L’importanza di mettersi in gioco – intervista ad Alberta Basaglia
Di Roberta Chimera e Angela Fiore
Il giorno dopo l’evento dedicato all’eredità di Franco Basaglia, che si è tenuto all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, ci siamo spostati presso la libreria Mondlibro, dove Alberta Basaglia ha presentato il suo libro “Le Nuvole di Picasso”. Alberta Basaglia, figlia di Franco Basaglia e Franca Ongaro, è oggi una psicologa, che lavora soprattutto con i bambini, ma è anche una custode di memorie. Le memorie sono quelle “ufficiali”, conservate sotto forma di documenti e carteggi nell’Archivio Franco Basaglia di Venezia, ma sono anche quelle ufficiose, quelle che raccontano una rivoluzione da un punto di vista inaspettato. Dal basso, per la precisione.
Mentre Franco Basaglia e Franca Ongaro portavano avanti la rivoluzione che avrebbe dato all’Italia una nuova legge, una legge che avrebbe restituito dignità a migliaia di persone segregate nel buco nero dei manicomi, Alberta era bambina ed esperiva il mondo all’interno della sua casa, della sua famiglia. Era una casa in cui i discorsi “da grandi” non esistevano, una casa in cui ai bambini non si nascondeva nulla, ma si spiegava e si lasciava capire tutto, eppure Alberta non aveva la sensazione di stare vivendo al centro di un evento storico. Almeno fino a quando non ha visto raccontare in televisione una storia che aveva già visto dal vivo”.
“Le Nuvole di Picasso” è il resoconto dell’esperienza di quella bambina, che guardava dal basso i “suoi” adulti cambiare le cose, chiedendosi i perché di tutti i bambini, disegnando, ascoltando le “storie di paura” che mamma Franca inventava, ma che non sarebbero mai state pubblicate, interpretando il cosmo delle relazioni, attraversando la quotidianità della rivoluzione. Tutte le esperienze di quegli anni le avrebbe portate poi nella sua professione – e anche in questo libro.

Cominciamo con una curiosità: come mai ha scelto la professione di psicologa e non quella di psichiatra?
Forse perché, quando cresci in un ambiente come il mio, vuoi distinguerti e occuparti di cose completamente diverse. Io, per esempio, ho scelto di lavorare soprattutto con i bambini proprio perché di bambini, da questo punto di vista, in casa mia non si è mai occupato nessuno. E poi anche perché mio padre mi sconsigliava caldamente di fare la psichiatra.
Abbiamo parlato di pazienti psichiatrici e della loro condizione, delle loro famiglie e anche dei loro genitori, ma si parla pochissimo dei figli delle persone con patologie psichiatriche. In che modo la condizione dei loro genitori può avere un impatto su di loro?
Credo che moltissimo dipenda dal modo in cui la patologia viene affrontata in famiglia, da come se ne parla nell’ambiente familiare. Se c’è una forte stigmatizzazione, per esempio, questo ha inevitabilmente degli effetti negativi anche sui figli, mentre se si gestisce la malattia con un dialogo sereno, sicuramente l’impatto è diverso.
Ieri sera lei ha detto che, in qualche modo, gli eredi del lavoro di Franco Basaglia oggi sono gli attivisti per il clima che si stendono sulle strade e gli equipaggi delle navi che salpano alla volta di Gaza. Mi piacerebbe sapere in che modo questo tipo di lotte, secondo lei, sono connesse al lavoro che ha fatto suo padre.
Io credo che queste siano lotte in cui le persone si mettono veramente in gioco. A prescindere dalle scelte politiche, sono scelte etiche e scelte fisiche che le persone fanno, nel momento in cui decidono che non vogliono più accettare certe ingiustizie che sono palesi e violente. Contemporaneamente, ci devono essere dei gesti di rottura, che non devono assolutamente essere gesti di violenza, ma devono dimostrare che è possibile anche riuscire ad ottenere delle cose impossibili, mettersi in gioco, come questi [attovisti] che si distendono e si fanno portare via senza reagire, fanno portare via il loro corpo. Oppure con altri che rischiano in mare. Non si tratta di essere eredi, ma di essere portatori di una voglia di cambiamento. Credo che questo possa dare senso alle lotte che si portano avanti.
Ci ha raccontato che sta un po’ rimettendo in ordine le carte, le corrispondenze, gli appunti che riguardano Franca Ongaro. Sta scoprendo degli aspetti diversi nella sua figura? Stanno emergendo delle cose nuove?
Direi di no rispetto all’idea che io ho sempre avuto di lei. Stiamo raccogliendo tutte le pubblicazioni firmate solo da lei per poi farne una pubblicazione unica. La cosa non mi stupisce, però è incredibile pensare che si tratta di quattrocento pagine scritte solo da lei. Sono tomi. E non parliamo di tutte quelle altre pagine che lei ha scritto assieme a Franco. Diciamo che mi stupisce il volume delle carte, però non mi stupisce pensare a quello che lei ha sempre detto, fatto, pensato e al fatto che l’ho sempre vista scrivere. Scrivere era il suo modo di parlare, anche perché, negli anni in cui loro [Franco Basaglia e Franca Ongaro n.d.r.] hanno incominciato erano chiaramente anni in cui le donne parlavano molto meno, e quindi lei parlava scrivendo e incideva con la sua lettura.
Io ho sempre avuto la sensazione che le cose che loro hanno scritto insieme siano frutto di un mescolamento dell’interpretazione del mondo di due generi. E che loro abbiano trovato un modo per leggere il mondo accessibile per tutti e due i generi. Questo si traduceva anche in discussioni infinite, e grandi momenti di contraddizione.
Sono sicura che in qualche modo lei abbia inciso molto su tutti i testi che hanno scritto insieme.
Nella presentazione del suo lavoro, ha detto che, nel relazionarsi a una persona che sta male, bisogna porsi sullo stesso livello e mettersi in gioco personalmente. Mi interesserebbe sapere in che modo c’è il “rischio” o la possibilità di uscire cambiati a propria volta da questa interazione.
Dipende da cosa vuol dire cambiati, nel senso che si cambia sempre quando si ha un rapporto con la persona che si ha davanti. Che sia una persona che soffre o che sia una persona che non soffre, se si ha un rapporto reale con una persona ci si contamina la vicenda. Quindi è chiaro che anche la sofferenza contamina, però la sofferenza è un momento della vita di tutti, quindi ci si contamina, ci si contagia e poi questo serve anche per capire tante cose di se stessi.
Però il paradigma, per il rapporto con un terapeuta, è che, quando il professionista parla con il paziente, con la persona che sta male, dovrebbe essere quest’ultima a cambiare, per poter “guarire”, non ci si aspetta invece che sia il terapeuta a cambiare in alcun modo. Non la si percepisce, normalmente, come un’interazione a due vie.
Se si parte dal presupposto che il sapere di una persona è la rappresentazione di quella persona, nel momento in cui si parla con quella persona si mette in gioco il sapere di tutti e due e non si può non contaminarsi. L’idea che i terapeuti non debbano mai farsi toccare dalle storie dei loro pazienti, secondo me è sbagliata. Io credo che un buon terapeuta sia una persona che sa gestire la sofferenza di chi soffre e la propria sofferenza di fronte a una persona che sta male.



