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Il cantante dei Bob Vylan è stato espulso dalla Germania: c’entrano le sue posizioni pro-Palestina?

Il rapper britannico Pascal Robinson-Foster, voce del duo Bob Vylan, è stato fermato alla frontiera tedesca e successivamente espulso dalla Germania verso il Regno Unito. La ricostruzione, pubblicata settimane dopo i fatti, si deve al portale di giornalismo investigativo The Intercept, affiliato all’istituto no-profit INN. in Germania, per ora, solo la testata NTV ha ripreso la notizia. I fatti risalirebbero al 15 giugno, quando Robinson-Foster è stato trattenuto dalla polizia federale tedesca all’aeroporto di Berlino e, poco dopo, rimpatriato senza poter mettere piede sul suolo tedesco. 

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Il motivo addotto dalle autorità risale a un anno fa e nello specifico fa riferimento un’esibizione al festival di Glastonbury, in Inghilterra, durante la quale il cantante aveva guidato il pubblico nel famoso coro contro l’esercito israeliano: “death, death to the IDF” ovvero “morte, morte all’IDF”. Settimane dopo l’espulsione, a fine luglio, la polizia tedesca avrebbe notificato a Robinson-Foster, tramite una lettera, la revoca del divieto d’ingresso nel Paese, senza però chiarire né i motivi di tale revoca né il criterio con il quale il divieto di ingresso era stato determinato e imposto.

Perché il frontman dei Bob Vylan è stato espulso dalla Germania?

I redatto di di The Intercept hanno dichiarato di essere in possesso di un documento della polizia federale nel quale si attribuisce a Robinson-Foster la diffusione di narrazioni antisemite e di propaganda riconducibile ad Hamas, che avrebbero il potenziale di alimentare processi di radicalizzazione in alcuni settori della popolazione tedesca e di offrire una copertura ideologica a gruppi o singoli legati al terrorismo. Nello stesso fascicolo il musicista sarebbe descritto come una minaccia per la sicurezza e per l’ordine pubblico. Consentirgli l’ingresso, cita ancora the Intercept dal documento, che non è stato reso pubblico, avrebbe prodotto un danno reputazionale per il Paese, dando l’impressione che la Germania non stia contrastando a sufficienza la diffusione dell’antisemitismo e degli incitamenti alla violenza a esso collegati.

Il portavoce della polizia federale, su richiesta della medesima testata, non avrebbe fornito alcun commento. Ha commentato invece Robinson-Foster, il quale respinge integralmente le accuse. “È francamente assurdo suggerire che io sia una minaccia per la sicurezza nazionale tedesca”, ha dichiarato al portale, aggiungendo di non diffondere alcuna propaganda per conto di organizzazioni vietate.

L’eco di Glastonbury 2025

Non c’è dubbio che l’esibizione dei Bob Vylan a Glastonbury 2025 abbia generato reazioni animate. Non che Robinson-Foster fosse l’unico artista sul palco di Glastonbury a prendere una posizione chiara contro lo sterminio della popolazione palestinese a Gaza da parte delle forze militari israeliane, ma il tono esplicito del coro nel quale il rapper ha trascinato il pubblico ha senza dubbio lasciato un segno particolare. Tra le voci critiche comparse allora figurano l’allora primo ministro britannico Keir Starmer, diverse organizzazioni filoisraeliane e il commissario tedesco per l’antisemitismo Felix Klein, che aveva definito l’esibizione un atto di incitamento all’odio, chiedendo ai promoter attivi in Germania di cancellare le date della band.

In seguito, a Robinson-Foster e al compagno di band Wade Laurence George erano stati ritirati i visti d’ingresso negli Stati Uniti. La Germania, tuttavia, resta finora l’unico Paese ad aver disposto espulso un membro dei Bob Vylan alla frontiera.

Particolarmente significativo è il fatto che non ci siano procedimenti penali e neppure accuse a carico né di Robinson-Foster né di Wade Laurence George: la polizia britannica ha già ampiamente archiviato l’indagine sul caso di Glastonbury, non riscontrando elementi sufficienti a sostenere una realistica possibilità di condanna.

L’avvocato di Robinson-Foster ha chiesto l’accesso agli atti

Alexander Gorski, l’avvocato tedesco che assiste Robinson-Foster, rivendica il diritto costituzionale di conoscere gli atti su cui si è fondata la decisione di espulsione del cantante. A questo scopo, Gorski ha presentato al quartier generale della polizia federale di Potsdam una duplice richiesta: la cancellazione del divieto dal registro nazionale e l’accesso al fascicolo. Poco dopo è arrivata la revoca, comunicata con una risposta di due pagine in cui si esclude però la possibilità di fornire ulteriori dettagli.

Per l’avvocato la revoca resta un passo positivo ma insufficiente sul piano dei principi: impedire l’ingresso in un Paese sulla base di una dichiarazione politica che non integra reato, e negare al tempo stesso l’accesso agli atti, configura per Gorski un problema di rispetto dello Stato di diritto. “Se un artista vuole rispettare la legge, deve sapere quali sono le regole”, ha dichiarato, annunciando un ricorso formale volto a ottenere le basi fattuali e giuridiche del provvedimento.

Secondo Gorski il caso Robinson-Foster si inserisce in una tendenza più estesa: l’uso della normativa sull’immigrazione contro figure vicine alle posizioni filopalestinesi. Nel corso dell’anno precedente le autorità di Berlino avevano già disposto l’espulsione di quattro cittadini stranieri residenti in Germania, coinvolti in proteste contro l’offensiva israeliana a Gaza. Preoccupazioni analoghe arrivano da Thomas Oberhäuser, alla guida del comitato esecutivo dell’Ordine degli avvocati tedeschi per il diritto dell’immigrazione, secondo cui la normativa verrebbe impiegata sempre più spesso per finalità politiche.

A sostegno di questa lettura, Gorski cita altri casi da lui seguiti: quello del chirurgo britannico di origine palestinese Ghassan Abu Sitta e quello dell’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, entrambi oggetto di tentativi delle autorità tedesche di impedirne la partecipazione a eventi legati alla causa palestinese.

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