Uzeda, foto di Davide Patania

Domani presenteranno a Berlino il loro ultimo album, Quocumque jeceris stabit (2019), ma la storia degli UZEDA comincia nel 1987, quando la band catanese conquista addirittura Steve Albini (nume tutelare del rock indipendente noto ai più per aver prodotto “In Utero” dei Nirvana).

Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta, la formazione registra 3 album, che si impongono immediatamente nel fervido panorama underground dell’epoca. Nel 1994 gli UZEDA vengono invitati a Londra, a suonare negli studi radiofonici della BBC, all’interno del celebre programma condotto da John Peel.

Nel 1995 firmano con l’etichetta americana Touch and Go Records. Seguono altri due album, una pausa animata da progetti paralleli e il ritorno, sempre con la Touch and Go e con la supervisione di Steve Albini, con l’album Stella (2006).
Domani si esibiranno sul palco dell’Urban Spree, a Berlino. Qui potete acquistare i biglietti, mentre questo è l’evento facebook ufficiale.

Lucia Conti li ha intervistati per i lettori del Mitte.

Uzeda

A Berlino presentate il vostro ultimo album, Quocumque jeceris stabit, nato durante una masterclass di Steve Albini. Qual è la genesi e quali sono le caratteristiche di quest’ultimo lavoro?

In linea di massima le caratteristiche di questo lavoro ripercorrono il nostro modo di vivere e fare musica, da noi intesa come lo specchio della nostra esistenza quotidiana. La musica e la vita, per noi, sono fortissimamente e intimamente collegate.
La masterclass, organizzata da Sound by Side e tenuta da Steve con due classi diverse, una di giovani ingegneri e l’altra per engineers più esperti, è stata, per UZEDA, una meravigliosa e inconsueta esperienza di registrazione con tanta gente intorno, e compiuta in tutte le sue fasi (registrazione, missaggi, chiacchierate e risate) in un tempo record di 4 giorni.

Il sodalizio con Steve Albini è ormai pluriennale. Ci raccontate qualcosa che ci permetta di capire appieno il suo originale approccio alla musica?

Siamo amici dai tempi di Waters (nostro secondo album), quando Steve volò da Chicago a Catania solo per noi, nonostante fosse appena ritornato negli USA da una sessione di registrazioni con una manciata di gruppi giapponesi.
Arrivò nella nostra città totalmente stremato e raffreddato, ma noi lo accogliemmo con tanto entusiasmo e lo rimettemmo in piedi, nutrendolo e sostenendolo come se ci conoscessimo da sempre.
L’empatia fra UZEDA e Steve è stata magicamente ed inconsapevolmente fortissima sin dall’inizio, e continua ad esserlo ancora adesso.

Steve Albini si esibisce con gli Shellac. Photo by cássio abreu

Siete una delle band storiche dell’underground italiano e venite da Catania, che quindici anni fa era chiamata la Seattle della penisola. Com’è Catania oggi?

Catania è una città bellissima, zeppa di contraddizioni che stuzzicano le possibilità di chi, temerario e curioso, non rinuncia a fare esperienze… oppure è una città da evitare, per chi non è disposto a mettersi costantemente in discussione.
Oggi è una città pigra e “sdraiata”, che tuttavia non rifiuta di concedersi, offrendo la sua bellezza a chi sa apprezzarla.

Siamo tutti un po’ nemici dei generi, ma volendo semplificare il dibattito musicale (e generazionale) del momento, chiedo anche a voi: cos’è il rock, nel 2019?

Il rock nel 2019, per quanto ci riguarda, è sempre ciò per cui è nato, cioè un linguaggio che permette contaminazione, sperimentazione e tanta fantasia, a chi sa cogliere questa immensa opportunità.
Certamente non è un genere musicale collocato in una scaffalatura da supermercato.

Giovanna Cacciola (UZeda). Photo by maerzbow

Quali sono, oggi, i vostri artisti di riferimento?

Tutti coloro che esprimono se stessi, la propria unicità, la propria rivoluzione politica e sociale, a disposizione di una società che costruisca un futuro migliore per tutti, a cominciare dai più deboli e bisognosi. Cioè da tutti coloro che vengono dimenticati e costretti a morire, agli angoli delle strade o sugli sgangherati “barconi della speranza”.

Siete stati gli unici italiani, a parte la PFM, a prendere parte alle famosissime Peel Sessions della BBC. Cosa ricordate di quell’esperienza?

Una grande emozione, che persiste ancora oggi nel profondo di ognuno di noi.
Se chiudiamo gli occhi e ripensiamo alle 2 Peel Sessions che abbiamo fatto, ci viene ancora la pelle d’oca per quanta gioia queste esperienze ci hanno dato.

Vi preparate a suonare a Berlino: cosa dobbiamo aspettarci e qual è il vostro stato d’animo?

Siamo felici, curiosi ed entusiasti. Quello che ci aspettiamo, ce lo aspettiamo solo da noi stessi, cioè di poter dare il massimo e riuscire a produrre un sorriso di speranza sul volto di chi sarà con noi al concerto.

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