
In Germania è possibile e neppure tanto difficile acquistare all’asta un teschio umano. Se in quel teschio c’è un foro di proiettile, il prezzo si alza. Se quel teschio fosse decorato, per esempio, con delle conchiglie, sarebbe più complicato venderlo legalmente, perché, in quel caso, le conchiglie sarebbero tutelate da una legge sulla protezione delle specie. I teschi no, perché i teschi fanno parte di un bagaglio pesantissimo, che la Germania tenta di abbandonare a ogni angolo di strada e con il quale non vuole assolutamente fare i conti: l’eredità brutale del colonialismo tedesco in Africa e Oceania. Di recente, il tentativo di vietare questo commercio, estendendo ai resti umani delle vittime degli stermini tedeschi avvenuti soprattutto, ma non esclusivamente, in Namibia la tutela che si applica a tutti i cadaveri “normali”, è fallito.
Dietro questi crani, infatti, si nascondono storie di violenza, saccheggio e morte, ma la Germania, dai collezionisti di “reperti” ai curatori di musei, dagli intellettuali fino agli esecutivi politici, è davvero poco interessata a sentirsi ricordare che deve fare i conti con un altro capitolo di sterminio e abuso di ogni più elementare diritto umano, avvenuto ben prima della seconda guerra mondiale. Lo stesso Paese che ha investito decenni nell’elaborazione della propria colpa nazista, fatica a guardare in faccia il proprio passato coloniale.
Il colonialismo tedesco in Africa: un impero costruito sul sangue e poi dimenticato
Alla Conferenza di Berlino del 1884-85, mentre le potenze europee spartivano l’Africa tracciando confini artificiali col righello su mappe che mostravano un’Africa molto più piccola di quella reale, la Germania si garantiva il terzo impero coloniale più esteso del mondo. Togo, Camerun, Africa orientale tedesca, Africa sud-occidentale tedesca. E poi i territori nel Pacifico, in quella che oggi è la Papua Nuova Guinea. Esattamente com quello belga, inglese, francese, portoghese, italiano e spagnolo, il colonialismo tedesco in africa fu brutale e spietato. Tutte le imprese coloniali europee, in effetti, non hanno fatto altro che inanellare genocidi per accaparrarsi l’uso esclusivo di risorse naturali di enorme valore, i cui proventi sono tuttora, per lo più, monopolio di aziende occidentali e non contribuiscono per nulla al benessere delle popolazioni locali. E tuttavia, mentre sono note le mostruosità perpetrate dal Belgio di Leopoldo II in Congo o la devastante evoluzione della presenza olandese in Sudafrica, si parla assai meno delle atrocità commesse dalla Germania negli stessi anni.

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Le rivolte locali come quella Maji Maji (in quella che oggi è la Tanzania), per esempio, furono represse con ferocia, con massacri che oggi chiameremmo crimini contro l’umanità. In Namibia, tra il 1904 e il 1908, i tedeschi commisero un vero genocidio contro gli Herero e i Nama.
Il saccheggio e l’ossessione pseudoscientifica
Dalle colonie non venivano solo gomma, avorio, o spezie. I tedeschi portarono a casa anche teschi. Ossa. Resti umani. A volte decorati, trafugati da tombe o luoghi sacri. A volte appartenenti a vittime di guerra, soprattutto leader dei gruppi ribelli. Oggetti di culto trasformati in feticci accademici per alimentare l’allora diffusissima “ricerca razziale”.
Per i colonizzatori erano trofei, strumenti di studio, simboli di dominio. Per le comunità locali, erano la perdita di un legame sacro con i propri antenati. Uno strappo spirituale che non si rimargina facilmente. Uno degli esempi più noti è quello di Mangi Meli, figlio del leader dei Chagga (popolazione originaria della regione del Kilimangiaro, nell’attuale Tanzania), che fu impiccato per sedizione e la cui testa fu portata in Germania, dove se ne persero le tracce: i suoi discendenti stanno ancora lottando per riaverla.

Perché è legale vendere resti umani in Germania?
In Germania, il possesso e il commercio di resti umani non sono vietati. Alla base c’è una grave lacuna nel codice penale: l’articolo 168 punisce la profanazione delle tombe, ma non dice nulla sul commercio di ciò che è già stato trafugato. Se poi i responsabili del furto (e dell’eventuale omicidio) sono morti da molto tempo, allora il reato si considera automaticamente prescritto.
Nemmeno la ricettazione può essere invocata, perché non esiste una “proprietà” delle parti di cadavere e ciò che non è tecnicamente di nessuno non può tecnicamente essere rubato (ma può, praticamente, essere venduto). Il risultato è un mercato fiorente e inquietante, dove la domanda incontra l’offerta, e la memoria storica altrui viene messa all’asta.
Viene da sospettare che a non far considerare una priorità la modifica della legge sia in parte il fatto che a essere oggetto di commercio siano i resti umani derivati dai massacri risalenti al colonialismo tedesco in Africa. Se lo stesso commercio venisse fatto con le ossa o altre parti dei corpi delle vittime del regime nazista, probabilmente la sensibilità dell’opinione pubblica verrebbe urtata in misura sufficiente a far attivare un intervento legislativo.
Le risposte della politica
Non che, negli anni, in Germania non si sia fatto proprio nulla per riconoscere, nell’impossibilità di emendarli, gli orrori delle imprese coloniali. Per esempio, negli ultimi anni si sono avviate alcune timide restituzioni dei cosiddetti “Bronzi del Benin”, ovvero una minima parte dei tantissimi manufatti artistici o dal valore religioso che gli eserciti coloniali riportarono in patria dopo i numerosi saccheggi operati in diverse regioni dell’Africa occidentale. Diverse comunità di discendenti delle popolazioni colonizzate, inoltre, hanno avviato progetti legati alla decolonizzazione della cultura, della politica e della società.
Niente di tutto questo, finora, è bastato a far sì che non si possano trattare i teschi altrui come complementi d’arredo.
Ruprecht Polenz, inviato speciale del governo tedesco per la riconciliazione con la Namibia, non usa mezzi termini nel definire questo commercio “macabro, decadente, irresponsabile”. Dello stesso avviso, naturalmente, è anche Peter Kimpa, discendente diretto delle vittime del colonialismo tedesco in Papua Nuova Guinea, a proposito di un cranio proveniente proprio dall’ex colonia tedesca in Oceania e messo all’asta a Würzburg.
Il silenzio del nuovo governo
La precedente coalizione di governo aveva annunciato misure restrittive. L’ex ministra di Stato nel ministero degli Esteri Katja Keul (Verdi), aveva parlato di imporre un divieto totale su questo tipo di commercio. Ma il nuovo governo a guida CDU ha frenato. Non sono state fornite motivazioni particolari: semplicemente, non ci sono programmi per agire in tal senso, perché questa non è una priorità per l’esecutivo.
In risposta a un’interrogazione parlamentare in materia, il governo ha dichiarato di non possedere dati sull’entità del fenomeno, di non sapere quali e quanti resti umani siano in mano di privati e di conseguenza possano essere venduti. E ha aggiunto che interverrà “se necessario”, senza però specificare quali condizioni determinerebbero tale “necessità”.
Perché il colonialismo tedesco in Africa resta un tabù nazionale
La Germania è spesso presa come modello di elaborazione della memoria. Il nazismo e le sue conseguenze, l’Olocausto, la persecuzione delle minoranze sono affrontati con profondità, responsabilità, apertura. Musei, programmi scolastici, monumenti. Una memoria viva e anche un apparato penale che condanna non solo l’apologia del nazismo, ma anche la sua relativizzazione. Potenzialmente, anche dire che un qualsiasi altro fenomeno è stato “terribile come l’Olocausto”, in Germania, può essere illegale.
Il problema, però, è che questo atteggiamento ha creato una sorta di “feticizzazione del peggio” che, pur di non relativizzare (giustamente) i crimini del nazismo, spinge necessariamente a relativizzare, sminuendolo, qualsiasi altro crimine contro l’umanità. Come, per esempio, il colonialismo e non solo quello tedesco in Africa occidentale, ma la pratica stessa del colonialismo in tutte le sue forme.
A rendere più facile far cadere le colpe coloniali tedesche nel dimenticatoio contribuisce anche il fatto che la Germania abbia perso le sue colonie già nel 1919, con il Trattato di Versailles. Quando il processo di decolonizzazione travolse l’Europa con un’ondata di vergogna, Berlino era già fuori gioco e ora vuole restarci.

Anche i partiti che oggi perorano la causa della memoria, come i Verdi, hanno fatto tentativi piuttosto timidi di fare i conti con questa parte del passato, quando erano al governo. Di recente, la deputata dei Verdi Awet Tesfaiesus, che ha presentato la suddetta interrogazione parlamentare, ha dichiarato: “Finché il governo federale non saprà in che misura vengono commerciati resti umani provenienti da contesti coloniali, non sarà chiaro come intenda affrontare la questione in modo responsabile”.
La tutela della dignità umana non termina con la morte, ha affermato, chiedendo “un inventario completo e norme giuridiche chiare che garantiscano la dignità dei defunti e dei loro discendenti”. Per ora, tuttavia, il Ministero degli Esteri non sembra interessato a muoversi in tal senso.




