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Lo scandalo delle mascherine travolge Jens Spahn: ex ministro nella bufera

La gestione della spesa pubblica durante la pandemia in Germania è stata un disastro: conti alla mano, lo Stato ha speso molto più di quanto avrebbe dovuto, ottenendo molto meno di quanto avrebbe potuto. Le notizie sulle truffe si susseguono ma, in molti casi, la giustificazione accettata è che in un momento di caos mondiale non si poteva fare meglio. Nel caso di Jens Spahn, però, le opinioni sembrano divergere: l’attuale capo del gruppo parlamentare dell’Unione al Bundestag  ed ex Ministro della Salute della CDU sotto l’ultimo governo Merkel è sotto accusa per uno scandalo che riguarda l’approvigionamento di mascherine all’inizio della crisi. E, negli ultimi giorni, lo scandalo, invece di scemare, è cresciuto e ora rischia di travolgere la carriera politica di Spahn.

Alcuni media tedeschi lo hanno definito uno dei casi più eclatanti di cattiva gestione delle risorse pubbliche durante la pandemia di COVID-19. Le accuse si concentrano sulle procedure di approvvigionamento adottate nella primavera del 2020, quando la Germania si trovava impreparata ad affrontare l’emergenza sanitaria globale.

La portata del problema emerge chiaramente dai numeri: 5,9 miliardi di euro spesi dal governo federale per l’acquisto di 5,7 miliardi di mascherine, gran parte delle quali sono rimaste inutilizzate e sono state smaltite come rifiuti. Questa gestione controversa ha portato a conseguenze legali e politiche che continuano a pesare sia sulla carriera di Spahn che sui conti pubblici tedeschi.

La procedura “open house”: un disastro annunciato?

Nel marzo 2020, di fronte alla carenza critica di dispositivi di protezione individuale, Spahn decise di trasferire la competenza per l’approvvigionamento delle mascherine dal Ministero dell’Interno al suo dicastero. La scelta più controversa fu l’adozione della cosiddetta procedura “open house“, che permetteva a qualsiasi fornitore di farsi avanti e stipulare contratti senza verifiche preliminari.

Questa decisione, seppur motivata dall’urgenza della situazione, creò le condizioni per quello che la Corte dei conti federale avrebbe successivamente definito un “massiccio eccesso di approvvigionamento”. Il contesto internazionale aggravava la situazione: la Cina, produttrice dell’80% delle mascherine mondiali, aveva bloccato le esportazioni a causa del lockdown interno e sul mercato europeo si avvicendavano nuovi produttori, la cui affidabilità non veniva controllata.

Il prezzo troppo alto delle mascherine

Una delle decisioni più criticate riguarda la fissazione del prezzo per singola mascherina. Spahn stabilì un prezzo di 4,50 euro per pezzo, ignorando la raccomandazione dei suoi funzionari che ritenevano adeguato un prezzo di tre euro. Questa decisione evidentemente, portò a un numero di offerte molto superiore alle aspettative.

La strategia di Spahn sembrava basata sulla logica che, in un mercato globale competitivo per le mascherine, un prezzo elevato avrebbe garantito l’approvvigionamento di un bene presumibilmente scarso. Tuttavia, questa scelta si rivelò più costosa che efficace: il ministero ordinò ulteriori 100 milioni di mascherine dalla società svizzera Emix al prezzo ancora più elevato di 5,40 euro per pezzo. Il perché di questa scelta non è ancora chiaro.

Le conseguenze legali e finanziarie: i contribuenti tedeschi dovranno pagare miliardi per le cause perse dallo Stato in tribunale

Quando divenne evidente che gli ordini di mascherine erano di molto superiori alla necessità, il Ministero della Salute tentò di sottrarsi agli obblighi contrattuali, rifiutando di acquistare i prodotti già ordinati. Questa strategia si è rivelata problematica: diversi fornitori hanno fatto causa allo Stato, ottenendo ragione presso la Corte d’appello di Colonia, stabilendo un precedente che potrebbe costare caro ai contribuenti tedeschi.

Le stime attuali indicano che i pagamenti dovuti ai fornitori che hanno vinto le cause legali potrebbero aggirarsi intorno ai 2,3 miliardi di euro. Considerando gli elevati interessi di mora, l’importo complessivo potrebbe raggiungere i 3,5 miliardi di euro, tutti a carico del bilancio pubblico.

Nel 2021 si parlò anche brevemente di un altro scandalo, che riguardava l’acquisto di mezzo milione di mascherine FFP2 a uso del Ministero della Salute dall’azienda Burda GmbH, per la quale il marito di Jens Spahn, Daniel Funke, lavorava come lobbista e direttore. In quell’occasione, su richiesta del settimanale Der Spiegel, il Ministero dichiarò che il contratto con Burda GmbH era stato “concluso ed elaborato dopo aver ricevuto una procedura standardizzata a prezzi standard di mercato”. Un portavoce di Burda dichiarò inoltre che il consiglio di amministrazione di Hubert Burda Media si era “offerto di aiutare il Ministero della Salute con l’acquisto di mascherine nell’aprile 2020, quando il governo tedesco era alla ricerca urgente di marchi commerciali”. 

L’impatto sul bilancio sanitario nazionale

Lo scandalo delle mascherine rappresenta solo una porzione dei costi complessivi sostenuti dal Ministero della Salute durante la pandemia. Il bilancio del dicastero è passato da circa 15 miliardi di euro a oltre 60 miliardi nell’anno di riferimento, con la creazione dei centri di test che ha assorbito circa 17,5 miliardi di euro dai fondi federali.

Questi aumenti di spesa, secondo le analisi critiche, potrebbero essere attribuiti a errori di pianificazione sistematici sotto la responsabilità di Spahn durante il suo mandato ministeriale.

Il caso Fiege e le accuse di favoritismo

Uno degli aspetti più delicati dello scandalo riguarda la selezione della società di logistica Fiege come fornitore centrale per mascherine e dispositivi di protezione. Secondo il rapporto dell’investigatrice speciale Margaretha Sudhof, Spahn avrebbe imposto questa scelta nonostante la forte opposizione interna.

La circostanza che Fiege, un’azienda di medie dimensioni con sede a Münster, si trovi nella circoscrizione elettorale adiacente a quella di Spahn ha sollevato sospetti di possibili conflitti di interesse. L’unità di crisi per il coronavirus aveva già elaborato un piano di approvvigionamento con i giganti del settore DHL e Schenker, ma il ministero di Spahn insistette presso il Ministero dell’Interno per ottenere l’incarico per Fiege.

Le conseguenze di questa decisione si rivelarono disastrose. Secondo l’investigatrice Sudhof, la catena logistica sarebbe “collassata”, compromettendo l’efficienza dell’intero sistema di distribuzione dei dispositivi di protezione. Questo fallimento operativo ha contribuito significativamente agli sprechi e alle inefficienze che caratterizzano lo scandalo.

L’indagine che riporta Spahn sotto i riflettori per lo scandalo delle mascherine

Per fare chiarezza sulla gestione dell’emergenza, l’ex ministro Karl Lauterbach aveva nominato Margaretha Sudhof, ex sottosegretaria SPD, come investigatrice speciale con il mandato di esaminare con attenzione ogni dettaglio. Il rapporto di 170 pagine consegnato a metà gennaio 2025 contiene apparentemente informazioni esplosive, ma è stato classificato come riservato e destinato al “solo uso interno”.

Questa classificazione ha suscitato critiche da parte dell’opposizione e della stessa commissione bilancio, che da tempo chiede trasparenza sulla gestione delle risorse pubbliche durante la pandemia. Il Ministero della Salute ha annunciato che presenterà solo una versione editata del rapporto, integrando selettivamente i risultati del lavoro di Sudhof.

I partiti di opposizione hanno intensificato le pressioni per ottenere accesso completo alle informazioni. Paula Piechotta dei Verdi, membro della commissione bilancio, ha dichiarato che esiste un “pericolo imminente” di insabbiamento, accusando il Ministero della Salute di non aver archiviato correttamente molti documenti del periodo in questione.

La Sinistra, attraverso il suo presidente Jan van Aken, ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare, sostenendo che i partiti democratici non possono permettersi di “minare la democrazia” rifiutando un’indagine approfondita sui fatti.

Le conseguenze politiche per Spahn: c’è chi vuole le sue dimissioni

Le rivelazioni contenute nel rapporto Sudhof hanno intensificato le pressioni su Spahn per un suo passo indietro dalla leadership del gruppo parlamentare dell’Unione. Oltre a Piechotta, che ha chiesto le dimissioni di Spahn, anche gli alleati hanno lasciato emergere le prime crepe nel sostegno all’ex Ministro. Il politico Kilian Löser, per esempio ha scritto su X che, se le accuse fossero confermate, Spahn “deve dimettersi per evitare danni al partito”.

La strategia difensiva di Spahn

Di fronte alle crescenti critiche, Spahn si è giustificato citando la portata storica dell’emergenza. L’ex ministro ha dichiarato che “con le conoscenze di oggi, prenderei alcune decisioni in modo diverso”, ma ha sottolineato l’importanza di considerare “quali erano le conoscenze di allora e in quali circostanze abbiamo preso le decisioni”.

Il suo principio guida durante la pandemia, dichiara, era che “avere è meglio che aver bisogno”, una filosofia che, secondo i suoi sostenitori, era giustificata dalle minacce della dirigenza di alcuni ospedali di chiudere le strutture per mancanza di dispositivi di protezione.

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