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Difesa europea: Washington promette ritorsioni se si escludono aziende USA dal mercato del riarmo

Una delle politiche comuni a quasi tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea al momento, nonché una delle più controverse e penose da gestire per tutti i governi è la politica di riarmo. Con pochissime eccezioni, l’Europa ha di fatto accettato prima le richieste dell’amministrazione Trump per un aumento dei contributi NATO da parte degli alleati atlantici e poi le pressioni generali che vengono dall’incremento esponenziale delle tensioni geopolitiche. Naturalmente, l’antagonista più presente nelle narrazioni a sostegno della politica di riarmo, forse l’unico menzionato esplicitamente, è la Russia, per quanto l’idea che anche altre superpotenze di oggi possano costituire le minacce di domani abbia iniziato a farsi strada anche in qualche frangia politica non lontanissima dai centri di potere. Fatto sta che l’Europa nel suo complesso ha accelerato il riarmo e che si moltiplicano gli appelli a una difesa comune, a una strategia militare europea che guardi, ovviamente, all’Europa anche dal punto di vista commerciale. Ed è proprio su questo che il governo USA non è d’accordo. L’amministrazione Trump è intervenuta in modo piuttosto esplicito nel dibattito europeo, depositando osservazioni formali, che sono state già commentate da Politico e che sono consultabili liberamente a questo link. Si tratta di un documento congiunto del Dipartimento di Stato e del Pentagono, depositato il 17 febbraio scorso, in risposta alla richiesta di feedback sulla revisione della Defense and Sensitive Security Procurement Directive, nell’ambito di una consultazione pubblica avviata dalla Commissione europea sulla revisione della direttiva del 2009 sugli appalti per la difesa. 

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Quello degli usa è un messaggio esplicito, che arriva con i toni dell’imperativo, appena celati sotto il linguaggio della consequenzialità che normalmente caratterizza questo tipo di osservazioni: va bene il riarmo, ma non va affatto bene che gli Stati membri dell’Unione Europea possano ipotizzare di privilegiarsi a vicenda come partner commerciali per l’acquisto di armamenti, danneggiando la presenza sul mercato delle aziende statunitensi. Il concetto è espresso in termini estremamente diretti, tanto che è quasi impossibile non leggerlo come una minaccia: qualsiasi misura che limiti la partecipazione delle aziende americane alle commesse militari europee farà scattare una ritorsione speculare da parte di Washington.

Il feedback USA sulla difesa europea

Nel testo, i due dipartimenti dichiarano di sostenere il riarmo europeo e il rafforzamento della base industriale della difesa del continente, ma pongono una condizione esplicita: questo processo non deve indebolire la base industriale transatlantica né compromettere la capacità collettiva di rifornire le forze armate e i reciproci vantaggi commerciali.

La formulazione centrale del documento americano è netta: Washington “si oppone con fermezza a qualsiasi modifica della Direttiva che limiti la capacità dell’industria statunitense di partecipare agli appalti nazionali per la difesa degli stati membri UE.” Le politiche protezionistiche, si legge ancora, sono “la strada sbagliata”, tanto più in un contesto in cui le principali aziende europee del settore continuano ad accedere liberamente al mercato americano.

Secondo Washington, la linea rossa da non oltrepassare sarebbe l’inserimento di una clausola di preferenza europea direttamente nella Direttiva. Fino ad oggi, un linguaggio di preferenza per le forniture europee è comparso in singoli programmi comunitari, ma la sua codificazione nella normativa sugli appalti avrebbe ricadute dirette sui bilanci nazionali sovrani degli stati membri, alterando equilibri consolidati.

Le misure europee già in campo

Nell’ambito del programma SAFE, uno strumento da 150 miliardi di euro basato su prestiti per l’acquisto di armamenti, e nei finanziamenti destinati all’Ucraina attraverso un prestito da 90 miliardi, è già operativa una soglia: almeno il 65% del valore degli equipaggiamenti acquistati deve provenire da fornitori europei.

La revisione della direttiva sugli appalti, attesa per il terzo trimestre del 2026, potrebbe estendere questo principio anche alle commesse nazionali. Non è ancora chiaro se il nuovo testo includerà obblighi vincolanti a favore dei produttori europei, ma la sola eventualità ha già innescato la reazione americana.

La dipendenza strutturale dell’Europa dagli armamenti USA

Il contesto storico pesa. Per decenni, circa due terzi delle importazioni di armamenti europee hanno avuto origine negli Stati Uniti e invertire questa dipendenza o anche solo tentare di ridurla in modo significativo richiede tempi, investimenti e capacità produttive che l’industria europea sta cercando di ricostruire dopo anni di sottofinanziamento. In una scelta del genere si sentono gli echi di altre politiche, soprattutto nazionali, di “de-americanizzazione” di alcuni settori, come quello delle piattaforme IT, che però non hanno ancora assunto rilevanza europea e restano confinate, per ora, in ambiti nazionali specifici. In generale, si può leggere in questa interazione fra la Commissione Europea e il Dipartimento di Stato in collaborazione con il Pentagono parte di un movimento di più ampio respiro che punta a ridurre la dipendenza dalla presenza di un “alleato” che è ancora formalmente tale, ma che viene sempre più spesso percepito come inaffidabile, quando non apertamente minaccioso (gli esempi vanno dai dazi alla Groenlandia, passando per le sempre più esplicite intrusioni di personaggi vicini a Trump, come Elon Musk e Steve Bannon, nei processi politici e democratici europei).

Le possibili ritorsioni americane

La parte più concreta del documento americano riguarda le conseguenze. Washington avverte che, in caso di adozione di misure di preferenza europea nelle normative nazionali sugli appalti, gli Stati Uniti “rivedrebbero probabilmente tutte le esenzioni generali e le eccezioni alle leggi ‘Buy American'” concesse nell’ambito degli accordi bilaterali di reciprocità negli appalti della difesa (RDPA).

Attualmente, 19 dei 27 stati membri dell’UE hanno sottoscritto tali accordi con Washington. In forza di questi trattati, aziende europee come la nostra Leonardo e la tedesca Rheinmetall possono competere per alcune forniture agli USA o accedere in generale al mercato americano. In sostanza, dice il documento, al momento gli USA fanno una serie di ampie eccezioni rispetto alle politiche protezionistiche, per comprare materiale di uso militare dall’Europa. Se l’Unione dovesse adottare politiche protezionistiche, gli USA faranno lo stesso, le agevolazioni e i contratti esistenti decadranno e si valuterà caso per caso se e cosa comprare dalle aziende europee e, in ogni caso, si continuerà ad acquistare solo per rispondere alle esigenze di interoperabilità NATO.

Washington sottolinea anche un elemento giuridico: 19 dei 27 stati membri hanno assunto impegni vincolanti attraverso gli RDPA e una politica protezionistica inserita nella direttiva UE sugli appalti contrasterebbe direttamente con tali obblighi bilaterali. A ciò si aggiunge il richiamo al comunicato congiunto USA-UE del 2025 sul commercio, in cui la Commissione si era impegnata ad “aumentare sostanzialmente gli acquisti di equipaggiamento militare e della difesa dagli Stati Uniti” e ad “approfondire la cooperazione industriale transatlantica per la difesa.”

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