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L’eredità di Franco Basaglia: un evento a Berlino, per parlare di salute, sapere e libertà

In questi giorni, a Berlino, per la precisione all’interno della comunità italiana, si è parlato molto di salute mentale, di psichiatria, ma non solo di questo: si è parlato di umanità, di cura dell’altro, di attenzione alle necessità delle persone e del legame che intercorre fra sapere e potere. Lo spunto è nato dal ricordo e dalla celebrazione di una figura che ha fatto la storia della psichiatria e non solo di quella italiana: Franco Basaglia.

Il primo libro in tedesco su Franco Basaglia 

Proprio alla figura di Basaglia e al suo contributo radicale alla riforma della psichiatria è stato dedicato per la prima volta un libro in tedesco, scritto da Luciana Degano Kieser, psichiatra, ex commissaria regionale del Land Berlino per la salute mentale e fondatrice dell’associazione Salutare e.V., Kirsten Düsberg, sociologa che ha lavorato nei servizi di salute mentale e nelle cooperative sociali di Udine e oggi realizza progetti transnazionali sulla storia delle riforme psichiatriche, nonché sull’inclusione, la partecipazione e la formazione continua delle persone con esperienze psichiatriche, e Jörg Utschakowski, che ha lavorato come assistente sociale prima di assumere la direzione dell’istituto di ricerca e formazione FOKUS, l’iniziativa per la riabilitazione sociale di Brema, che è stato direttore e organizzatore del progetto europeo EX-IN in Germania e attualmente lavora come consulente psichiatrico presso l’amministrazione del Senato di Brema per la salute. 

A Berlino, la scorsa settimana, si sono tenuti due eventi scaturiti proprio dal desiderio di raccontare, da punti di vista diversi, una vera rivoluzione della psichiatria. Il primo si è tenuto all’Istituto Italiano di Cultura e ha visto un’animata tavola rotonda nella quale gli autori del libro si sono confrontati con altri esperti del settore e con il pubblico in sala. Il secondo, invece, si è tenuto presso la libreria Mondolibro a Berlino e ha visto la presentazione del libro “Le Nuvole di Picasso”, di Alberta Basaglia, psicologa nonché figlia di Franco Basaglia, che è stata presente anche all’IIC. Su quest’ultimo evento trovate più informazioni qui, nell’intervista che Alberta Basaglia ha voluto concederci

L’evento Franco Basaglia tra passato e futuro // Tavola rotonda all’Istituto italiano di cultura per il  progetto Basaglia 2025

L’evento che si è svolto all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino il 18 novembre è stato il frutto della collaborazione fra diverse realtà fondamentali della comunità italiana di Berlino: la già citata Salutare e.V., ma anche Artemisia e.V. e il Comites Berlino, oltre naturalmente allo stesso IIC. A introdurre la serata, infatti, erano presenti la dott.ssa Lucrezia Naglieri, vicedirettrice dell’Istituto e Amelia Massetti, in qualità di vicepresidente del Comites e anche di presidente di Artemisia.

Non è un caso che proprio un’associazione come Artemisia, che si occupa di inclusione delle persone con disabilità nella società tedesca, sia stata attivamente presente in questa occasione. Massetti ha infatti ricordato al numeroso pubblico presente in sala che la rivoluzione che Franco Basaglia ha portato nel sistema italiano non ha riguardato solo l’ambito stretto della psichiatria, ma in senso più ampio il concetto di cura della malattia mentale, propugnando una visione che metteva al centro, per la prima volta, la persona, ponendo le basi per una nuova idea di inclusione sociale e lottando proprio contro l’esclusione che vedeva vittime, fino agli anni ’60 e ’70, proprio i pazienti psichiatrici, condannandoli a restare segregati dal resto della società e a non poter godere dei più fondamentali diritti dell’essere umano. 

Un archivio della memoria

Il primo intervento della serata è stato proprio quello di Alberta Basaglia, che da anni si impegna nella conservazione dei documenti, delle lettere, degli appunti e di tutto il materiale relativo all’attività di suo padre Franco Basaglia e di sua madre Franca Ongaro, che con Basaglia condusse la lotta contro i manicomi, che portò poi all’approvazione della legge 180 del 1978. In questo lavoro di recupero e tutela di questo materiale, Alberta Basaglia ha ritrovato, oltr alla testimonianza imprescindibile di un già noto percorso scientifico, politico e culturale, anche un affresco di storie, che ne rivela la componente irrinunciabilmente umana. Il suo lavoro d’archivio rivela infatti le storie e gli incontri di un’intera generazione di uomini e donne, che si stavano impegnando, in quegli anni, in una delle più grandi conquiste sociali della nostra storia recente. 

L’Archivio Basaglia, dopo essere stato conservato per 18 anni sull’isola di San Servolo, sede del vecchio manicomio di Venezia, è stato spostato di recente presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, nel cuore della città.  L’Archivio, fondato dalla stessa Alberta Basaglia, dal nipote Enrico Basaglia e dalla figlia Silvia Jop, non è solo un deposito di memoria documentale, ma uno strumento vivo di ricerca e riflessione, cui collabora un comitato di garanti. In un’epoca in cui i diritti delle persone fragili restano spesso sotto pressione, l’Archivio Basaglia rappresenta un richiamo costante ai valori di inclusione e rispetto, che oltrepassa l’ambito sanitario. Preservare questa memoria significa mantenere viva una lezione di civiltà che ha cambiato non solo l’Italia, ma ha influenzato il dibattito internazionale sulla salute mentale, ispirando riforme in molti paesi del mondo. Alberta Basaglia ha concluso il suo intervento parlando di quello che ritiene essere il prosieguo del messaggio di suo padre, che vede diramarsi oggi non solo nell’ambito a lui più contiguo, ma anche nelle battaglie che attraversano la nostra società, nelle rivendicazioni di chi si impegna, mettendo in gioco la propria mente, la propria persona e il proprio corpo per chiedere una società più equa, come nel caso delle iniziative di pace che hanno visto diverse flotte salpare verso la Palestina, o nel caso degli attivisti per il clima, che fanno dei propri corpi strumenti di protesta, occupando strade e luoghi pubblici.

La rivoluzione della psichiatria: la malattia “fra parentesi”

Il secondo intervento è stato quello di Mario Colucci, che è, fra le altre cose, medico psichiatra presso il Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina; psicoanalista, membro del Forum Lacaniano in Italia e della Scuola di Psicoanalisi dei Forum del Campo Lacaniano. Colucci ha portato all’attenzione del pubblico l’attualità del pensiero di Basaglia e in particolare della domanda che Basaglia si poneva, ovvero: “che cos’è la psichiatria?”. Domanda che Colucci colloca da una parte nella tradizione del pensiero moderno che va “da Kant alla scuola di Francoforte” e dall’altra a quella che per Basaglia era la priorità, ovvero dare voce alle persone sofferenti e restituire loro la dignità di persone. Colucci ha illustrato quello che per molti è meno noto del percorso di Basaglia, che non arrivò “dal nulla” alla lotta per lo smantellamento dei manicomi, ma partì dalla ridefinizione dell’idea di sapere. Partì mettendo in discussione, sospendendo il valore di verità del sapere psichiatrico tradizionale, distante dall’esperienza soggettiva delle persone malate.

Da questa sospensione del valore del sapere arrivò, in una seconda fase, alla “messa tra parentesi della malattia”, ovvero dell’etichettamento diagnostico, come giudizio negativo e discriminante sul malato. Proprio l’esistenza di questo giudizio, infatti, impediva di guardare alla persona e riconoscerne i bisogni, di prendere in considerazione la realtà sociale e familiare che la circonda. La fase finale di questo percorso lo portò inevitabilmente alla critica verso l’istituzione manicomiale e verso la funzione di controllo sociale della psichiatria, critica che si estese poi all’intera dimensione culturale, politica ed economica che circondava il problema della malattia mentale e alla sua percezione sociale. Conclude il proprio intervento, chiedendosi cosa risponderebbero oggi Basaglia e Foucault, più volte citato nel suo intervento, rimandando la risposta allea ricerca di pratiche che “cerchino la giusta misura nella cura dell’altro.”

franco basaglia
La copertina del libro “Basaglia: Radikales Denken, optimistisches Handeln” di Kirsten Düsberg, Luciana Degano Kieser, Jörg Utschakowski

Anti-intellettualismo, filosofia e biopolitica: dal passto della psichiatria al futuro della salute mentale

L’intervento successivo è stato quello di Pierangelo di Vittorio, filosofo, scrittore e ricercatore indipendente, che ha lavorato come operatore nei Servizi di salute mentale di Trieste e svolge attività di ricerca e formazione in questo ambito sia in Italia che all’estero. Di Vittorio ha posto l’accento sui nodi dell’esperienza basagliana che non sono ancora sciolti nel nostro presente o, meglio, sugli sviluppi e su ciò che c’è ancora da fare, nella realizzazione di una visione umanista come era quella di Franco Basaglia. La riflessione è partita dal supposto “anti-intellettualismo” che veniva spesso contestato a Basaglia, ma che era in realtà ridefinizione del sapere. Non si trattava di rifiutare “tutto” il sapere, ma piuttosto di smettere di identificare solo gli esponenti della psichiatria ufficiale come soggetti di sapere e i pazienti o le persone in generale come oggetti di conoscenza, restituendo dignità a tutti i saperi, riconoscendo quindi anche gli altri attori di questa interazione sociale come soggetti di un sapere che meritava di essere preso in considerazione.

Alla base di questo percorso c’era una solida esplorazione filosofica, soprattutto legata alla fenomenologia e all’esistenzialismo, che condusse Basaglia ad aderire alla correnti psichiatriche di ispirazione antropo-fenomenologica. Sarebbe però sbagliato, ha ricordato Di Vittorio, pensare all’operato di Basaglia solo come a una lotta contro il manicomio che si è conclusa con successo, poiché tale lotta aveva già individuato, in realtà, altre derive altrettanto perniciose, che erano in nuce alla fine degli anni ’60 e che sarebbero diventate prominenti solo molti decenni dopo. Il suo soggiorno, nel 1969, come visiting professor a New York, è stato in tal senso un momento decisivo, giacché Basaglia poté personalmente verificare come funzionava il sistema dei Community Mental Health Centers (istituiti dall’amministrazione Kennedy nel 1963), grazie al quale fette di popolazione sempre più ampie erano “incluse” in una forma di controllo socio-psichiatrico. A partire da qui Basaglia, pur proseguendo la sua lotta contro il sistema manicomiale, cominciò a intravedere il rischio di un sistema di “salute mentale” come futuro della psichiatria. La salute mentale che Basaglia riscontrò negli Stati Uniti (caratterizzata da un processo di deistituzionalizzazione che criticò apertamente) si presentava come una gestione medico-politica (biopolitica) delle popolazioni, la quale può essere ricondotta genealogicamente alla teoria della degenerazione di Morel (1857), e i cui esiti – dalla caccia ai “degenerati”, al razzismo di Stato contro gli “anormali” e ai programmi eugenetici, prima liberali e poi nazisti – non hanno evidentemente nulla da invidiare al manicomio, quanto a violenza e disumanizzazione.

La Germania che guarda all’Italia

Dopo l’intervento di Pierangelo Di Vittorio, Thomas Becker, psichiatra e direttore medico della Clinica di Psichiatria e Psicoterapia II dell’Università di Ulm presso l’Ospedale distrettuale di Günzburg ha presentato un excursus straordinariamente interessante sulla ricezione del lavoro di Franco Basaglia e dei suoi collaboratori in Germania. Ne emerge un quadro variegato, in cui sembra che sulla figura di Franco Basaglia e, più in generale, della riforma psichiatrica italiana, si proiettino alcuni aspetti della discussione tedesca, volta ad evitare conflitti istituzionali di rilievo. Fondamentale per la modernizzazione dell’assistenza psichiatrica in Germania è stata infatti l’inchiesta sulla psichiatria (Psychiatrie Enquete), avviata dal parlamento tedesco, super partes, negli anni ’70 e che giunse alla conclusione della necessità di riformare l’intero sistema di assistenza psichiatrica, a partire dalle scandalose condizioni di vita negli ospedali psichiatrici del tempo. L’intervento di Thomas Becker ha concluso la prima parte dell’incontro, che continua con la tavola rotonda, cui partecipano, oltre ai relatori, anche Kirsten Düsberg, curatrice, insieme con Jörg Utschkowski e Luciana Degano Kieser, del libro su Franco Basaglia uscito in Germania con l’editore “Psychitrie Verlag”,  e Gudrun Weissenborn, coordinatrice presso l’associazione dei familiari (ApK. Landesverband Berlin e.V.).

L’eredità di Franco Basaglia

Di Basaglia, oggi, ci resta soprattutto la Legge 180 del 1978, che è associata al suo nome e che sanciva, in Italia, la chiusura dei manicomi, promuovendo un modello di cura territoriale basato sui servizi di salute mentale di comunità. Ancora oggi, pur con i tanti problemi che caratterizzano qualsiasi sistema che debba adattarsi a una società caratterizzata da impetuosi mutamenti, questo fa dell’Italia un esempio di avanguardia nella tutela dei diritti dei pazienti psichiatrici. Basaglia aveva denunciato i manicomi come luoghi di violenza istituzionale, dove i pazienti venivano ridotti a oggetti di controllo piuttosto che essere trattati come persone, e lo fece quando ancora questa visione della malattia mentale non era neppure contemplata, poiché dominava una visione disumanizzante e basata su uno stigma fortemente radicato. La legge 180 rappresentò un passaggio storico verso l’inclusione sociale, che vedeva la cura come finalizzata all’integrazione piuttosto che all’isolamento dal mondo dei “sani”. Il suo esempio ha ancora tantissimo da insegnare anche oltre i confini nazionali, come testimonia il grande interesse che le sue teorie e il suo operato suscitano ancora oggi a livello internazionale.

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