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“Quest’uomo guidava uno dei camion a gas. Sigillavano gli ebrei nel retro e dentro gli scaricavano lo scappamento. Quando arrivavano a destinazione erano già tutti morti, molto efficiente. Andando a lavoro ha ucciso più persone di Al Capone nei suoi anni d’oro a Chicago, ma se per caso glielo domandi, lui non era un assassino, era un camionista e ne è ancora convinto.”

Con il film “Intrigo a Berlino”, Soderbergh rende omaggio al cinema noir degli anni ’40, riportando in vita un genere che ha contribuito a segnare la storia del cinema. Ritroviamo il bianco e nero, i gesti lenti, attenti e gli sguardi languidi. Ma non solo, il tutto, infatti, è stato girato con le macchine dell’epoca ed è stato montato ad hoc. Il film asseconda in tutto e per tutto il genere noir avvicinando alle riprese “costruite” in studio, immagini di repertorio utili a rappresentare al meglio l’ambientazione.

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TRAMA
Sono passati pochi mesi dalla fine della seconda Guerra Mondiale e Berlino sta scontando le pene inflitte dal regime nazista. Il giornalista americano Jake Geismar (George Clooney) si fa mandare nella capitale tedesca, dopo essersi allontanato dalla città circa sei mesi, per ritrovare la sua amata Lena, ebrea tedesca sposata a un ufficiale tedesco delle SS. Geismar arriva a Berlino durante la conferenza di pace a Postdam ma non sa che ad aspettarlo ci saranno i fantasmi della guerra.

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“Intrigo a Berlino” è un film anacronistico per lo stile con cui si è scelto di girarlo, probabilmente difficile da comprendere per chi non ama le rivisitazioni del passato. Sicuramente una scelta azzardata, ma per uno come Steven Soderbergh il rischio di incappare in qualcosa d’indecifrabile, si può correre. La sua dote è di sperimentare generi diversi e non avere la paura di farlo. Basti pensare che proprio quest’anno il suo ultimo film aveva come protagonisti dei spogliarellisti.

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“The good German”, questo il titolo originale, racconta di una Berlino distrutta nel profondo dalla guerra. Tra le macerie vivono i sopravvissuti, coloro che per sempre porteranno dentro la colpa di essere ancora in vita. E mentre le grandi potenze decidono che ne sarà della Germania, la vita di Lena continua a vacillare perennemente sul baratro. Obbligata moralmente a salvare il marito, unico testimone di una strage in un campo di concentramento adibito alla costruzione di razzi, mette a rischio la sua vita come se quello fosse il prezzo da pagare per essere ancora viva. Introno a lei si aggirano le figure di uomini che tentano di salvarla e in fondo di redimere anche un po’ se stessi, perché la guerra non risparmia nessuno. Lei è l’incarnazione di Berlino e tutto ciò che essa rappresenta. Una città come una bella donna che ha dovuto mettere in vendita il suo corpo per tenersi la sua vita, ma a quale prezzo?


 La guerra non lascia sopravvissuti e continuare a respirare non vuol dire vivere per davvero.