fatta soprattutto di interni, stanze, corridoi, ospedali, appartamenti e piccoli spazi. Una città che sembra esistere soltanto ai margini dell’inquadratura. Una scelta coerente con la dimensione claustrofobica del film, anche se contribuisce ulteriormente a quella sensazione di sospensione che accompagna la visione.

Amelio costruisce così un film sull’accoglienza, sull’immigrazione, sulla solitudine e sul dolore degli altri, ma soprattutto sull’incapacità di Davide di distinguere la responsabilità dalla colpa. È un uomo che cerca di riparare qualcosa che forse non può essere riparato. E nel momento in cui prova a farlo, finisce per distruggere la propria vita. Il problema è che l’idea è più forte della storia che la racconta. Nessun dolore ha infatti un nucleo tematico potente, ma procede spesso per ellissi e accumulo, chiedendo allo spettatore di accettare passivamente comportamenti e situazioni che avrebbero avuto bisogno di una motivazione più profonda. Non sempre il mistero diventa ambiguità; a volte rimane semplicemente qualcosa di irrisolto. E questo pesa soprattutto perché gli interpreti sono eccellenti.

Alessandro Borghi e Valeria Golino, due prove magnifiche

Alessandro Borghi è il cuore del film. Riesce a dare a Davide una fragilità quasi fisica, una bontà spaesata, una continua incapacità di opporsi agli altri. Non forza mai il personaggio e non cerca la scena madre: lavora sui silenzi, sugli sguardi, sulle esitazioni. È una prova che rende credibile anche ciò che nel film appare meno convincente. Valeria Golino, invece, porta dentro Elsa una malinconia adulta, trattenuta. Il suo personaggio sembra appartenere allo stesso universo di Davide: una persona che vive dentro una situazione dalla quale non riesce a liberarsi.

Peccato che a un materiale attoriale così forte non corrisponda sempre una scrittura altrettanto incisiva. I dialoghi raramente cercano la frase memorabile e il film sembra affidarsi più alla situazione che alla parola. Alla fine, però, Nessun dolore arriva a una conclusione coerente con la propria idea di fondo: la pace non arriva quando la colpa scompare, ma quando finalmente si trova un modo per assumersela. Davide non può cambiare ciò che è accaduto. Può soltanto fare qualcosa che, nella sua mente, restituisca un ordine alle cose. E quando finalmente compie quel gesto, il dolore sembra trovare una destinazione.

Un finale coerente, ma non senza perplessità

È un finale che chiude il cerchio, ma non cancella le perplessità. Perché Nessun dolore è un film che avrebbe potuto essere molto più grande di quello che è. Ha un grande regista, due interpreti magnifici, un tema urgente e una domanda universale. Ma spesso sembra procedere senza sapere fino in fondo quale strada prendere. È un film che fa intravedere continuamente quello che avrebbe potuto diventare. E quando si esce dalla sala, più che una scena o una frase resta una domanda: quanto siamo disposti a soffrire per una colpa che forse non è nemmeno interamente nostra? È una domanda potente. Peccato che il film non riesca sempre a esserlo altrettanto.

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