La Germania è ancora un Paese razzista? Un nuovo studio dice di sì
Due terzi della popolazione tedesca considera alcune culture “più avanzate e migliori” di altre. Quasi la metà, il 48%, attribuisce a certi gruppi una maggiore laboriosità per ragioni naturali. Un terzo abbondante, il 36%, ritiene che esistano “razze” umane distinte. Questi dati emergono dal rapporto di monitoraggio 2026 del Monitor nazionale sulla discriminazione e il razzismo (NaDiRa), pubblicato dal Centro tedesco per la ricerca sull’integrazione e la migrazione (DeZIM), e fotografano una realtà descritta nel titolo stesso dello studio: “Pregiudizi radicati, fiducia fragile. Razzismo e discriminazione in Germania”.
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Un sondaggio su larga scala
La base empirica del rapporto è un’indagine online condotta tra ottobre 2025 e gennaio 2026 su 8.171 persone residenti in Germania, di età compresa tra i 20 e i 74 anni. I risultati sono considerati rappresentativi della popolazione adulta tedesca in quella fascia d’età. Lo studio si inserisce nel progetto di ricerca a lungo termine NaDiRa, che raccoglie e analizza per conto del governo i dati sulla condizione delle persone soggette a potenziali discriminazioni di stampo razzista. Per tracciare tendenze nel tempo, i dati attuali vengono confrontati con le rilevazioni del 2022, che coinvolsero 21.394 partecipanti, e con quelle del 2024/2025, con 9.509 intervistati.
Le analisi si basano in parte sull’autoidentificazione: gli intervistati dovevano indicare sul sondaggio l’appartenenza etnica, ad esempio, specificare se si identificassero come neri, asiatici, musulmani o provenienti dall’Europa orientale, oppure come tedeschi con o senza background migratorio, con la possibilità di selezionare più opzioni contemporaneamente.
Chi sottovaluta la discriminazione tende a esprimere opinioni razziste
Oltre alle convinzioni già citate, lo studio registra un dato ulteriore: l’11% degli intervistati ritiene che la discriminazione nei confronti di minoranze etniche o religiose non costituisca più un problema in Germania. Più di un quarto, il 29%, sostiene che negli ultimi anni lo Stato e i media abbiano accordato a questi gruppi più attenzione di quanta ne meritassero.
I valori relativi a queste affermazioni si mantengono su livelli sostanzialmente stabili dal 2022. Le analisi mostrano inoltre una correlazione significativa: chi tende a ridimensionare la discriminazione verso le minoranze, o a delegittimare le loro richieste di parità, esprime con maggiore frequenza anche posizioni esplicitamente razziste.
Frank Kalter, direttore del DeZIM, ha definito il quadro complessivo come un “radicamento molto persistente” degli atteggiamenti razzisti, rilevando al contempo che i temi del razzismo e della discriminazione vengono “sempre più relativizzati” nel dibattito politico.
Discriminazione quotidiana in Germania
Le esperienze di discriminazione diretta riguardano in misura sproporzionata le persone “identificate come razzializzate”, vale a dire coloro che, per determinate caratteristiche esteriori, vengono percepite come straniere o diverse, in particolare persone nere e musulmani riconoscibili come tali, come avviene nel caso delle donne che portano l’hijab o altri capi d’abbigliamento riconducibili alla confessione religiosa.
Il 25% delle persone nere dichiara di essere stato insultato, molestato, minacciato o aggredito almeno una volta al mese; tra i musulmani la percentuale è del 17%. Circa un terzo di entrambi i gruppi riferisce episodi analoghi nel corso degli ultimi dodici mesi. Le forme più sottili di discriminazione, come trattamenti scortesi, atteggiamenti di disprezzo, l’essere ignorati nelle interazioni, hanno un’incidenza ancora maggiore: il 63% delle persone nere le sperimenta almeno mensilmente, contro il 26% delle persone non razzializzate.
Lo spazio pubblico rappresenta il contesto più frequente. Più del 40% delle persone nere e oltre un terzo dei musulmani dichiarano di aver subito discriminazioni in luoghi pubblici nell’ultimo anno. Tra le persone non razzializzate, la quota si attesta intorno al 10%.
Va considerata anche la dimensione indiretta del fenomeno. Il 30% degli intervistati ha sentito parlare di episodi razzisti nel proprio ambiente familiare, amicale o professionale negli ultimi dodici mesi; il 28% ne ha osservati direttamente. Tra le persone nere questi valori salgono rispettivamente al 59% e al 54%, a fronte del 23% e del 22% rilevati tra le persone non identificate come razzializzate.
Nella popolazione generale la quota di persone che riferiscono esperienze di discriminazione è scesa dal 41% del 2024 al 32% del 2025. Il calo riguarda però soprattutto le persone non razzializzate, passate dal 53% al 37%. Tra quelle razzializzate i valori restano quasi invariati: dal 77% al 73%. Quasi tre quarti di questo gruppo continuano a segnalare discriminazioni recenti, contro circa un terzo delle persone non appartenenti a minoranze identificabili.
Fiducia nelle istituzioni: una frattura in crescita
Dal 2022 al 2025 la fiducia nelle istituzioni statali, dalla polizia alla magistratura, dal governo federale alla classe politica, si è evoluta in modo sempre più divergente tra i gruppi. Tra le persone non razzializzate rimane sostanzialmente stabile, mentre cala in misura rilevante tra quelle razzializzate. Tra gli intervistati musulmani la perdita di fiducia arriva fino a 27 punti percentuali a seconda dell’istituzione considerata.
Il divario è particolarmente netto quando si distingue tra chi subisce discriminazioni di frequente e chi non ne subisce. Per la polizia, la fiducia passa dal 90% delle persone senza esperienze frequenti di discriminazione al 65% di quelle che le subiscono regolarmente. Per il governo federale, dal 48% al 29%. Anche le esperienze indirette, ovvero gli episodi osservati o di cui si è sentito parlare, ma che non si sono subiti in prima persona, mostrano un effetto simile, più marcato tra chi appartiene a una minoranza.
Il coautore dello studio Tae Jun Kim ha sottolineato che la discriminazione non è riducibile a una questione di percezioni individuali, ma rappresenta un pericolo concreto per la legittimità delle istituzioni e la coesione sociale.
Richieste di intervento
L’incaricata indipendente contro la discriminazione, Ferda Ataman, ha indicato che il pensiero e il comportamento razzista non ledono soltanto le persone direttamente colpite, ma indeboliscono la fiducia nelle istituzioni democratiche. Ataman ha chiesto al governo federale di fissare limiti netti, invocando una politica di tolleranza zero nei confronti del razzismo e della discriminazione. Tra le misure ritenute necessarie figura una riforma della legge generale sulla parità di trattamento, che consenta alle persone discriminate di tutelarsi in modo più efficace. Il rapporto sottolinea inoltre la diffusione della discriminazione razziale nelle amministrazioni e nelle istituzioni pubbliche, e indica queste ultime come soggetti chiamati a dare l’esempio. Accanto all’intervento istituzionale, lo studio chiama in causa anche le aziende e i singoli cittadini che esprimono solidarietà nella vita quotidiana.
Lo studio è consultabile qui.




