Metà dei destinatari del reddito di cittadinanza non cerca lavoro? Polemiche sullo studio
Una ricerca commissionata dalla Fondazione Bertelsmann all’Istituto di ricerca economica applicata (IAW) ha esaminato per la prima volta l’impegno concreto nella ricerca di un lavoro da parte dei beneficiari del reddito di cittadinanza e ha scatenato una polemica prima ancora di essere ufficialmente pubblicato. In Germania, circa 1,8 milioni di persone ricevono questa prestazione pur essendo considerate teoricamente idonee all’impiego, almeno in parte.
L’indagine si è concentrata su un campione di 1006 persone tra i 25 e i 50 anni che percepiscono il reddito di cittadinanza o l’indennità di disoccupazione precedente da almeno dodici mesi. Questo è già un dato importante, poiché lo studio è stato accusato di aver scelto un campione poco rappresentativo dal punto di vista del peso sulle finanze pubbliche.
Cosa ha rilevato lo studio
Le donne cercano lavoro meno spesso degli uomini
Il 57% degli intervistati dichiara di non aver cercato un nuovo impiego nelle quattro settimane precedenti il sondaggio. Emergono differenze marcate tra uomini e donne: mentre il 53% degli uomini ha fornito questa risposta, tra le donne la percentuale raggiunge il 63%.
Chi cerca lavoro attivamente dedica a questa attività un tempo limitato: appena un quarto vi investe al massimo nove ore settimanali. Pochi investono 20 ore o più: gli uomini in questo caso sono quasi il doppio rispetto alle donne, con percentuali del 7,6% contro il 4%. La motivazione economica appare debole per un quarto dei beneficiari. Il 25,5% sostiene che la propria condizione finanziaria non subirebbe miglioramenti significativi con un nuovo lavoro.
Malattie croniche, assistenza familiare e discriminazione sul mercato del lavoro: per queste ragioni molti destinatari del reddito di cittadinanza non cercano un impiego
Ma perché le persone non cercano lavoro? In molti casi, perché non possono, a causa degli obblighi di cura familiare o delle proprie condizioni di salute. Circa il 22% indica vincoli legati all’assistenza a familiari o alla cura dei figli. Nel caso delle coppie, per esempio, le donne con bambini piccoli cercano lavoro molto meno degli uomini, il che fa pensare a una dinamica domestica in cui alla donna viene assegnato interamente il dovere di cura dei figli e dell’ambiente domestico.
Anche chi soffre di patologie psichiatriche o croniche tende a cercare lavoro meno spesso di chi invece gode di buona salute. Fra le donne, quelle nate fuori dalla Germania tendono a cercare lavoro meno spesso di quelle nate in Germania. Lo studio ipotizza, fra le cause di questa disparità, la discriminazione sul posto di lavoro o possibili influenze culturali legate ai ruoli di genere, che in alcune culture sono più rigidi che in altre.
Il tempo trascorso fuori dal mondo del lavoro, naturalmente corrode, demotiva e mina la speranza di poterci rientrare. Più a lungo una persona rimane senza occupazione, più è probabile che perda la fiducia nella possibilità di trovarne una e, di conseguenza, minore è la probabilità che abbia cercato attivamente un impiego nelle quattro settimane precedenti al sondaggio.
Inadeguatezza delle offerte e lacune dei centri per l’impiego
Quasi metà degli intervistati che attualmente non cerca lavoro – il 49% – giustifica questa situazione con la mancanza di posti adeguati. L’11% dichiara di mantenersi con “lavori occasionali”.
I dati rivelano carenze strutturali. Il 43%, pur cercando, non ha mai ricevuto un’offerta di lavoro. Il 38% nessuna proposta di formazione continua. Un dato che stride con le priorità dichiarate dal governo di coalizione. L’analisi indica che le persone con un diploma di scuola professionale hanno le migliori opportunità di trovare un impiego, seguite da quelle con titolo universitario. Tuttavia, i corsi di formazione continua vengono offerti principalmente a chi possiede un diploma di scuola secondaria di primo grado. Le donne, in particolare quelle con bambini piccoli, ricevono meno proposte formative dai centri per l’impiego, nonostante siano fra le categorie che faticano maggiormente ad accedere al mercato del lavoro.
Roman Wink della Fondazione Bertelsmann commenta i dati suggerendo un cambio di rotta netto: “I centri per l’impiego devono ridefinire le loro priorità. Meno burocrazia, più mediazione”.
Le critiche allo studio: scelto solo il campione demografico meno attivo nella ricerca
L’Associazione Paritetica Generale – organizzazione di punta nell’assistenza sociale privata che rappresenta gli interessi di persone svantaggiate – ha contestato duramente la metodologia dello studio prima ancora della sua pubblicazione ufficiale. La critica principale riguarda, come abbiamo già accennato, la selezione del campione. Gli autori dell studio, infatti, hanno scelto di proposito di non considerare coloro che ricevono il reddito di cittadinanza da meno di un anno. Si dà il caso, però, che questo gruppo costituisca un quinto del totale dei percettori, ma anche quello mediamente più attivo e motivato nella ricerca di lavoro, corrispondente al 40% delle “uscite” dal RdC, ovvero di coloro che smettono di chiedere la prestazione perché hanno trovato lavoro. Perché, suggerisce l’Associazione, lo studio ha scelto di escludere totalmente dalla ricerca proprio un gruppo demografico che, se considerato, avrebbe abbassato considerevolmente le percentuali dei percettori di reddito di cittadinanza che non cercano e non trovano lavoro? In questo modo, infatti, si alimenta la narrazione di una maggioranza di “parassiti” e “fannulloni”, quando le statistiche dei centri per l’impiego stimano che coloro che si limitano a prendere il sussidio, evitando di cercare o accettare lavori, pur essendo fisicamente e mentalmente in grado di mantenersi da soli, sono meno del 5% dei percettori totali di RdC.
La maggior parte di coloro che non cerca lavoro, sostiene l’associazione, non lo fa a causa di impedimenti oggettivi, prevalentemente legati alla salute.
Il sondaggio infiamma il dibattito politico
In Germania, circa 5,5 milioni di persone vivono grazie al reddito di cittadinanza. Tra queste, 1,8 milioni sono bambini o adolescenti. Il costo annuo di questa misura supera i 50 miliardi di euro (l’evasione fiscale, nel 2024, è stata stimata in circa 100 miliardi di Euro, secondo quanto dichiarato da un portavoce del Ministero delle Finanze a MDR). Al momento, poco più del 40% dei beneficiari lavora o è in formazione. Circa un terzo non è occupato, pur potendo teoricamente lavorare.
Questo gruppo include persone con disabilità gravi, disoccupati oltre i 55 anni (che quindi non rientrano nei requisiti demografici richiesti dalla maggior parte dei posti di lavoro) e individui senza alcuna formazione (anche questi spesso esclusi da moltissime posizioni lavorative). In Germania, tre milioni di giovani sotto i 35 anni non hanno alcuna qualifica professionale. Il precedente governo sperava di realizzare un “cambiamento culturale” con il reddito di cittadinanza, puntando proprio sulla formazione e il supporto, piuttosto che sulle sanzioni, ma l’offerta formativa, evidentemente, continua a non raggiungere molte delle categorie che ne avrebbero più bisogno.
Nei dieci anni precedenti – dal 2011 – il numero di partecipanti alle misure di qualificazione nel sistema di sussidi precedente, il famoso Hartz IV era rimasto più o meno stabile. Con la riforma del Reddito di Cittadinanza, la Germania ha cercato di puntare sulla formazione, spostando la priorità dal collocamento a tutti i costi anche in lavori precari o con salari molto bassi.
L’accordo di coalizione tra Unione e SPD stabilisce invece che alle persone che sono in grado di lavorare e che rifiutano ripetutamente un lavoro ragionevole venga revocato completamente il diritto alle prestazioni. Nello stesso accordo, tuttavia, si parla anche di “mantenere il livello di protezione sociale”.




