© k_tjaaa / CC BY 2.0
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di Luna

Sono innamorata del mio lavoro. Proprio come lo ero il primo giorno. Da allora è passato davvero molto tempo, ma nonostante tutto ho ancora lo stesso entusiasmo.

Sono stata fortunata a trovarmi quassù e poter visitare tutto il mondo. Ho ammirato la vita di molte persone, ho osservato come si sono evolute le varie civiltà nella storia, ho assistito ad un sacco di eventi eccezionali, sia belli che brutti.

Oggi, questa notte, mi è caduta l’attenzione su una città della Germania, in Europa. Si chiama Berlino. Tra una nuvola e l’altra che mi passavano ritmicamente davanti, ho incrociato lo sguardo con quello di una bella ragazza, dall’aspetto dolce, i capelli e gli occhi castani. Esile nel corpo stava immobile di fronte ad un grosso e pesante portone di legno grigio e sospirava. Mi fissava e sospirava. Quel breve istante mi ha ricordato un ragazzo, oggi uomo, che cinquantacinque anni fa mi guardava con gli stessi occhi lucidi.

I suoi occhi però, quelli di Armando, erano chiari. Tutti e due erano nati e cresciuti in Sicilia, una meravigliosa regione a sud dell’Italia. Entrambi si erano ritrovati a Berlino, lontani dalle famiglie, dagli amici, dalla loro terra, immersi in una realtà diversa.

Eppure qui stavano bene! Non un “bene” formale, economico o altro. Si sentivano, nonostante tutto, sereni.

Armando, nella sua città, lavorava in uno studio notarile, un posto ambito e molto ben pagato: 40.000 lire al mese. Avvertiva, però, un vuoto dentro. Aveva il desiderio di conoscere la realtà al di là del suo orizzonte. Così un giorno, a vent’anni, decise che era arrivato il momento di partire.

Andò in Francia. Trovò lavoro. Vi rimase per più di un anno, in seguito ripartì per l’Inghilterra. Anche qui trovò lavoro e ci restò per un anno.

A questo punto del viaggio il ragazzo aveva previsto il ritorno ma, già che si trovava li, pensò, perché non visitare la Germania? E così fece. Passò prima da Stoccarda, poi in Baviera ed infine toccò alla capitale: Berlino.

Era il 1959. La città si stava ancora risollevando dopo la guerra. Berlino si trovava spezzata in quattro settori: quello francese, quello inglese, quello americano e quello sovietico. Nella realtà i settori erano due, est ed ovest. Era vietato, in quel momento storico, passare da un lato all’altro. Nonostante il divieto c’erano famiglie divise che volevano riunirsi, voglia di libertà e benessere, e tutto ciò spingeva le persone a rischiare l’avventura.

Così, nel 1961, venne innalzato il muro, proprio per impedire gli spostamenti da est verso ovest.

In città c’era comunque qualcosa che nelle altre sue meravigliose esperienze, da poco vissute, Armando non aveva ancora trovato. Fu un colpo di fulmine.

I posti di lavoro disponibili erano molti. In giro cercavano falegnami, meccanici, elettricisti. Lui però non era nulla di tutto questo e così si trovò a lavorare in un locale. Tutti i ristoranti allora erano tedeschi. Esistevano solo due pizzerie italiane.

Lavorando ebbe modo di conoscere una famiglia berlinese con la quale fece amicizia e con il loro aiuto molte difficoltà furono superate.

Con il tempo riuscì a mettere da parte dei soldi, ad integrarsi e aprire delle attività in proprio. Prima una gelateria, poi delle discoteche, infine un ristorante. Quando arrivò l’amore si trovò a dover scegliere. Il locale era un’attività che lo impegnava tutto il giorno e lui voleva dedicare più tempo possibile alla sua fidanzata per costruire una famiglia.

E così fece. Nel 1977 vendette la sua attività e ne comprò una che gli permetteva di stare con la moglie ed i figli. Calcolò tutto in modo molto razionale.

In tutti questi anni Armando si era innamorato due volte. Si era innamorato della moglie e si era innamorato di una città che fino al 1989 era rimasta ammaccata ma colma di vita. Si viveva veramente bene, la gente passeggiava per le strade fino a notte inoltrata, non mancava nulla.

Dopo la caduta del muro, in poco meno di vent’anni, l’intera città fu ricostruita in maniera intelligente e consapevole. Lo spirito libero, internazionale ed artisticodei cittadini si mantenne e contribuì ad una crescita economica, strutturale ed artistica.

Oggi rivedo in Federica, in piedi davanti a quel grosso e pesante portone di legno grigio, la stessa espressione di Armando.

Lei si trova a Berlino per necessità insieme al suo compagno ed alle loro due bellissime bambine. Questo pomeriggio, mentre tornavano dalla passeggiata al parco, il sole faceva sembrare gli edifici dipinti in un quadro. Tra tutti una malconcia balconata marrone aveva attirato la sua attenzione. Il palazzo aveva la facciata verde ed il classico tetto spiovente. Sopra questo, un cielo mozzafiato: blu, azzurro, rosso; i colori si rincorrevano tra loro. Alcuni alberi erano spogli, altri accennavano le gemme delle prime foglie. Questa immagine fece provare alla ragazza un sentimento strano, quasi nostalgico. Federica aveva scoperto, in sette mesi, come le difficoltà, le sofferenze, le fatiche, qui venissero ascoltate. In questa città che non ha dimenticato il passato ma  anzi ha imparato da esso.

Qui lei non si sente sola nella sua battaglia. È orgogliosa di vivere dove, chi è caduto, ha saputo rialzarsi e rimboccarsi le maniche.

Qui, quando sul tram diretto all’asilo la sua piccola piange, le persone intorno le regalano un sorriso, perché sanno che è il suo modo per esprimere le emozioni.

Qui trova delle mani pronte ad aiutarla a portare il passeggino giu per le scale quando l’ascensore non funziona.

Qui, anche se è lontana dalla sua famiglia, non si sente abbandonata.

E proprio adesso, a quest’ora della notte, mi fissa con i suoi dolci occhi lucidi. Un misto di gioia e malinconia.

*****

Questo racconto breve è stato scritto da uno degli studenti di “Le Balene Possono Volare”, un progetto di Laboratori di Scrittura Creativa per Italiani che ha preso vita a Berlino nell’estate del 2013 per iniziativa di Mattia Grigolo.

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