Salute mentale, potere e biopolitica: una conversazione con Pierangelo Di Vittorio
Ho incontrato Pierangelo di Vittorio all’evento dedicato all’eredità di Franco Basaglia organizzato all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, da Salutare e.V., Artemisia e.V. e dal Comites Berlino, insieme allo stesso IIC. In quell’occasione il suo intervento mi ha colpita, perché si proiettava nel futuro, parlava delle cose che, secondo lo stesso Basaglia, restavano da fare. E perché aveva un taglio fortemente politico, soprattutto in riferimento al modo che oggi abbiamo di concepire la salute mentale. Questa conversazione è nata dalla necessità di saperne di più, di identificare il modo in cui l’aiuto viene concesso a misura o fuori misura a chi ne ha più o meno bisogno, oppure negato, secondo criteri che non sempre si possono ricondurre al genuino desiderio di supportare chi vive una condizione di sofferenza. In una parola: biopolitica.
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E proprio il legame fra biopolitica, psichiatria e gestione della salute mentale era quello che mi interessava approfondire, nella consapevolezza che un discorso generale non potrà mai abbracciare tutte le particolarità dei diversi sistemi (per esempio, quello italiano e quello tedesco), ma anche che è importante guardare le cose dall’alto e avere una visione globale e umana, prima di approfondire l’analisi dei nostri rispettivi ambiti nazionali.
Oggi la salute mentale è un argomento estremamente popolare, ne parlano la politica, la società civile, i media, si creano interi trend sui social. Che cosa ne penserebbe Franco Basaglia? La sua rivoluzione è completa?
Spesso ci si domanda che cosa direbbe oggi Basaglia. Il rischio è che si finisca per fargli dire quello che vogliamo sentire, rafforzando narrazioni e stereotipi che si sono sedimentati nel tempo. Sarebbe invece più utile cercare in Basaglia ciò che, nel suo lascito, è rimasto un po’ in ombra, e che potrebbe magari aiutarci a focalizzare meglio la situazione attuale. Basaglia ha lottato contro il manicomio, inteso come sistema coercitivo che discrimina i pazienti privandoli dei loro diritti; tuttavia, ed è questo l’aspetto che oggi potrebbe esserci utile, già verso la fine degli anni ’60 si rese conto che il manicomio non era il male “assoluto”. In particolare, la sua esperienza presso il Community Mental Health Center del Maimonides Hospital, a New York, lo mise in guardia contro i pericoli insiti nel processo di modernizzazione della psichiatria, che andava nella direzione di una salute mentale intesa come gestione medico-politica delle “popolazioni”. Dal suo osservatorio pratico, Basaglia intravide insomma quello che, qualche anno dopo, Michel Foucault avrebbe chiamato biopolitica.
Che cosa intendi, in questo caso, per biopolitica?
Dalla metà degli anni ’90, tale nozione è servita come trampolino di lancio per una serie di operazioni filosofiche, che ne hanno fatto un concetto chiave per l’aggiornamento della teoria politica. Ma a parte il fatto che Foucault era del tutto estraneo a questa prospettiva, la ripresa filosofica della nozione di biopolitica ha fatto sì che essa perdesse il suo specifico valore d’uso. Ricordiamo che Foucault ha cominciato a utilizzarla, alla metà degli anni ’70, quando è tornato a occuparsi di psichiatria, insistendo in particolare sulla svolta della teoria della degenerazione (grazie alla quale la psichiatria, uscendo dai manicomi, si è imposta come scienza della protezione biologica della specie); inoltre, nello stesso periodo, si è interessato alla nascita della medicina sociale (le cui grandi famiglie storiche sono la Medizinische Polizei, l’Hygiène publique e la Social Medicine).
Per biopolitica bisogna perciò intendere, in primo luogo, tutti quei dispositivi che si occupano dei fenomeni biologici e patologici delle popolazioni. In tal senso, tale nozione consente di smarcarsi dall’immagine tradizionale del sovrano che “dà la morte”, mostrando un altro volto del potere, preoccupato soprattutto di “far vivere”.
È dunque sbagliato avere una visione paranoica della biopolitica, immaginando un complotto dietro ogni programma di protezione del benessere delle popolazioni (pensiamo ad alcune posizioni negazioniste durante la pandemia). Detto questo, si pongono due ordini di problemi, intrecciati tra loro. Il primo è quello rilevato da Basaglia. Durante una conferenza in Brasile, nel 1979, lo psichiatra veneziano si esprime in modo molto chiaro: “La cosa più grave è che i paesi più avanzati (ossia quelli in cui il processo di modernizzazione della psichiatria si sta compiendo) programmano anche che cosa è la vita sana per i prossimi anni, cioè la persona umana, sana a o malata che sia, non esiste; esiste il programma del controllo della popolazione». L’originalità della salute mentale italiana, dopo la legge 180, è di essersi posta al contrario come un’alternativa al manicomio per le “singole persone”, consistente nell’offrire una risposta ai loro bisogni e favorire così una più attiva partecipazione alla vita civile e sociale. Questo ne fa senz’altro un punto di riferimento, ma di certo non il modello dominante.
Qual è oggi il modello dominante?
La tendenza generale della salute mentale, in particolare con l’avvento del neoliberalismo, è un’altra: lo scopo non è né curare né emancipare le persone, ma piuttosto incrementare la normalità statistica, in vista di un miglioramento delle performance sociali e di una valorizzazione del capitale umano delle popolazioni nel quadro della razionalità economica dominante. La biopolitica è una logica fondamentalmente statistica, e il neoliberalismo è una razionalità economica che tende a colonizzare tutti gli ambiti della vita, incentivando la responsabilità individuale a scapito dell’intervento pubblico.
Qui si pone il secondo problema. In quanto protezione della salute e del benessere del corpo sociale, la biopolitica porta sempre con sé un rovescio mortifero: ciò che sembra minacciare la vita di una popolazione, va eliminato. La protezione della vita implica che si possa uccidere o esporre alla morte, in nome della difesa del corpo sociale. In questo quadro, il razzismo svolge una funzione essenziale, giacché offre un principio di “selezione” delle popolazioni: tra ciò che è degno e ciò che è indegno di essere vissuto; tra ciò che va salvaguardato, e ciò che va invece debellato o neutralizzato.
Immediatamente ci vengono in mente l’eugenetica e il nazismo, ma che cosa succede con il neoliberalismo? In una logica statistica di valorizzazione del capitale umano, tutto ciò che incide negativamente su tale valorizzazione, tende a essere identificato come un “residuo” inutile e nocivo. La realtà, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, ci mostra tutti i giorni che anche le società democratiche e liberali sono attraversate, in profondità, da un taglio razzista: intorno ai perimetri in cui il capitale umano deve prosperare, crescono mucchi di “spazzatura” umana e sociale. Perciò tutti i dispositivi che un tempo avremmo definito coercitivi, ma che rientravano comunque nella dialettica tra assistenza e controllo propria del Welfare, rispondono oggi piuttosto a una logica di gestione dei rifiuti socio-antropologici (gestione che, come sappiamo, può essere molto redditizia, proprio come la gestione della spazzatura propriamente detta).
Puoi farci qualche esempio?
In Italia, la salute mentale si è sviluppata attraverso una stretta collaborazione tra il servizio pubblico e il cosiddetto privato sociale, con lo sviluppo di una rete di cooperative di tipo A, per la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi (come le comunità alloggio e i centri diurni), e di tipo B, finalizzate all’inserimento lavorativo degli utenti (ricordiamo che la CLU – Cooperativa Lavoratori Uniti – nasce nell’Ospedale psichiatrico di Trieste nel 1972!). La vocazione originaria della salute mentale italiana è l’emancipazione delle persone internate nei manicomi, ed è quindi orientata sin dall’inizio verso il reinserimento degli utenti nel tessuto sociale. La crisi del Welfare e l’aziendalizzazione della sanità hanno prodotto due conseguenze: da un lato un progressivo disimpegno pubblico, con una contrazione delle spese per le politiche sanitarie e sociali; dall’altro l’ingresso nel settore della riabilitazione di soggetti che ragionano secondo una logica di mercato, e non sono quindi necessariamente interessati al reinserimento sociale degli utenti. Sia per la mancanza di adeguate risorse nella salute mentale pubblica, sia per l’affievolirsi della vocazione sociale del privato impegnato in questo settore, la spinta originaria si è persa.
Anche le cooperative che, nonostante tutto, continuano ad avere il reinserimento sociale come bussola del loro lavoro, sono costrette ad ammettere, con grande frustrazione, che spesso si limitano ad accompagnare gli utenti verso le case di riposo. Si è ricreato insomma, per la gestione degli utenti psichiatrici, un circuito separato, e si parla perciò, giustamente, di “neo-istituzionalizzazione”. L’errore consiste a mio avviso nell’interpretare tale fenomeno come un semplice ritorno del manicomio, mentre bisognerebbe piuttosto considerarlo nel contesto della biopolitica neoliberale: alcune fette di popolazione, considerate poco “redditizie” in termini di capitale umano, non vanno curate o integrate, ma devono essere piuttosto “smaltite”, inserendole in circuiti la cui gestione può rivelarsi viceversa molto redditizia in termini puramente economici.
Come si collocano, in questo contesto, i due ruoli rispettivi della psichiatria e della “salute mentale” in senso lato?
In questo contesto, la psichiatria tende ad assolvere una funzione di “scarico”, ossia di smistamento e gestione di ciò che è considerato residuale; mentre la salute mentale, come ha denunciato Allen Frances a proposito degli Stati Uniti, tende a catturare nella sua rete le persone “normali”, con grandi investimenti economici ed effetti altrettanto deleteri (a causa della medicalizzazione massiccia del disagio individuale). Ci troviamo quindi di fronte a una sorta di “doppio binario”: da un lato una popolazione generale sempre più diagnosticata e trattata medicalmente, nell’ottica di un miglioramento delle performance sociali; dall’altro le persone con gravi disturbi psichici, considerate inutili, e perciò sempre più maltrattate o abbandonate. In una situazione storica completamente diversa, esperienze come quelle di Basaglia possono spronarci a inventare nuovi modi di affrontare il disagio psichico, cercando di coniugare i percorsi di cura con quelli di promozione sociale.
Pierangelo Di Vittorio, filosofo e scrittore

Tra le sue pubblicazioni: Foucault e Basaglia. L’incontro tra genealogie e movimenti di base (Verona 1999); con M. Colucci, Franco Basaglia. Pensiero, pratiche, politica (Milano 2001 e 2024) e Franco Basaglia. Un intellettuale nelle pratiche (Milano 2024); et al., Lessico di biopolitica (Roma 2006); con B. Cavagnero (a cura di), Dopo la legge 180. Testimoni ed esperienze della salute mentale in Italia (Milano 2019); con G. Palumbo (a cura di), Costellazione Basaglia. Tra storia e magia (Bologna 2024). Fa parte del cda dell’organismo di formazione SOFOR di Bordeaux e della redazione della rivista “aut aut”.



