
🗞 La notizia dietro la notizia – Riflessioni di Gabriele Paoletti sugli articoli del Mitte
Questa settimana l’articolo di riferimento parla di un episodio che ha coinvolto la piscina della Volksbühne, noto teatro di Berlino, che ha riservato alcune ore di un determinato giorno a un’associazione per l’empowerment delle persone nere. Questa scelta ha innescato un acceso dibattito pubblico su una presunta discriminazione delle persone bianche e a riguardo sono intervenuti anche alcuni esponenti politici tra cui la leader di AfD, Alice Weidel, che ha parlato addirittura di “apartheid”. Il commento di Gabriele Paoletti.
Apartheid, corsia 3 – Quella piscina di Berlino
Volksbühne.
C’è una piscina.
Ventisei metri?
No. Venticinque.
Profonda un metro e trenta.
Gratis.
Aperta a tutti.
Solo che in alcune fasce orarie viene riservata a determinate associazioni.
Una di queste lavora con persone nere e contro il razzismo.
Sei ore.
Dalle dodici alle diciotto.
Poi arriva Alice Weidel.
Apartheid, dice.
La parola atterra sulla piscina. Sprofonda.
Una parola enorme.
Dentro ci sono il Sudafrica, il 1948, la segregazione razziale, le leggi, la violenza, decenni di storia.
Dall’altra parte ci sono venticinque metri d’acqua davanti alla Volksbühne.
Per qualche ora.
Berlino ha finalmente trovato il modo di rendere geopolitica una piscina.
Una giovane esponente della CDU dice di essere discriminata perché bianca.
Anche questa è una frase interessante.
Perché una piscina temporanea è riuscita in poche ore a trasformare il colore della pelle in una questione costituzionale.
La piscina, intanto, non sembra agitata.
L’acqua non ha ancora preso posizione.
Il cloro nemmeno.
Ma la politica sì.
Discriminazione.
Apartheid.
Diritti.
Razza.
Parole gigantesche.
Tutte dentro una piscina lunga venticinque metri.
Forse il problema non è più quanto sia grande la piscina.
È quanto siamo diventati bravi a gonfiare le parole.
Perché se ogni accesso riservato diventa apartheid, prima o poi dovremo controllare anche gli spogliatoi.
La corsia lenta potrebbe essere segregazione.
Quella veloce una forma di suprematismo acquatico.
E il bagnino?
Un funzionario dell’ONU.
La cosa più strana è che la piscina era stata costruita per creare uno spazio.
La politica ha trasformato quello spazio in una guerra.
E in una città dove normalmente per entrare in una piscina basta un biglietto,
siamo riusciti a far entrare dentro una parola del Novecento.
Apartheid.
Corsia tre.
Sei ore.
Poi si torna tutti a casa.
E il Sudafrica può finalmente tirare un sospiro di sollievo.
La storia è una cosa seria.
Per questo sarebbe meglio non usarla come bracciolo




