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La violenza nascosta della tecnologia. Intervista a Safa Ghnaim

Safa Ghnaim, ricercatrice critica ed educatrice della diaspora palestinese, attiva fra gli USA e la Germania, esplora le dinamiche nascoste dietro il mondo digitale, dai processi di estrazione mineraria che servono a costruire i dispositivi che usiamo ogni giorno, fino al modo in cui la tecnologia si applica nei vari ambiti dell’esperienza umana, dalla nostra quotidianità agli scenari di guerra. Il suo lavoro mette in luce come modelli di business globali, strutture di potere e sistemi di oppressione siano strettamente intrecciati, generando quella che lei definisce tecnoviolenza, con particolare attenzione alla Repubblica Democratica del Congo e alla Palestina. Nell’intervista, Ghnaim anticipa i temi del suo intervento “Digitized Divides: Revealing the trade-offs of a tech-dependent world”, che presenterà alla conferenza Technoviolence, organizzata dal Disruption Network Lab a Berlino dal 19 al 21 settembre 2025 (i biglietti sono disponibili qui), offrendo una prospettiva critica e interconnessa sulle sfide etiche, ambientali e sociali del nostro mondo tecnologico.

Il tuo intervento alla conferenza del Disruption Network Lab si concentrerà sul tema della violenza tecnologica, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo e in Palestina. Cominciamo dall’inizio, per i lettori che potrebbero non avere familiarità con il concetto. Che cos’è la violenza tecnologica e come funziona?

Penso che ogni ricercatore, esperto e specialista affronti il tema della violenza tecnologica in modo leggermente diverso. Per quanto mi riguarda, il modo in cui concettualizzo la violenza tecnologica consiste fondamentalmente nell’osservare come la tecnologia nasca dalla violenza e venga applicata in situazioni violente. Ecco perché mi concentro principalmente sulla Repubblica Democratica del Congo e sulla Palestina, perché nella Repubblica Democratica del Congo ci sono luoghi in cui esseri umani, compresi bambini di appena quattro anni, estraggono a mani nude il cobalto e altre fra leì risorse più preziose per la produzione della nostra tecnologia, senza ricevere quasi alcun compenso e in una situazione di coercizione, che gli esperti definiscono assimilabile a una forma di schiavitù moderna.

Quindi, a mio modo di vedere, già il modo in cui la tecnologia viene costruita è violento, disumano, spietato e orientato esclusivamente al profitto. C’è poi il modo in cui la tecnologia viene applicata in modo violento. Lo possiamo vedere in molte parti del mondo, ma io, da palestinese della diaspora, mi concentro ovviamente soprattutto sulla Palestina, anche perché ritengo che la Palestina sia l’esempio perfetto per capire come gli esseri umani possano essere sottoposti a sperimentazioni di un uso violento della tecnologia.

Per esempio, la tecnologia di sorveglianza e monitoraggio, ma anche le cosiddette armi intelligenti. Abbiamo molte segnalazioni che arrivano dalla Palestina, in particolare da Gaza (ma non solo da lì e non solo dal 2023), di droni intelligenti, missili intelligenti, armi intelligenti. C’è così tanta di questa cosiddetta tecnologia intelligente che viene costruita e migliorata utilizzando i dati raccolti, al fine di uccidere la mia gente con maggiore efficienza.

E questo dimostra anche come [questa tecnologia] può essere applicata in altri luoghi. I software di sorveglianza e monitoraggio israeliani sono rinomati in tutto il mondo e vengono acquistati dai governi di tutto il mondo, tra cui Messico, Russia, Arabia Saudita e ovviamente Stati Uniti e Germania – il che non sorprende – e molti altri in Europa. Penso che per questo che mi sento così motivata a esaminare questi due casi in particolare. Ma voglio sottolineare che non sono gli unici luoghi in cui è possibile vedere questi fenomeni in azione.

Oltre ai poteri nazionali, in questo scacchiere sono in gioco le grandi aziende tecnologiche, che operano quasi con lo stesso potere, a volte perfino con un potere superiore. Sulla base della tua ricerca, come si può strutturare qualsiasi tipo di processo o azione democratica, in un contesto in cui le nazioni non sono più gli unici attori?

Penso che sia sicuramente difficile districare questi ambiti perché, ancora una volta, guardando all’esempio di Israele, non solo vediamo un enorme sostegno finanziario e militare da parte degli Stati Uniti, della Germania e di altri paesi europei, ma vediamo anche Microsoft, Google e Amazon che hanno contratti multimilionari con l’esercito israeliano per fornire loro infrastrutture Internet, tecnologia intelligente, anche l’accesso a determinati strumenti operativi di loro proprietà.

Esiste questa unità, chiamata Unità 8200, che è una sorta di élite dell’esercito israeliano, composta da persone addestrate in modo molto particolare anche con l’uso della tecnologia. E queste persone, una volta conclusa la loro formazione nell’esercito, sono molto ambite e vengono assunte da queste aziende della Silicon Valley. C’è un collegamento diretto tra queste aziende della Silicon Valley e le entità militari e governative.

E ancora una volta, tutto è riconducibile al potere. Il lavoro di intelligence o, come lo chiamano più spesso, il lavoro di sicurezza e protezione è qualcosa su cui è molto facile investire denaro, anche perché passa quasi’ inosservato alla maggior parte degli elettori. La maggior parte degli elettori legge le notizie e pensa: “Certo, è ovvio che dovremmo investire nella sicurezza e nella protezione”. Ma se sapessero che in realtà “sicurezza e protezione” significa investire in ricerca e sviluppo, tecnologie e infrastrutture che opprimono le persone, anche in altri Paesi oltre a quello che stanno cercando di proteggere, penso che vedrebbero la cosa con occhio più critico.

Il problema è che si una un linguaggio abbastanza vago da far passare inosservato questo fatto. Ed è lo stesso con il marketing di queste enormi aziende tecnologiche come Google, Microsoft, Amazon, Meta, Apple e tutte le altre. Parlano della loro tecnologia presentandola come brillante, elegante ed efficiente, fatta per farci risparmiare tempo. Ma se le loro pubblicità ci mostrassero gli esseri umani ridotti in schiavitù che estraggono le materie prime necessarie a costruire questi telefoni che durano solo due anni, ovviamente ci ribelleremmo. Per questo il marketing e il linguaggio utilizzato sono così vaghi.

In linea di massima, però, la provenienza del coltan e del cobalto non è sconosciuta al grande pubblico. La maggior parte della gente sa da dove provengono i metalli e i materiali utilizzati nella tecnologia. Dove pensi che possa essere il punto di svolta tra la pervasività della tecnologia, la nostra dipendenza da essa e la consapevolezza di ciò che questo comporta? Pensi che ci sia un punto di svolta?

È un’ottima domanda. Penso che ci siano molti fattori. Hai ragione, il grande pubblico è in parte consapevole della provenienza di questi minerali preziosi. Credo però che sia un sistema molto complicato. In parte c’entra sicuramente il razzismo: le persone guardano a ciò che sta accadendo in Africa e pensano che non importi, perché è troppo lontano. Non ci interessa. Non è un nostro problema. Quindi in parte si tratta sicuramente di razzismo e di considerare alcune persone più o meno degne di altre.

Ma penso anche che in parte sia una sincera mancanza di comprensione di quanto siano gravi e diffusi questi problemi. Perché nella mia ricerca ho letto testimonianze di queste realtà che sono davvero molto dirette e non potrò mai dimenticarle.

Ed è per questo che mi sono prefissata di continuare a parlare e a ripetere queste storie che ho letto da altri ricercatori fino a quando ogni singola persona con cui parlo non le conoscerà. Ad esempio, nella Repubblica Democratica del Congo, c’era una donna che è stata intervistata sull’attività mineraria nel suo villaggio di nella zona di Kolwezi. Diceva di ritenere che il cobalto uccida i bambini ancora nel grembo materno, perché molte donne hanno aborti spontanei. È un minerale tossico che le persone toccano a mani nude e, anche quando non lo toccano direttamente, contamina la terra, l’acqua, l’aria. È ovunque.

In uno smartphone ci sono circa 80 minerali preziosi, che provengono da tutto il mondo. La Repubblica Democratica del Congo è uno dei Paesi più coinvolti, ma ci sono esempi in ogni continente. Ho letto un’altra testimonianza dalla Cina, in cui gli abitanti di un villaggio che vivevano a valle di una fabbrica che, si occupava della purificazione dei minerali lamentavano gravi problemi di salute. Perdevano i denti e i loro capelli diventavano prematuramente bianchi. Sembra un film dell’orrore, non una cosa reale.

Una volta che ho iniziato a leggere queste testimonianze e a interiorizzarle, mi sono resa conto che invece sta succedendo davvero. Diventa molto difficile ignorarlo. Penso che le persone sappiano che ci sono degli abusi in questo settore, ma che trovino in tema troppo complicato, troppo lontano, che si convincano che la situazione non sia poi così male, che le persone coinvolte stiano svolgendo un lavoro che hanno scelto e che vengano pagate per quello che fanno.

Penso che non si rendano conto della portata della cosa perché le aziende non vogliono che si sappia. Cercano di nascondere alcune di queste informazioni. Voglio credere che le persone siano buone e che, se solo sapessero davvero quanto è grave la situazione, la penserebbero diversamente, almeno spero.

Questa è un’altra questione importante. Pensi che questa pervasività assoluta della tecnologia sia destinata solo a favorire questo tipo di meccanismo di potere colonialista? Oppure ci sono stati esperimenti per invertire la tendenza e fare un uso della tecnologia che effettivamente protegga e preservi le persone e le comunità?

Nella mia ricerca ho letto di esempi positivi di uso della tecnologia e dell’intelligenza artificiale. Per esempio, c’è stato un caso negli Stati Uniti di una comunità indigena che è stata in grado di collaborare con le forze dell’ordine e impiegare l’intelligenza artificiale per identificare e sostanzialmente ritrovare alcune delle persone indigene scomparse e assassinate di quella comunità.

C’è questa enorme “epidemia” che va avanti da secoli, ma è peggiorata negli ultimi decennim negli Stati Uniti e in Canada: persone indigene scompaiono e vengono assassinate, ma poi non si risolvono i casi, non si sa chi sia stato e non si sa se il corpo ritrovato sia davvero quello della persona scomparsa. In alcuni di questi casi, la tecnologia è stata d’aiuto, il che è sicuramente importante. C’è poi il discorso sull’accessibilità, sul permettere a persone che sono in grado di muoversi nel mondo come vorrebbero di farlo ugualmente, utilizzando la tecnologia.

Per esempio, ci sono questi occhiali intelligenti per le persone cieche o ipovedenti. Questi occhiali utilizzano l’intelligenza artificiale per mappare l’area, identificare oggetti presenti, un auto in arrivo, un albero, e poi eseguire una sorta di dettatura vocale dell’ambiente. E questo può essere molto utile.

Ci sono anche molti esempi nel campo della salute, come l’accelerazione della ricerca sui vaccini per determinate malattie attraverso l’uso di algoritmi. Non voglio sminuire questi benefici, ma voglio ricordare che non risolvono il problema fondamentale. Ad esempio, nel caso delle persone indigene scomparse e assassinate, è utile che la tecnologia serve per ritrovarle, ma non risolve il problema fondamentale, ovvero che le persone indigene vengono assassinate e scompaiono. E il problema è il razzismo. Anche per quanto riguarda l’accessibilità per le persone disabili, è fantastico che questi strumenti esistano, ma chi vi ha accesso? Le persone che se lo possono permettere, le persone che hanno una buona rete di sostegno, mentre tutti gli altri vengono lasciati indietro. Ci sono più di un miliardo di persone disabili su questa terra, che non sono in grado di accedere agli strumenti di cui hanno bisogno quotidianamente.

È particolarmente amaro pensare che una tecnologia che può aiutare a migliorare l’accessibilità per una persona disabile in Occidente, ad esempio, sia ottenuta rendendo disabili altre pesone nel Paese in cui vengono estratti i minerali necessari per costruirla…

Esatto!

Tu hai anche collaborato con Tactical Tech al Data Detox Kit. Di cosa si tratta?

Ho lavorato con Tactical Tech fino a un paio di mesi fa, lì ho trascorso sette anni fantastici, ho ricevuto un’ottima formazione e sono entrata in questo campo grazie a loro. Il Data Detox Kit è stato un progetto fantastico, che ho guidato per sette anni, collaborando con molti esperti. L’idea alla base del Data Detox Kit, che condivido pienamente, è quella di prendere argomenti complessi e semplificarli in modo che le persone possano comprenderli e assimilarli facilmente.

All’inizio mi sono concentrata sui temi della privacy, ma nel corso degli anni il progetto è cresciuto molto. Sicurezza digitale, benessere online, ambientalismo e sostenibilità, violenza di genere online. Grazie a quel lavoro, ho potuto sviluppare poi anche altri progetti importanti, ad esempio quelli per la formazione di giornalisti, ricercatori e attivisti per i diritti umani. Sono molto grata per il tempo che ho trascorso lì. Tutto il lavoro che sto facendo ora si basa su quello.

In altre interviste con attivisti, su queste pagine, abbiamo parlato in modo specifico del ruolo della tecnologia nel contesto della situazione attuale in Palestina. In un caso, abbiamo parlato di tecnologia nel senso di cui abbiamo discusso oggi, di “Lavender” e del modo in cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata per la sorveglianza e per compilare le kill list. In un altro caso, abbiamo parlato degli “Alberi della Rete“, che fornivano la connessione internet alla popolazione di Gaza all’epoca. Pensi che si possa ancora parlare di un contrasto tra un buon uso della tecnologia e un cattivo uso della tecnologia in questo contesto?

Sono un po’ combattuta. Da un lato, mi sembra quasi sbagliato il concetto di guardare al bene e al male nel contesto della Palestina. Perché il male è molto grave. Il male è letteralmente la perdita della vita delle persone. Penso che non ci sia paragone, punto e basta. Allo stesso tempo, dall’altro lato penso che sia importante che alle persone che sono state uccise si renda omaggio in qualche modo.

Che la loro morte non sia fine a se stessa. Che guardiamo anche alla resistenza che ne deriva. Penso anche che sia importante guardare come le persone comunicano, come documentano, anche sui social media. Sfruttare Instagram e TikTok per insegnare direttamente alle persone a dire: “I media non ne parlano, allora saremo noi stessi i nostri media”. È una resistenza incredibile.

Questo è possibile grazie alla tecnologia e al fatto che siamo tutti su queste stesse piattaforme. Non esiste una piattaforma solo per i palestinesi di Gaza, di per sé. Ci sono piattaforme globali. È una cosa incredibile e potente. Ma continuo a ripensarci e a dire che, alla fine dei conti, se Instagram e TikTok non esistessero, se questo significasse che quelle vite avrebbero potuto essere salvate, allora preferirei quest’ultima opzione. Faccio davvero fatica ad accettarlo.

Mi pongo spesso questa domanda perché l’ho visto anche in altri casi. Come, ad esempio, la Primavera Araba, dove abbiamo visto che la tecnologia è stata utilizzata dai governi per approfondire e rafforzare ulteriormente il proprio messaggio e la propria oppressione, anche bloccando l’accesso a Internet o diffondendo certi messaggi. E allo stesso tempo, queste incredibili voci di opposizione avevano piattaforme, blog, social media per condividere i loro messaggi con il mondo e tra di loro, per organizzarsi. E questo è incredibile. Ma, naturalmente, alla fine, anche con la Primavera araba, abbiamo visto le conseguenze di tutto ciò, ad esempio Alaa (Alaa Abd el-Fattah, autore del libro “Non siete stati ancora sconfitti” n.d.r.) in Egitto, che è ancora detenuto e viene torturato per aver scritto sul suo blog durante la Primavera araba.

Non posso parlare per la sua famiglia, ma sono abbastanza sicura preferirebbero che lui fosse libero piuttosto che avere questa tecnologia, e lo stesso vale per la Palestina. Preferirei che le persone fossero vive piuttosto che vedere la tecnologia come questo grande connettore. Se fosse questo il compromesso, ovviamente sceglierei la vita umana prima di ogni altra cosa.

Safa Ghnaim tecnologia

C’è qualche ultima osservazione che vorresti che i nostri lettori sapessero prima di partecipare alla conferenza?

Sì, in realtà c’è un altro punto che ritengo piuttosto importante nella mia ricerca, ovvero che quando parliamo di questi temi legati alla tecnologia è importante identificare chi ne è responsabile. Perché alla fine dei conti, sì, se non compro uno smartphone per qualche anno, se acquisto solo tecnologia usata, posso fare una minima differenza. Ma in realtà a causare i danni maggiori sono questi modelli di business e queste strutture di potere che sono enormi, profonde e multimiliardarie.

Quindi penso che sia anche importante trasmettere il messaggio che non dobbiamo sentirci in colpa per aver comprato una volta un telefono nuovo. È un problema profondo e radicato, un problema di strutture di potere. Ed è questo sistema che deve essere abbattuto e ricostruito da zero. E penso che pensare che, se solo avessimo riciclato di più, non ci sarebbe il cambiamento climatico sia il modo sbagliato di vedere le cose. Penso che dobbiamo unirci per opporci a queste enormi multinazionali multimiliardarie e ai governi che stanno sbagliando e che non ci rappresentano. È lì che dovremmo concentrare le nostre energie. Non dovremmo sentirci in colpa per le nostre abitudini, almeno secondo me.

È il paradosso di un argomento piuttosto diffuso, ovvero l’idea che non si possa criticare il capitalismo mentre si partecipa in esso. Ma il punto è che si critica il capitalismo proprio perché è impossibile non parteciparvi.

Esattamente. Sono d’accordo con te al 100%. Ed è per questo che possiamo unirci e combatterlo.

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