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Resti umani trovati vicino a Berlino: erano prigionieri ai lavori forzati durante il nazismo

Se c’è una cosa che ha caratterizzato i crimini nazisti, oltre alla disumanità, è la precisione maniacale della catalogazione. Con poche eccezioni, per lo più relative agli ultimi mesi di guerra, la macchina bellica nazista ha catalogato con meticolosità terrificante il destino di ogni vittima. Questa nozione piuttosto comune, però, è in contrasto con la situazione che si è profilata, nel corso del tempo, nel bosco di Ludwigsfelde, vicino a Berlino, dove i ritrovamenti di numerosi resti umani, attribuiti per lo più a prigionieri ai lavori forzati sotto il regime nazista, fanno pensare a migliaia di persone ancora da identificare.

In quasi quattromila metri quadrati di terreno sabbioso nei pressi dell’autostrada A10, ci sono sepolture già note, ma si ritiene che sotto la superficie ci sia molto di più.

Migliaia di persone sepolte, dove dovrebbero essercene poche centinaia

Fotografie aeree degli ultimi giorni di guerra mostrano un cimitero chiaramente distinguibile in questa zona. Documenti del 1950 attestano lo smantellamento dell’area sepolcrale durante il periodo della DDR. Secondo i verbali, 493 salme sarebbero state esumate e trasferite altrove nell’arco di tre giorni.

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Il responsabile del team che si sta occupando di scoprire la verità, il medico legale Andreas Heinze, ha dichiarato alla rbb che, dopo tre anni di ricerche negli archivi, è arrivato a stimare almeno 2.500 decessi documentati, ai quali aggiungere un numero imprecisato di vittime anonime che potrebbero essere sepolte qui. Si tratterebbe per lo più di prigionieri che erano stati messi ai lavori forzati in questa zona.

I lavori forzati nell’industria bellica: qui vivevano e morivano i prigionieri del regime nazista

Nell’estate 2025 il proprietario del terreno aveva commissionato scavi ed è stato in questa occasione che si sono fatte le prime macabre scoperte. Dal terreno sono emersi resti di teschi e ossa compatibili con giovani donne tra i 20 e i 25 anni. Per rispetto ai defunti, le ossa sono state lasciate nel terreno. Secondo Heinze, sarebbe possibile identificare tutte o quasi tutte le vittime, esaminando con cura gli archivi dell’epoca.

Le vittime provenivano presumibilmente dall’Europa orientale, ma è possibile che fra loro ci fossero anche cittadini francesi, italiani e britannici. L’impiego principale riguardava la produzione bellica, in particolare presso gli stabilimenti Mercedes dove venivano assemblati motori aeronautici. A differenza di quanto avveniva nei campi di sterminio, qui a fare il lavoro sporco per i nazisti erano soprattutto la malnutrizione e la fatica. I prigionieri che venivano uccisi dalle guardie erano principalmente quelli accusati di sabotaggio e quelli che non producevano abbastanza.

Intanto, l’amministrazione di Ludwigsfelde  non ha deciso cosa fare né con questa zona né con i resti che dovranno essere esumati. Le opzioni sono essenzialmente due: o trasferire le salme in un cimitero o lasciarle dove si trovano, dopo aver delimitato l’area, e allestire un memoriale nel bosco stesso, il tutto dopo aver contattato i governi di riferimento, dopo aver accertato la nazionalità delle vittime e restituito loro un’identità, perché i discendenti possano finalmente commemorare i propri antenati dispersi.

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