AperturaPoliticaPolitica Tedesca

La Ministra tedesca: “Bisogna lavorare di più e più a lungo”. Scoppia la polemica

“Dobbiamo lavorare di più e più a lungo.” Con queste parole, la ministra tedesca dell’Economia Katherina Reiche (CDU) ha acceso una miccia che ha fatto deflagrare il dibattito pubblico e politico in Germania. Intervistata dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Reiche ha sottolineato come il cambiamento demografico e l’aumento dell’aspettativa di vita rendano, a suo avviso, inevitabile un allungamento della vita lavorativa. Non sarebbe più pensabile, dichiara Reiche, una società in cui si lavora “solo” per due terzi della propria vita adulta e si passa il restante terzo in pensione. Una dichiarazione controversa, destinata a lasciare il segno. Non solo per il contenuto – che rimette in discussione il patto generazionale su cui si fonda il sistema pensionistico tedesco – ma anche per la reazione trasversale che ha suscitato. Da esponenti della SPD a voci interne alla stessa CDU, fino alle organizzazioni sociali: il coro di critiche è stato immediato e tutt’altro che lieve.

Modello USA: lavorare di più, rinunciare all’equilibrio fra vita privata e lavoro

Per Reiche, la questione sarebbe strutturale. I sistemi di sicurezza sociale sarebbero “già sovraccarichi” e le riforme previste dal contratto di coalizione non sufficienti. “Lavoriamo troppo poco”, ha dichiarato, facendo riferimento al confronto internazionale con gli Stati Uniti, dove, a suo dire, i dipendenti lavorano mediamente 1.800 ore l’anno, contro le 1.340 tedesche.

La proposta drastica di Reiche, che del resto è vicina alla filosofia già espressa dal cancelliere Friedrich Merz (CDU) appena eletto, prevede di rivedere l’equilibrio vita-lavoro, abbandonare gli incentivi al pensionamento anticipato (senza però toccare direttamente la pensione a 63 anni) e affrontare in modo sistemico la tenuta del modello di welfare. Una visione che trova sponda in alcuni ambienti imprenditoriali, ma che appare decisamente minoritaria nel dibattito pubblico.

Fratture nella CDU e lo scontro con i partner di governo

Che si tratti di un’uscita individuale o di una linea politica destinata a consolidarsi resta da vedere. Intanto, però, la reazione all’interno della CDU non si è fatta attendere. Christian Bäumler, vicepresidente della corrente sociale del partito (CDA), ha criticato apertamente Reiche, sottolineando come le sue proposte non abbiano alcuna base nel contratto di coalizione.

Secondo Bäumler, ignorare l’alto tasso di lavoro part-time che abbassa la media annuale delle ore lavorate in Germania significa fraintendere profondamente la realtà del mercato del lavoro.
Il dissenso non è, ovviamente, circoscritto al centrodestra. Dagmar Schmidt (SPD) ha parlato di iniziativa “lontana dalla realtà” e Sebastian Roloff ha definito l’approccio “troppo semplicistico”, auspicando piuttosto incentivi per i lavoratori anziani e l’apertura a soluzioni più flessibili, come già ventilato nel precedente governo di coalizione.

L’opposizione di sindacati e società civile

Tra le critiche più accese spicca quella della Confederazione dei sindacati tedeschi (DGB), che ha lanciato un chiaro monito: “Per garantire pensioni dignitose, bisogna aumentare le entrate del sistema, non prolungare l’età pensionabile”. Anja Piel, rappresentante del DGB, ha evidenziato come oneri collettivi, come le pensioni per le madri, debbano essere finanziati dalla fiscalità generale e non a scapito del fondo pensionistico.

Michaela Engelmeier, del SoVD, ha espresso preoccupazioni simili, temendo che l’aumento dell’età pensionabile possa arrivare “attraverso la porta di servizio”. E dalla sinistra parlamentare, Sören Pellmann ha liquidato la proposta come “lotta di classe a buon mercato dall’alto”. Le critiche non si limitano alla teoria economica: dietro ogni ora di lavoro in più, ricordano in molti, ci sono corpi stanchi, malattie professionali, carichi familiari e un’aspettativa di vita che cresce sì, ma in modo diseguale. Non tutti vivono di più: sono soprattutto i ceti abbienti a poter contare su più anni in salute dopo la fine del lavoro. E, comunque, non tutti possono lavorare più a lungo.

Dall’industria alla politica: tra cauto sostegno e appelli alla produttività

Non sorprenderà il fatto che una delle poche voci in accordo con la ministra sia stata quella del presidente dei datori di lavoro, Rainer Dulger. Per lui, Reiche ha avuto il coraggio di dire ciò che molti evitano: “Chi ora reagisce con indignazione rifiuta di vedere la realtà.” Dulger parla di un vero e proprio campanello d’allarme, che segnala l’urgenza di una riforma profonda del sistema. Più misurata la reazione dell’Associazione delle piccole e medie imprese, che mette l’accento su un altro punto: la produttività. “Abbassare imposte e contributi, eliminare la burocrazia e investire meglio”, sostiene il direttore Christoph Ahlhaus, sarebbe una soluzione ottimale e più efficace. Insomma, prima di chiedere di lavorare di più, bisognerebbe mettere le imprese in condizione di fare di più.

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio