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Storia della luce a Berlino: perché l’ovest è diverso dall’est

Testo e disegni di Paolo Brasioli

Iniziamo ad… illuminarci, nel capire il ruolo della luce, e precisamente dell’illuminazione negli ambienti, intorno alla nostra esistenza. Ci è di luminosa guida una frase dell’architetto, maestro del modernismo catalano, Antoni Gaudì (1856-1926): “„”L’architettura è l’organizzazione della luce. E la scultura è il gioco della luce.” E a questo, per ampliare la discussione e focalizzarci sull’argomento, aggiungiamo appunto che… la città è l‘esperienza della luce. 

Del resto, la luce artificiale, come espressione ed esperienza, trovò già qui a Berlino, nel 1928, una importante occasione, quando fu organizzata una grande esposizione cittadina, ovviamente anche a fini pubblicitari, con l‘idea di illuminare palazzi e strade. Ed ecco che il drammaturgo Bertolt Brecht (1898-1956) e il musicista Kurt Weill (1900-1950) insieme, scrissero per questa occasione l’epica canzone “Berlin im licht“ (“Berlino nella luce” – abbiamo inserito il testo alla fine di questo articolo). Questa, infatti, fu la colonna sonora dedicata allo spirito della manifestazione, che appunto comunicava, con le note e le parole, il senso dell’avanguardia di cui tutti si vantavano, dell’estrema modernità raggiunta, della intensa vitalità culturale berlinese, dove l’emozionante esperienza della luce esaltava la vita! E del resto sulla torre luminosa edificata alla Großer Stern per l‘occasione c‘era scritto “BERLIN IM LICHT-LICHT IST LEBEN“ ( Berlino nella luce-la luce è vita).

Così si evidenzia che Berlino ha la propria esperienza della luce. Anzi – e qui sta il punto – le due Berlino OST und WEST“, hanno avuto ed hanno, ancora distintamente, ognuna la propria distintiva caratteristica che si esprime anche e proprio attraverso la luce pubblica. Pur illuminando di fatto eine Stadt (una città), le luci qui ne rivelano e identificano una ricca di storia di contrasti, di separazioni e di distinzioni.

Ovviamente, ad oggi la divisione tra le due Berlino non esista più a livello politico. Ma, invero, ne rimane una traccia sorprendentemente visibile attraverso le differenze nell’illuminazione, stradale, pubblica e diffusa. Questa divisione non sottolinea o deriva da un divario tecnologico storico, ma piuttosto e più precisamente, identifica e sottolinea davvero una diversa presa di coscienza, principalmente culturale, circa l’identità urbana da trasmettere e comunicare, mediante l’illuminazione della città.

Berlino Ovest ha mantenuto sostanzialmente le sue tradizionali lampade a gas, in uso fin dal 1892, testimoniando un legame con il passato.

Ne è derivata, conseguentemente, una cromia calda, che vivacizza i riflessi ed esalta i colori stessi delle persone (finanche la pelle e i vestiti). Infatti nel dopoguerra, qui si optò per l’uso delle lampade a gas, reintroducendo di fatto un’illuminazione tipica che rispettava l’architettura storica cresciuta e tramandata proprio con quella illuminazione, e parimenti cercava di ridurre la dipendenza energetica.

Berlino Est avviò programmaticamente la propria ricostruzione postbellica, come un’occasione per mitigare, se non spesso rimuovere e demolire, la memoria delle vestigia del passato, con il quale ideologicamente non voleva avere appartenenze e legami. E così avvenne, proprio sostituendo ad esempio le lampade a gas con luci elettriche, ben più austere ed innovative, privilegiando la funzionalità sull’eredità storica ed estetica. Questo approccio, radicalmente differente, ha lasciato un’impronta distintiva sul paesaggio notturno della città. La luce risultò più fredda, siderea, azzurrina.

Spesso, infatti, nelle testimonianze di persone che frequentarono le due Berlino ai tempi del Muro di Berlino (1961-1989), ma anche negli anni immediatamente a seguire, soprattutto quelli che passavano da Ovest verso Est, senza poterselo nemmeno spiegare asserivano: “…di la faceva più freddo“, “…c‘erano molti meno colori…“, “…le luci erano più tristi…“. E molti altri confermavano che, viste dallo spazio, le due Berlino apparivano decisamente diverse: una giallo-dorata e l‘altra più bluastra-argentea!

Dopo oltre vent’anni dall’unificazione, nel 2011, l’amministrazione di Berlino ha iniziato a sperimentare una soluzione che potrebbe conservare il meglio di entrambi i mondi. Cioè quella di convertire le tradizionali lampade a gas in tecnologie al LED, imitando l’aspetto delle luci tradizionali. Questa iniziativa mira a valorizzare sia la forma estetica sia la funzione delle luci, unendo mirabilmente il progresso tecnologico e il rispetto per la storia.

Questa conversione illuminotecnica si valuta possa alla fine omogeneizzare l’aspetto delle luci di Berlino da questa visione, anche ad ampia scala e a grande distanza, ma ovviamente non cancellerà le profonde tracce storiche lasciate dalla divisione della città.  Il perno, di questa nuova delineata situazione sospesa, è appunto rappresentato sicuramente dal bilanciare innovazione, conservazione e responsabilità ambientale. Ben sapendo che questa diversità tra le due Berlino è un ricordo ancora tangibile della divisione postbellica storica della città e del suo complesso cammino verso la riunificazione. Anche nell’esperienza della luce.

Ein licht (una luce), unica ed uniforme quindi ancora non c’è, e forse sono proprio questi gli ultimi tempi per esperenziare la memoria, anche attraverso l’illuminazione pubblica, della divisione, magari frequentando le due Berlino…„Wenn die Lichter wieder scheinen“ (quando le luci si riaccenderanno), citando il titolo di un’altra celebre canzone dedicata alle danze berlinesi!

Berlin im Licht” – Berlino nella Luce 

Und zum Spazierengehen genügt das Sonnenlicht, 
doch um die Stadt Berlin zu sehn genügt die Sonne nicht. 
Das ist kein lauschiges Plätzchen, das ist ne ziemliche Stadt, 
damit man da alles gut sehen kann, da braucht man schon einige Watt.Ja wat denn?
Ja wat denn? Wat ist dat für ne Stadt denn?  

La luce del sole è sufficiente per fare una passeggiata,
ma il sole non è sufficiente per vedere la città di Berlino.
Non è un luogo accogliente, è una città piuttosto grande,
Per vedere bene tutto ci vogliono pochi watt.
E allora? Che cos’è? Che razza di città è questa?

L’autore: Architetto Paolo Brasioli – Quattro | architectura

Provenendo da una famiglia di artisti veneti, Paolo Brasioli è stato influenzato presto dal ricco patrimonio culturale e artistico italiano. Fondamentale è stata l’influenza di suo padre, Alfredo Brasioli, rinomato fumettista, illustratore e grafico italiano.

Il suo lavoro fino ad oggi si è concentrato sulla costruzione di hotel di alta qualità e sull’interior design per abitazioni, hotel e strutture di gastronomia e benessere, così come sulla creazione di mobili, lampade, accessori e arte.

Ha lavorato con rinomate compagnie e gruppi alberghieri come Best Western, Crowne Plaza, Falkensteiner, Hilton, Hyatt, Le Meridien, Leonardo Hotels, Marriott, NH Hotels, Rocco Forte Hotels e Sheraton. Molte delle sue creazioni sono state esposte in rinomate fiere d’arte e di design.

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