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Armi tedesche alle milizie in Sudan? I video in un’inchiesta giornalistica esclusiva

La guerra civile in Sudan è una delle più atroci e sanguinarie in corso in questo momento nel mondo, nonostante la sua esposizione mediatica in Europa sia relativamente recente e in genere meno ampia di quanto non accada per altri conflitti. In Germania, tuttavia, questo tema è piombato improvvisamente sulle prime pagine delle principali testate, dopo che un’inchiesta esclusiva di Report Mainz, di ARD, ha evidenziato la presenza di armi di aziende tedesche nell’arsenale delle Rapid Support Forces. Le RSF sono una milizia che, da oltre ventiquattro mesi, secondo tutti gli osservatori internazionali, si rende responsabile di massacri ai danni della popolazione civile, oltre a scontrarsi con l’esercito regolare sudanese. Intere regioni sono sotto assedio e le segnalazioni di crimini di guerra sono sempre più frequenti e preoccupanti. Ma perché questo gruppo paramilitare dispone di equipaggiamento di fabbricazione tedesca?

Il materiale video e fotografico analizzato dalla redazione (il servizio per intero è visibile a questo link) mostra equipaggiamenti che sembrerebbero provenire dalla Germania. Eppure, dal 1994 vige un embargo dell’Unione Europea contro il Sudan: le aziende dell’Unione non hanno il permesso di esportare nessun tipo di equipaggiamento militare, neanche attraverso paesi terzi.

Fucili europei per le Rapid Support Forces

Tra le immagini “incriminate” figura una fotografia che ritrae un combattente RSF in uniforme, che posa con un fucile nella capitale Khartoum. Secondo le indicazioni associate allo scatto e il parare degli esperti di armi consultati dalla redazione, l’arma in questione sarebbe un G36C. Questo particolare tipo di fucile viene prodotto dal marchio tedesco Heckler & Koch ed è stato individuato, in alcune varianti, anche in altri due video girati in Sudan.

La redazione ha dichiarato di aver contattato Heckler & Koch per chiedere chiarimenti e l’azienda ha scoraggiato il pubblico dal trarre conclusioni e ha respinto categoricamente qualsiasi forma di speculazione in merito . Senza numeri di serie identificabili, affermano i responsabili, non si può stabilire come singole armi siano finite nella zona di conflitto. L’azienda afferma di rispettare normative vigenti e di non aver mai effettuato consegne dirette nell’area.

Report Mainz ha consultato in proposito Mike Lewis, specialista in armamenti che ha lavorato per le Nazioni Unite in Sudan, il quale ha fatto notare come sia evidente che le forze presenti ricevano rifornimenti continui di armi, munizioni, veicoli militari ed equipaggiamento di vario genere. Da dove arrivano queste forniture e come raggiungono le RSF?

Il ruolo degli Emirati

Max Mutschler, ricercatore presso il Centro Internazionale Studi sui Conflitti di Bonn, ha evidenziato un fenomeno ricorrente nei conflitti africani: le armi migrano da una zona di guerra all’altra. Inoltre G36 risulta esportato verso numerosi paesi extra-europei, il che rende molto più difficile la ricostruzione delle rotte che hanno portato le singole armi nelle mani dei miliziani.

Diversi commentatori politici internazionali hanno puntato il dito, in passato, contro gli Emirati Arabi Uniti, accusati da anni di sostenere le RSF. Gli Emirati, ovviamente, negano. Dal resto, ci sono anche equipaggiamenti prodotti o importati dagli Emirati, soprattutto veicoli, fra le dotazioni della milizia. France24, per esempio, ha documentato la presenza di mortai bulgari nel deserto sudanese attraverso una bolla di consegna. I mortai risultano spediti dalla Bulgaria a un’azienda degli Emirati, ma non si sa come siano poi arrivati inì Sudan.

Componenti prodotti da aziende tedesche non solo nelle armi, ma nei veicoli militari in Sudan

Sui veicoli di marca Nimr scoperti nelle zone di guerra sono state rintracciate anche altre tecnologie europee, dal sistema difensivo francese al motore inglese. Le ricerche di Report Mainz hanno individuato in particolare i sistemi di climatizzazione dell’azienda tedesca Webasto, che sviluppa soluzioni anche in ambito militare.

Il punto, più che la presenza dei dispositivi di per sé, è un altro: che responsabilità hanno i fornitori? Se un componente viene usato in un particolare vicolo e quel veicoo viene acquistato di contrabbando da un gruppo paramilitare, il produttore europeo è tenuto a saperlo? Secondo Lewis, interpellato in merito da Report Mainz, c’è una responsabilità nell’esportare verso Paesi nei quali il rischio di contrabbando verso specifiche zone di guerra è elevato.

Webasto non ha fornito risposte specifiche e ha rimandato i responsabili dell’inchiesta giornalistica alla propria politica di esportazione aziendale, sostenendo di stipulare solo contratti improntati al rispetto più rigoroso degli embarghi ONU, UE e dei paesi esportatori.

Il governo tedesco dichiara di non possedere informazioni autonome sulla questione. Dal 2017 risulta effettuata una sola verifica sulla destinazione finale degli armamenti forniti agli Emirati Arabi Uniti e, quell’occasione, non è stata riscontrata nessuna irregolarità.

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