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di Pasquale Episcopo

Lo scopo ultimo delle leggi elettorali è quello di garantire la governabilità. Esse sono dispositivi ingegneristici che trasformano i voti degli elettori in seggi parlamentari. La legge elettorale tedesca ha meccanismi tali da produrre un numero variabile di deputati, da un minimo di 598 a un massimo imprecisato che potrebbe sfiorare le 800 unità. Le elezioni del 24 settembre hanno portato nel Bundestag 709 deputati, il numero più alto della storia, dai quali tuttavia non è ancora nata una maggioranza di governo.

Nessuna legge da sola può assicurare la governabilità se la società è rappresentata da un sistema di partiti frammentato. In tal caso infatti nessun partito può ambire a governare da solo e necessariamente dovrà fare accordi con altre forze politiche (prima o dopo le elezioni) per formare coalizioni che riescano ad avere in parlamento la maggioranza dei seggi. È quello che sta succedendo in Germania ed è ciò che, probabilmente, succederà anche in Italia.

Con la presentazione delle liste dei candidati di ciascun partito la campagna elettorale italiana è entrata nella sua fase più viva e, si spera, anche più interessante. Ora i candidati dovranno spiegare nel dettaglio i loro programmi e convincere gli elettori che sono i migliori, che le loro proposte si tradurranno in cambiamenti positivi per la gente e la società. La posta in gioco per partiti, per le liste risultanti da unioni di partiti e per i singoli candidati sono i 630 seggi parlamentari della Camera e i 315 del Senato.

La lunga fase di negoziazioni da cui faticosamente sembra stiano uscendo i tedeschi a oltre quattro mesi dalle elezioni rappresenta un esperimento a cui i leader politici italiani dovrebbero guardare con interesse per capire se c’è qualcosa di buono da imparare e se l’esperienza dei vicini può rappresentare un esempio da seguire. Attualmente è in corso un serrato confronto tra Unione (CDU-CSU) e SPD sui contenuti dei loro programmi ed è presumibile, ma non scontato, che una riedizione della “Grosse Koalition” veda la luce.

Se le trattative tra i leader politici avranno successo, l’ultima parola spetterà agli iscritti della SPD (sono circa 450.000) in una votazione la cui data non è ancora stata resa nota. Il suo esito è tutt’altro che scontato: la precedente consultazione, avvenuta il 21 gennaio scorso con la partecipazione dei soli delegati territoriali (600 persone), ha infatti messo in luce le forti resistenze della base del partito rappresentata, in primis, dai giovani socialisti, i cosiddetti “Jusos”.

La maggioranza dei tedeschi si augura, naturalmente, che la grande coalizione veda la luce. In caso contrario infatti bisognerebbe ripetere le elezioni, scenario del tutto inedito per un paese come la Germania. Le nuove elezioni darebbero un’ulteriore opportunità di crescita al partito nazionalista Alternative für Deutschland che, dopo il successo (13% dei consensi) ottenuto il 24 settembre, i partiti tradizionali tedeschi temono fortemente.

Il ciclo di sondaggi, trattative, negoziazioni post-voto è stato così articolato e complesso che difficilmente potrà essere adottato quale modello di riferimento in Italia. Mentalità e cultura dei due paesi sono troppo diversi. E diversi sono i leader politici. Finora nel Belpaese al posto di dettagliate e credibili proposte politiche sono state fatte solo affermazioni di principio, riguardanti soprattutto l’economia, in gran parte prive dei necessari riscontri relativi alla loro fattibilità e, soprattutto, alle coperture finanziarie. Le promesse sono state accompagnate da un ginepraio di cifre con l’obiettivo di adescare gli elettori, ma senza dargli elementi per capire.

Le differenze delle proposte (sarebbe più corretto chiamarle dichiarazioni di intenti) fin qui rese note dai partiti sono tali e tante che poche alleanze post-voto appaiono realizzabili. Se, solo per fare un esempio, consideriamo il diverso atteggiamento rispetto a un tema importante come l’Europa, euro compreso, le differenze sono abissali. Il fatto che forti differenze sussistano anche all’interno delle alleanze pre-elettorali (ad esempio quella di centrodestra tra Forza Italia, Lega per Salvini e Fratelli d’Italia) e anche all’interno dello stesso partito (leggasi Movimento 5 Stelle) autorizza a pensare che all’indomani del voto esse si tramuteranno in scissioni. Queste, peraltro, sono state paventate, e subito smentite, già durante la prima fase della campagna elettorale.

Comunque andranno le cose, l’auspicio è che in Germania e in Italia nascano governi stabili e duraturi. Che quello tedesco non sia bloccato da una manciata di voti di scarto nelle prossime consultazioni degli iscritti della SPD. Che quello italiano non nasca sulla base di accordi approssimativi, fatti sotto banco e destinati a fallire in breve tempo, ma dopo una trattativa più seria e rigorosa. Più alla “tedesca”. Una trattativa che abbia come oggetto i programmi a fronte dei problemi e delle esigenze del paese e che eviti le facili scorciatoie rappresentate dagli inciuci di un passato neanche troppo lontano.