Arundhati Roy cancella l’impegno alla Berlinale dopo le risposte di Wim Wenders su Gaza
Alla Berlinale si parla ancora di Gaza, come ormai da diversi anni a questa parte. E, d’altra parte, sarebbe ingenuo aspettarsi che, all’interno di un festival che è sempre stato eminentemente politico e perfino occasionalmente ribelle nella sua essenza, non ci fosse chi vuole o esige di portare sul palco proprio i temi politici più importanti della contemporaneità, indipendentemente dagli imbarazzi che ciò può creare all’organizzazione. Durante la conferenza inaugurale della giuria, il regista Wim Wenders ha declinato qualsiasi commento sul conflitto a Gaza, sostenendo che il cinema debba mantenersi distante dalle dinamiche politiche. Questa posizione ha innescato la reazione della scrittrice indiana Arundhati Roy, che ha annullato la propria partecipazione alla manifestazione.
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Roy è autrice del celebre “Il dio delle piccole cose” nonché della sceneggiatura del film televisivo del 1989 “In Which Annie Gives It Those Ones”, in programma nella sezione storica della Berlinale. La scrittrice sessantaquattrenne ha diffuso una dichiarazione attraverso il media indiano “The Wire”, esprimendo la propria contrarietà rispetto alle affermazioni emerse dalla giuria.
Tutta l’arte è politica, ma non quando si parla di Gaza
Wim Wenders, che presiede la giuria di quest’anno, probabilmente si aspettava di ricevere almeno una domanda sulla valenza politica del cinema, come in effetti è accaduto durante la tradizionale conferenza stampa di apertura. Interrogato sulla capacità dei film di trasformare la realtà contemporanea, il regista di “Paris Texas” e “Perfect Days” ha risposto che nessun film ha mai realmente modificato le convinzioni di un politico, pur riconoscendo al cinema il potere di influenzare la percezione che le persone hanno della propria esistenza.
Quando però gli è stato domandato direttamente un giudizio sulla posizione del governo tedesco rispetto alla situazione a Gaza, Wenders ha dichiarato più esplicitamente che il cinema deve rimanere estraneo alla sfera politica. Creare opere dichiaratamente politiche significherebbe sconfinare in un territorio che non gli appartiene, ha sostenuto, ribadendo che il ruolo del cinema consiste nel fungere da contrappeso rispetto alla politica.
Il regista ha sottolineato come il mezzo filmico possieda una straordinaria capacità di generare compassione ed empatia, caratteristiche assenti nei notiziari e nell’agire politico. “Questo è il nostro dovere”, ha affermato Wenders, specificando che i cineasti devono “fare il lavoro delle persone e non quello dei politici”. A rendere particolarmente paradossale questa posizione ha contribuito senz’altro il fatto che, proprio in coincidenza con la conferenza stampa, il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil (SPD) abbia tenuto un intervento durante la giornata dei produttori dell’industria cinematografica, nel quale ha invece lodato l’impegno politico di chi fa cinema. Klingbeil ha infatti speso parole di elogio per le proteste degli artisti statunitensi contro la politica del presidente Donald Trump, enfatizzando l’importanza della cultura per la società e sottolineando positivamente il fatto che “i creativi si alzano in piedi e dicono la loro”.
La risposta di Arundhati Roy alle dichiarazioni di Wenders alla Berlinale “sono scioccata e disgustata”
Roy ha definito inconcepibile l’idea che l’arte possa esimersi dall’essere politica. Nella sua dichiarazione, l’autrice ha denunciato il tentativo di impedire una discussione su “un crimine contro l’umanità“, argomentando che artisti, scrittori e registi dovrebbero impegnarsi con ogni mezzo per fermarlo.
L’operato israeliano a Gaza, ha dichiarato la scrittrice, è un “genocidio dei palestinesi” cofinanziato, fra gli altri, proprio dalla Germania. “Se i più grandi registi e artisti del nostro tempo non riescono ad alzarsi e dirlo, devono sapere che la storia li giudicherà”, ha scritto Arundhati Roy, dichiarandosi scioccata e indignata. Ha quindi comunicato la decisione di non presentarsi alla Berlinale.
Una portavoce della manifestazione ha rilasciato un comunicato nel quale viene espresso rispetto per la scelta di Roy, manifestando dispiacere per l’assenza della scrittrice, la cui presenza avrebbe arricchito il dibattito del festival.
Non è la prima volta che alla Berlinale si parla di Gaza
La questione della distruzione di Gaza ha attraversato le ultime edizioni del festival cinematografico, generando pressioni crescenti sull’istituzione. Nel 2024, vincitori e membri della giuria hanno utilizzato il palco della cerimonia di premiazione per rilasciare dichiarazioni in merito, invocando un cessate il fuoco e criticando duramente l’azione israeliana. L’edizione 2025 ha registrato un ulteriore episodio che ha fatto scalpore: durante un evento è stata letta una dichiarazione che accusava la Germania di sostenere un genocidio.




