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di Riccardo Coradeschi

Valigie di cartone

Sono arrivato a Berlino a 21 anni. Non avevo ancora finito la laurea triennale, e ho passato i primi tempi a finire la tesi e cercare di imparare il tedesco con i corsi più scalcinati e improbabili. In un certo senso mi sentivo giustificato a concentrarmi sullo studio e non pensare a lavorare, vivendo della modesta mancia mensile che mi passavano i miei.
D’altra parte, i miei scarsi fondi personali erano stati prosciugati da un Erasmus parigino che mi aveva spinto a vivere molto a di sopra delle mie possibilità (che a Parigi significa un monolocale di 13 m² al capolinea della metro).

Conseguita la mia laurea in lingue mi misi a stendere il mio curriculum per il mercato del lavoro internazionale. In fondo tutti sanno che a Berlino è facile trovare lavoro, non si sente altro.
Dunque, “Esperienze lavorative precedenti”… ho fatto il libraio per due anni, durante l’estate. Poi quel tragico mese come rappresentante porta a porta. Ci sono sempre annunci per camerieri, ma l’unica volta che ho servito ai tavoli sono riuscito a farmi cacciare dalla sagra del quartiere.
Cerchiamo di puntare sul mio forte, le lingue: inglese, italiano, francese, spagnolo, russo. Livello di tedesco: A1-. Non sia mai che mi trasferisca in un Paese di cui comprendo la lingua.
Competenze tecniche: una volta ho disegnato un fiore con Paint.
Cioè l’immagine era pre-disegnata, io l’ho colorata.
Con il riempimento automatico.

lavoro
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SOS Tata

La situazione si prospettava alquanto grama, fino a che un caso fortuito mi spalancò le porte della mia nuova professione.
All’epoca mia moglie arrotondava occasionalmente facendo la babysitter. Avrebbe dovuto seguire una bambina per una giornata intera ma, a causa di una febbre improvvisa, propose a me di sostituirla.
Ora, dire che non assomiglio alla tata ideale (Mary Poppins per i bambini, Sasha Grey per gli adulti) è l’eufemismo del secolo, ma per qualche strano motivo con i bambini me la cavo. Visto l’esito positivo della giornata venni contattato altre volte, ed il mio nome iniziò a diffondersi all’interno della comunità italo-berlinese. Doposcuola, serate, weekend, matrimoni: ero il Pablo Escobar del babysitting ed il mio racket si allargava a vista d’occhio.

Certo non era sempre un lavoro roseo. I bambini sanno essere una fusione perfetta tra un pensionato in posta ed il tipo con la smart che occupa due parcheggi: gli scassamaroni definitivi. È dura da ammettere, ma i bambini non sono sempre adorabili angioletti, senza distinzione di età, sesso o provenienza. Me ne sono reso conto quando una stronzetta di 3 anni, mentre cercavo di metterla a dormire, mi ha risposto: “Guarda che dico alla mamma che non ti chiami più”. Il giorno dopo mi misi in lista per una vasectomia.

dj photo

Uomo sigla

Ma ahimè i soldi servono, e quindi continuai ad arraffare ogni lavoretto disponibile. La madre di un bambino (questo sì adorabile e tranquillo) un giorno mi telefonò per chiedere la mia disponibilità con settimane di anticipo.
“Vorrei organizzare una festa per il mio compleanno…”
Ottimo, pensai tra me e me: molte ore, magari più bambini.
“Sì, ci sarà un po’ di gente. Tu sai fare il DJ, vero?”
In genere sono uno con la faccia di bronzo e la risposta pronta, ma ammetto di essere rimasto ammutolito. Poi da faccia di bronzo passai direttamente a faccia di culo:
“Sssì, certo che so fare il DJ!”
“Ah ottimo! Allora ci troveremo per metterci d’accordo sulla playlist!”
Terminata la chiamata, crollai sul divano.
“In ogni caso sarà una festicciola tra amici” rimuginai “quanto male può andare?”

La festicciola tra amici era in realtà un ricevimento con quaranta invitati, organizzato nel salone privato di uno dei più costosi hotel del Ku’damm.
La settimana prima della festa mi avevano perfino chiesto di andare sul posto a controllare che le specifiche dell’impianto fossero all’altezza delle mie aspettative. Mi presentai sul posto vestito come un barbone (il fil rouge del mio guardaroba) e venni accolto da un’impeccabile concierge che mi guidò nel tour della sala e nell’ispezione dell’attrezzatura. Sentendo di dover chiedere qualcosa mi inventai un paio di richieste ridicole che vennero prontamente annotate e soddisfatte. Fingendomi impressionato me ne andai ringraziando profusamente, cercando di allontanarmi il più velocemente possibile.

La sera della festa ero ai limiti della nevrastenia. Non solo dovevo ravvivare la serata, ero anche stato invitato a cenare con gli altri invitati, che si dimostrarono estasiati dalla possibilità di chiedermi di più sulla mia esperienza da DJ e gli inizi della mia passione per la musica. Iniziai a raccontare di serate con gli amici in cui stavamo ore ad ascoltare musica, i primi timidi tentativi per fare colpo sulle ragazze, una passione crescente che mi spingeva a tentare cose nuove, fino al trasferimento a Berlino, cuore musicale d’Europa.
Un’imbarazzante imitazione di serie zeta di un film di Muccino.
La parte musicale, sulle note scatenate di classici anni ’80, si rivelò più facile del previsto. A fine serata, oltre a qualche soldo, avevo guadagnato anche le attenzioni di una matura invitata, che aveva ronzato attorno al mixer per buona parte della festa.

eeg photo

Guinea pig

Prima che il successo mi desse alla testa, però, decisi di mollare. Ero stanco di arrabattarmi a caccia di qualche soldo, di essere comandato a bacchetta da bambini che mi arrivavano alle ginocchia, degli eccessi della vita da DJ.
Decisi quindi di passare a qualcosa di meno lesivo della mia dignità: diventai una cavia umana per uno studio sull’apprendimento della Freie Universität. Venni pagato per starmene qualche ora in un cubicolo a guardare “Shaun the sheep” mentre delle voci in cuffia continuavano a dire verbi all’infinito e schioccare le dita. Una situazione a metà tra David Lynch e “Gioca jouer”. In testa avevo svariati elettrodi e talmente tanto gel conduttore da sembrare uscito da “Grease” (o da “Brazzers”, qualunque sia il vostro genere cinematografico di riferimento).

Ma fu allora che trovai finalmente un posto fisso in quello che sembra essere il più magico dei mondi di lavoro: la start-up berlinese. Le umiliazioni erano finite: un impiego serio, stabile e adulto mi aspettava.

Se vi è piaciuto questo articolo, potete recuperare i tre precedenti capitoli della rubrica “Potrebbe piovere”, a cura di Riccardo Coradeschi:
Berliner mio malgrado
Wedding Blues
Berlino è curvy