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Le dichiarazioni di Wim Wenders e le polemiche alla Berlinale 2026

Le dichiarazioni di Wim Wenders sul rapporto tra politica e cinema rese durante l’incontro inaugurale della giuria della Berlinale 2026 continuano a far discutere.

Il regista tedesco, noto anche per il celeberrimo “Il cielo sopra Berlino”, ha infatti risposto a una domanda dell’attivista Tilo Jung sui rapporti tra il festival e lo Stato di Israele e innescato, in questo modo, una serie a catena di polemiche e reazioni contrastanti.

Berlinale 2026: le parole di Wim Wenders

Wenders ha sostenuto che il cinema può sì incidere sull’immaginario collettivo, su come le persone concepiscono la propria vita, ma non sul pensiero dei politici. “Sì, i film possono cambiare il mondo. Non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita” ha dichiarato il presidente di giuria, che ha aggiunto che esiste una “grande frattura” tra chi aspira a vivere la propria vita liberamente e i governi che hanno opinioni diverse e che i film possono magari “mettere in luce quella frattura”.

L’elemento più controverso è venuto dopo, quando Wenders ha di fatto dichiarato che il cinema debba restare fuori dalla politica. “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici” ha chiarito. Una posizione che per molti è risultata criticabile e per altri insostenibile.

Il ritiro di Arundhati Roy: “Sono scioccata e disgustata”

In seguito alle parole di Wenders, la scrittrice indiana Arundhati Roy ha ritirato la propria partecipazione al festival, dove era attesa con la versione restaurata di In Which Annie Gives It Those Ones, un tv movie del 1989 da lei scritto e interpretato, per la regia di Pradip Krishen.

“Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non possono alzarsi e parlare di questo apertamente, sappiano che la storia li giudicherà. Sono scioccata e disgustata. Con profondo rammarico, devo annunciare che non sarò presente alla Berlinale” ha chiarito la scrittrice, ma il suo non è stato il solo abbandono.

Sempre in relazione alla posizione della Germania sul conflitto in Palestina, sono stati revocati anche i restauri di due film egiziani previsti nel programma del Forum: Sad Song of Touha di Atteyat Al Abnoudy e The Dislocation of Amber di Hussein Shariffe.

Voci discordanti tra gli artisti presenti

Intanto, il panorama delle reazioni tra gli artisti presenti a Berlino è risultato piuttosto frammentato perché diversi personaggi hanno assunto posizioni contrastanti rispetto al tema del rapporto tra cinema e politica.

Interpellati sull’ascesa del fascismo e sull’attuale contesto statunitense, ad esempio, Michelle Yeoh e Neil Patrick Harris hanno ribadito la distanza tra politica e arte. In particolare Yeoh, Orso d’Oro alla carriera, ha dichiarato di non essere nella posizione di parlare davvero della situazione politica negli Stati Uniti e di non poter “presumere di dire di capirla”. “Quindi è meglio non parlare di qualcosa che non conosco. Penso di voler concentrarmi su ciò che è importante per noi, cioè il cinema” ha chiosato.

Anche Harris ha dichiarato di non sentirsi nella posizione di commentare la situazione politica statunitense. “Credo che viviamo in un mondo stranamente algoritmico e diviso in questo momento, e quindi, come artista, sono sempre interessato a fare cose che siano apolitiche. Perché tutti noi, come esseri umani, vogliamo connetterci in qualche modo” ha dichiarato l’attore, noto anche per aver interpretato “How I Met Your Mother”.

Una posizione diversa è arrivata invece da Hanna Bergholm e Ilja Rautsi, rispettivamente regista e co-sceneggiatore del film in concorso Nightbor. I due hanno sostenuto che l’arte non sia necessariamente politica, ma che tutto lo diventi comunque, indipendentemente da ciò che si fa, “l’arte non deve necessariamente essere politica, ma tutto lo è, indipendentemente da ciò che si fa, e che “poiché non possiamo davvero influenzare una situazione di genocidio con l’arte, quando siamo sotto i riflettori, è importante far luce su qualsiasi problema ci troviamo ad affrontare, perché l’arte è tutta una questione di empatia”.

Nel 2024, le polemiche durante la premiazione di “No other land”

L’affaire Wenders si inserisce in una disputa che accompagna la Berlinale dal principio della guerra di Gaza, nell’autunno del 2023. Già durante l’edizione 2024, al momento della premiazione di No Other Land, il regista israeliano Yuval Abraham aveva parlato di “apartheid” e il regista statunitense Ben Russell aveva definito genocidio le operazioni militari israeliane nella Striscia di Gaza. Ne erano seguiti momenti di tensione in sala e giorni di polemiche sui giornali.

Tricia Tuttle: “La libertà di parola è una realtà alla Berlinale”

Insomma, la questione di quanto possa o debba essere politico un festival cinematografico e cosa si intenda per politica è necessariamente centrale, e quale che sia la posizione assunta non si può non parlarne.

Intanto, nel corso del weekend, Tricia Tuttle, direttrice della Berlinale, si è espressa con un comunicato sulla libertà di espressione e sul ruolo del cinema. “La libertà di parola è una realtà alla Berlinale, ma sempre più spesso ci si aspetta che i registi rispondano a qualsiasi domanda venga loro posta. Vengono criticati se non rispondono. Vengono criticati se rispondono e non ci piace quello che dicono. Vengono criticati se non riescono a condensare pensieri complessi in un breve frammento sonoro quando un microfono viene piazzato davanti a loro, mentre pensavano di parlare di qualcos’altro” è l’incipit del comunicato, che continua sottolineando come molti dei 278 film che partecipano al festival abbiano temi importanti (genocidio, violenza sessuale durante la guerra, corruzione, abusi patriarcali etc.), ma che queste voci non siano amplificate abbastanza perché perse tra le polemiche.

“Gli artisti sono liberi di esercitare il diritto alla libertà di parola come credono. Non gli si dovrebbe obbligare a commentare su dibattiti più ampi che riguardano le politiche presenti e passate di un festival su cui non hanno alcun controllo”, ha scritto inoltre Tuttle.

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