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Il presidente del St. Pauli propone il boicottaggio dei Mondiali di calcio USA contro le politiche di Trump

Oke Göttlich, vicepresidente della Federazione calcistica tedesca e presidente della squadra St. Pauli di Amburgo, ha lanciato una proposta che interroga il mondo del calcio internazionale e che si era già sentita al di fuori dell’ambito sportivo ufficiale. La questione riguarda l’opportunità di valutare un boicottaggio dei Mondiali di calcio che si svolgeranno quest’anno negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Evidentemente, il motivo del boicottaggio non sono né le politiche canadesi né quelle messicane, ma quelle statunitensi, specialmente in riferimento all’invasione militare del Venezuela, alle minacce (poi decadute) di annettere con la forza la Groenlandia e, non da ultimo, le violenze e gli omicidi commessi dalle milizie dell’ICE nelle ultime settimane, soprattutto nello stato del Minnesota.  Durante un colloquio con l’Hamburger Morgenpost, Göttlich ha espresso la necessità di avviare una riflessione seria sull’argomento, indicando che i presupposti per tale dibattito sussistono già.

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Il dirigente ha stabilito un parallelismo con i boicottaggi delle olimpiadi di Mosca del 1980, guidato proprio dagli Stati Uniti, in protesta per l’invasione sovietica dell’Afganistan. Secondo Göttlich, l’attuale scenario geopolitico presenta rischi superiori rispetto a quella fase storica.

Göttlich: “la vita professionale degli atleti non può contare più della sicurezza di intere popolazioni”

Göttlich ha respinto l’obiezione secondo cui un’eventuale boicottaggio dei Mondiali penalizzerebbe i giocatori del St. Pauli che militano nelle rispettive nazionali, tra cui gli australiani Jackson Irvine e Connor Metcalfe e il giapponese Joel Chima Fujita. La vita professionale degli atleti, secondo il dirigente, non può e non deve pesare di più rispetto alla riflessione sulle condizioni di numerose popolazioni minacciate dalle politiche dello Stato ospitante.

Göttlich riveste anche un ruolo nel comitato esecutivo della DFB, la Federazione Calcistica Tedesca. Nel parlare di una possibile astensione dal mondiale, ha anche criticato come si sia passati da un dibattito enormemente politicizzato sui Mondiali del Qatar del 2022 a posizioni completamente apolitiche. Il dirigente ha evidenziato come organizzazioni e istituzioni stiano progressivamente abbandonando la capacità di stabilire confini e difendere principi fondamentali, interrogandosi sui limiti etici di figure come Donald Trump e ha anche chiesto una risposta su questi punti alle figure più prominenti del suo settore, ovvero il presidente della DFB Bernd Neuendorf e quello della FIFA Gianni Infantino – che appena pochi mesi fa ha insignito personalmente Trump di un “premio FIFA” per la pace, che molti hanno interpretato come un modo di ingraziarsi il presidente USA, molto deluso per la mancata assegnazione del Nobel.

Resistenze e perplessità dal mondo del calcio: il boicottaggio dei Mondiali non fa presa

Mentre l’hashtag #BoycottWorldCup è in tendenza da settimane su diverse piattaforme, usato soprattutto dagli appassionati di calcio, l’ambiente della Bundesliga ha manifestato reazioni tiepide o contrarie all’iniziativa. Robert Andrich, centrocampista della nazionale e capitano del Bayer Leverkusen, ha declinato qualsiasi commento, affermando di non possedere competenze sufficienti e di non considerare tale questione tra le proprie responsabilità. Joshua Kimmich, capitano della nazionale, ha esplicitato il desiderio di non partecipare ulteriormente ai dibattiti politici: l’esperienza del Qatar, sostiene, ha mostrato come le prese di posizione degli atleti abbiano efficacia limitata.

Simon Rolfes, direttore sportivo del Leverkusen, è più o meno dello stesso avviso e ha suggerito una netta separazione tra ambito politico e sportivo. Dall’entourage del presidente della DFB Bernd Neuendorf trapelano segnali di disappunto verso l’iniziativa di Göttlich. Neuendorf teme ripercussioni nei rapporti con la FIFA, organismo del cui Consiglio fa parte con un ruolo influente.

Meno come il Qatar, più come Mosca

Alcuni osservatori, tra cui il commentatore Daniel Theweleit sul quotidiano Taz, hanno sottolineato l’inadeguatezza del confronto con i precedenti Mondiali. Se in Qatar la questione riguardava violazioni dei diritti umani a livello interno, come lo sfruttamento dei lavoratori che costruivano le infrastrutture stesse destinate ai mondiali e l’autoritarismo del governo locale, la situazione attuale presenta caratteristiche differenti. Le aspirazioni espansionistiche dell’amministrazione Trump verso Canada e Groenlandia, unite alle tensioni con l’Europa, configurano, in occasione di questi Mondiali di calcio, uno scenario che richiama piuttosto il boicottaggio olimpico del 1980.

Anche all’epoca, la decisione del Comitato Olimpico Nazionale Tedesco venne preceduta da un intenso dibattito politico. Willy Brandt, fedele alla propria visione distensiva, sostenne la partecipazione ai Giochi moscoviti. Anche il cancelliere Helmut Schmidt espresse riserve sul boicottaggio, salvo poi cedere alle pressioni statunitensi, con conseguente rinuncia del Bundestag e del comitato olimpico nazionale alla competizione.

Reazioni tiepide fra i politici

Fra le fila della politica tedesca c’è chi prende posizione e chi no. Christiane Schenderlein, ministra di Stato presso la Cancelleria, ha ribadito che le decisioni sulla partecipazione o sull’astensione da manifestazioni sportive spettano esclusivamente alle federazioni competenti, non alla sfera politica. La valutazione ricade quindi su organismi come la DFB e la FIFA, e l’esecutivo tedesco accetterà le loro determinazioni.

Markus Söder, leader della CSU e primo ministro bavarese, ha respinto categoricamente l’ipotesi di boicottaggio, definendola “una totale assurdità” durante una riunione dell’esecutivo di partito a Monaco. Söder ha evidenziato come i Mondiali non si svolgano unicamente negli Stati Uniti, ma anche in Canada e Messico.

Jürgen Hardt, esponente della CDU esperto di questioni internazionali, aveva ventilato l’ipotesi di un boicottaggio nel caso di annessione statunitense della Groenlandia. I primi riscontri presso altre federazioni europee indicano che attualmente nessuna intende astenersi dal partecipare.

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