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di Lucia Conti*

Sto prendendo l’aereo per Berlino dall’aeroporto di Köln-Bonn a poche ore di distanza dall’annuncio dello schianto del volo della Germanwings sulle Alpi francesi.

Ho prenotato con la Germanwings anch’io e lo scenario che mi trovo davanti è desolante. Ci sono pochissime persone, silenziose e attonite. I controlli di sicurezza sono stati maniacali, appena qualche tacca sotto la West Bank. Mi hanno fatto tirare fuori ogni possibile dispositivo elettronico dal bagaglio, inclusi i caricabatterie dei cellulari, mi hanno fatto togliere le scarpe e la felpa, mi hanno controllato il corpo con uno scanner e mi hanno perquisita.

Molti voli sono stati cancellati, altri, incluso il mio, ritardati. Nonostante ogni legge statistica renda decisamente improbabile che lo stesso incidente si ripeta a poche ore di distanza e per giunta ai danni della stessa compagnia, non riesco a rilassarmi e soprattutto non riesco a smettere di pensare a quelle centocinquanta persone e alle loro famiglie. Mi identifico con le vittime, mi identifico con i parenti, mando giù un bretzel durissimo che mi raschia la gola, faccio un paio di telefonate, scrivo. Scrivo per calmarmi e per liberarmi dal suono ossessivo dei jingles che risuonano tra le sedie vuote e i banchi semideserti.

Nell’attesa di sapere qualcosa di più sulla catastrofe, non si esclude nulla. Si parla di un guasto, ma il fatto che nessun membro dell’equipaggio abbia mandato un segnale di soccorso mentre l’aereo precipitava fa emergere in modo sinistro altre ipotesi, inclusa quella di un attentato. Il comandante è venuto a chiederci di non fare domande ai membri della crew, ancora scossi da quanto accaduto ai loro colleghi. Aveva gli occhi lucidi e rossi e ci ha detto che nessuno sa ancora niente.

Respiro questo disorientamento, che vedo riflesso ne volti dei miei pochissimi compagni di viaggio. Cosa succederebbe se stasera si ripetesse quello che è già accaduto stamattina? La mia piccola esistenza e quella di altri passeggeri si estinguerebbe con la paura degli ultimi momenti. Il mondo parlerebbe delle cause, delle conseguenze e delle implicazioni di una nuova tragedia e poi andrebbe avanti, ponendo nuove questioni.

Butto giù queste righe al gate, poco prima di imbarcarmi. Per la prima volta da quando tengo questa rubrica scrivo in tempo reale. Se leggerete tutto questo vorrà dire che il mio martedì sera è diventato mercoledì, poi giovedì e infine venerdì e che nonostante l’atavica, animalesca paura di perdere quello che siamo, tutti noi in procinto di prendere l’aereo delle 21.15 per Berlin-Tegel abbiamo ancora un futuro.

Per altri, purtroppo, non è stato così.

(Aeroporto di Koeln-Bonn, 24-03.2015. Dedicato alle vittime del disastro dell’A320 della Germanwings)

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=EghvqQyFgQM]

Lucia Conti

luco

Lucia Conti ha collaborato con diverse webzines, curando rubriche di arte, cinema, musica, letteratura e interviste. Per “Il Mitte”, di cui é al momento caporedattrice, ha già intervistato, tra gli altri, due sopravvissuti ad Auschwitz-Birkenau e Buchenwald e ha curato un approfondimento sull’era della DDR, raccogliendo testimonianze di scrittori, giornalisti, operatori radiofonici e musicisti. Ama visitare mostre e chiese in tutta Europa, con una particolare predilezione per Bruegel, Van Gogh e Caravaggio e per l’architettura gotica. Tra i registi apprezza in modo particolare Bergman, Wiene, Kitano, Fellini e Lars von Trier e adora l’ultimo Polanski. Per quanto riguarda la letteratura ha una vera ossessione per Kafka e in particolare per “La metamorfosi”, che ama rileggere a cadenza regolare e che produce su di lei uno stranissimo effetto calmante. Privatamente scrive cose che poi distrugge. Attualmente vive e resiste a Berlino.